giovedì 5 20 Dicembre19

La banalità del Fascio e la storia di comodo dei liberali

La banalità del Fascio e la storia di comodo dei liberali

La mostruosa violenza contro le masse tipica delle dittature del Novecento è figlia della guerra totale, voluta e pianificata dall’èlite politica e militare dei… liberali

di Corrado Bertani

Predappio (provincia di Forlì) ha, per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, un sindaco di destra. Roberto Canali è stato eletto in una lista civica con l’appoggio soprattutto della Lega, che nella cittadina romagnola raccoglie più del 40 % dei voti. Canali sembra tollerare, come peraltro diversi suoi predecessori, che nostalgici fascisti si rechino nel Comune da lui amministrato per venerare la tomba del loro “eroe” Mussolini. Un simile scempio offende la memoria delle vittime della brutalità fascista e i valori alla base della Costituzione, ma nessuna autorità sembra volersi mobilitare per porvi fine e per sanzionare chi fa apologia del fascismo.

Nelle interviste che ha rilasciato dopo esser stato eletto, Canali, a quanto pare, non ha speso molte parole sulle atrocità perpetrate da Mussolini. Si è limitato a constatare che la tomba del suo famoso concittadino «richiama ancora tanta gente», ha auspicato che i turisti abbiano il buon gusto «di non indossare la camicia nera» mentre si aggirano tra i loculi del cimitero, e ha ricordato che «quando si è alzata la tensione è stato perché qualcuno ha rinfocolato le polemiche» (“Il Resto del Carlino”, 29 maggio 2019). Già, in Italia c’è ancora qualcuno che rinfocola le “polemiche” sul duce; ecco dov’è il problema!

Vedremo se il prossimo 25 aprile l’amministrazione comunale di Predappio saprà onorare come si deve la festa della libertà di tutti gli italiani, e il sacrificio degli antifascisti, o se invece troverà la solita scusa per contribuire a dimenticare quella pagina felice della nostra storia e farla passare come festa di parte, anzi di pochi – nostalgici anche loro.

Il famoso cittadino di Predappio fu un convinto alleato di Hitler (che considerava un suo seguace e imitatore) nel tentativo di distruggere per sempre la democrazia. Col Führer cercò, appena qualche decennio fa, di ridurre in schiavitù milioni di slavi, africani, albanesi e greci. E aderì senza battere ciglio al progetto tedesco-nazista di sterminare gli ebrei. I suoi uomini aiutavano le SS a rastrellare gli ebrei italiani casa per casa, a malmenarli, umiliarli e derubarli, a chiuderli in prigioni dov’erano trattati come bestie, infine a caricarli su treni merci verso la distruzione nelle camere a gas. Mussolini e i capi del fascismo approvavano, collaboravano, massacravano.

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Tutto ciò è accaduto qui da noi, sotto casa nostra, nel pianerottolo di fronte o dietro l’angolo della via. Questa storia ci riguarda e ci interroga, in prima persona. Sono stati degli italiani a compiere simili efferatezze. E non a 1.500 km di distanza o dall’altra parte del globo. I treni merci, di solito adibiti al trasporto del bestiame, partivano col loro carico di umanità atterrita dalle nostre stazioni, dai binari che usiamo ancora ogni giorno. Per spingere gli ebrei sui treni della morte non servivano tante persone; ma la loro fine, atroce e inosservata, sarebbe stata impossibile se molti non si fossero voltati dall’altra parte. Già solo questo scava un solco incolmabile tra chi decise di parteggiare per i collaborazionisti della Repubblica di Salò e chi invece scelse di nascondersi in montagna, nella neve e con la fame addosso, per combattere, uccidere e morire per la libertà.

Ora Canali è assurto agli onori della cronaca per essersi opposto al conferimento della cittadinanza onoraria di Predappio alla senatrice Liliana Segre, deportata da ragazzina ad Auschwitz-Birkenau (dove suo padre fu assassinato nell’aprile del 1944), e da tempo oggetto di ingiurie e tetre minacce. Non pago di questo, il sindaco di Predappio ha anche negato a uno studente il finanziamento necessario a recarsi in viaggio d’istruzione ad Auschwitz. Motivo: sono iniziative di sinistra, partigiane; per essere equi si dovrebbe dare la cittadinanza anche a una vittima delle foibe e mandare gli studenti anche in Istria e non solo nel Sud della Polonia.

Che a seguito di un simile “ragionamento” si neghi a uno studente il diritto di partecipare a un’iniziativa di notevole valore didattico con i suoi compagni e insegnanti, è già di per sé altamente rivelatore. La mentalità persecutoria, l’accanimento contro i singoli e i deboli, è uno dei tratti di lunga durata del fascismo italiano. Il quale, come ideologia, non è mai veramente morto.

