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Processo Cucchi, la penitenziaria chiede tre milioni all’Arma

Cucchi-bis: le parti civili chiedono un risarcimento di un milione di euro per ognuno dei tre agenti della penitenziaria

Una vicenda giudiziaria che ha «devastato la loro vita». E ora «va resa giustizia a Stefano, ma anche a chi è stato accusato ingiustamente». A dieci esatti dall’inizio del calvario di Stefano Cucchi, i tre agenti della polizia penitenziaria, assolti in maniera definitiva nel primo processo, attraverso i propri legali chiedono giustizia nelle battute finali del procedimento contro cinque carabinieri, che si appresta alla sentenza a novembre. E le parti civili chiedono anche un risarcimento di un milione di euro per ognuno dei tre agenti della penitenziaria. Per il legale Diego Perugini, parte civile per uno degli agenti imputati nel primo processo, la vita del suo assistito «è stata distrutta da una cronaca giudiziaria che l’ha descritto come l’omicida di Stefano Cucchi. Gli hanno strappato la vita dalle mani. La sua vita è stata devastata. Un danno fatto anche alla giustizia». Gli fa eco l’avvocato Massimo Mauro, per il quale dev’essere «resa giustizia a Stefano Cucchi e giustizia a tre appartenenti della polizia penitenziaria che devono riacquisire quella dignità che è stata loro calpestata». A rincarare la dose in aula la parte civile che rappresenta Rita Calore, madre di Stefano, e l’associazione Cittadinanzattiva onlus. «Il processo Cucchi diventerà un simbolo di come il sistema giudiziario possa rimediare ai propri errori – ha spiegato l’avvocato Maccioni – Esattamente oggi, dieci anni fa, in queste ore – ha ricordato il penalista – Stefano veniva portato in tribunale per l’udienza di convalida del suo arresto».

Ma in aula è intervenuto anche il legale di Vincenzo Nicolardi, uno dei carabinieri imputati con l’accusa di calunnia. L’avvocato Alessandro Poli ha spiegato le ragioni del suo assistito: «In merito alle annotazioni di servizio dei carabinieri dopo la morte di Cucchi, prese in esame in aula, Nicolardi ha riconosciuto solo quella del 27 ottobre 2009 perché quella redatta il 16 ottobre non era stata scritta e firmata né mai vista da lui. Nella relazione del 27 ottobre, Nicolardi aveva specificato: fin quando è stato con noi non aveva lamentato nessun dolore. Quelle annotazioni erano state redatte dopo la morte di Stefano per fare chiarezza sulla vicenda, su richiesta dei vertici dell’Arma», ha proseguito Poli, il quale non ha mancato di segnalare «le incongruenze» che a suo avviso ci sono all’interno delle dichiarazioni dell’imputato-testimone, il carabiniere Francesco Tedesco, il quale ha denunciato di aver assistito al pestaggio di Cucchi da parte – secondo la sua testimonianza – dei colleghi Di Bernardo e D’Alessandro nella stazione Appia. I tre carabinieri sono accusati di omicidio preterintenzionale. Tedesco, così come Vincenzo Nicolardi e l’allora comandante della stazione Appia, Roberto Mandolini, deve rispondere anche dell’accusa di falso e calunnia, per l’omissione nel verbale d’arresto dei nomi di Di Bernardo e D’Alessandro, e per l’accusa di aver testimoniato il falso al processo di primo grado, avendo fatto dichiarazioni che portarono all’accusa di tre agenti della polizia penitenziaria per i reati di lesioni personali e abuso di autorità nei confronti di Cucchi.

 

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