Ma l’aspetto di questa sordida vicenda che merita maggiore riflessione, è un altro. Il “ragionamento” del sindaco di Predappio si fonda sull’equiparazione di nazismo e comunismo, che da tempo è diventata il dogma storico fondamentale non solo della destra, ma anche di gran parte della classe dirigente italiana. Giornalisti, opinionisti, uomini politici “liberali” hanno versato fiumi di inchiostro per sostenere che il comunismo è stato, nel Novecento, un interprete del Male assoluto non minore del nazismo.

D’altra parte, non è una verità storica assodata che lo stalinismo, ergo il comunismo tout court, sia responsabile di stermini di massa paragonabili, per crudeltà, pianificazione e numero delle vittime, a quelli nazisti? Da Hannah Arendt in poi siamo abituati a parlare di “totalitarismo” rispetto ai regimi di Mussolini, Hitler e Stalin; ce lo dicono unanimi i libri di storia in uso nelle scuole.

E così può capitare di leggere su “La Stampa” di Torino (3 ottobre 2019) un corsivo in cui, nel presentare una raccolta degli scritti di Gustaw Herling, lo scrittore polacco che fu deportato dagli stalinisti in un Gulag, si tenta di “dimostrare” che entrambi i totalitarismi, per giustificare i loro crimini, potevano ben fare appello al consenso e sostegno delle masse. Un colpo al cerchio, una alla botte: il commentatore liberale del 2019 sferza a destra come a sinistra gli opposti e convergenti estremismi – che cosa può esserci di più logico, sensato, incontestabile?

Lo scopo immediato del commento de “La Stampa” è mettere in guardia dai pericoli del populismo. A ciò basterà replicare che la ricetta dei liberali per impedire alle masse popolari di farsi abbindolare dal dittatore di turno è sempre stata solo una: escluderle dai diritti politici, impedire loro di votare ed essere elette, bastonare e, nel caso, massacrare persone inermi quando chiedevano di contare come i loro signori e padroni borghesi. Gli eccidi compiuti nel liberalissimo impero britannico a Peterloo contro gli operai inglesi (1819), ad Amritsar contro gli indiani (1919), a Dublino contro la folla di uno stadio (1920), sono solo tre esempi tratti da una lista lunghissima. La massa deve lavorare, consumare, tacere, obbedire; altri penseranno al suo bene.

Gli improvvisati storici fai-da-te che ci fanno il lavaggio del cervello ogni mattina dimenticano che le violenze di massa del Novecento sono state non solo precedute, ma modellate da quelle ottocentesche contro operaie e operai, dalle stragi di donne affamate e lavoratori distrutti dal lavoro, mutilati senza indennizzo né pensione, completamente privi di diritti. Come a Milano nel 1896, quando, col beneplacito della stampa liberale borghese, il generale Bava Beccaris, poi insignito dal re Savoia delle più alte onorificenze, ordinò ai soldati di cannoneggiare la folla che chiedeva pane.

Soprattutto si continua a rimuovere, per ignoranza o malafede, che l’inaudita, mostruosa violenza contro le masse tipica delle dittature del Novecento, compresa certo quella staliniana, è figlia della guerra totale, senza freni e senza quartiere, sui corpi e sulle menti, che fu voluta e pianificata dalle teste coronate, dall’èlite politica, dagli stati maggiori degli eserciti, con il decisivo appoggio della grande borghesia industriale, degli strilloni demagoghi e dei… liberali. Non avremmo avuto né Hitler né Stalin senza Verdun, la Somme, Caporetto, le tragedie del fronte orientale. I liberali e i nazionalisti, e non altri, hanno sulla coscienza i milioni di morti nella Prima guerra mondiale; e loro, non altri, hanno sulla coscienza le carneficine, le deportazioni, gli stupri sistematici in Libia, in Congo, in Kenya, in Cina, in mille e più luoghi ed episodi.

Il sofisma de “La Stampa” fa leva su una trovata a effetto: mette in scena un dialogo parlamentare tra i leader dei due opposti estremismi totalitari italiani, ovvero Benito Mussolini e… Antonio Gramsci. A Gramsci, che difende le violenze bolsceviche in nome della volontà del popolo russo, il futuro duce poteva ben replicare, osserva compiaciuto il giornalista liberal, che in Italia erano i picchiatori fascisti ad aver dietro di sé le masse… Il corsivo termina dando l’ultima parola, significativamente, a Mussolini; a Gramsci esigenze di spazio – e di retorica – negano la replica. Dunque Mussolini aveva ragione contro il comunista Gramsci. E la conclusione è presto tratta: finiamola con le trite discussioni sul Novecento, sarebbe ormai tempo di riconoscere tutti, a destra come a sinistra, ciò che i saggi liberali sanno da tempo: e cioè che tanto Mussolini quanto Gramsci parteggiavano per forme diverse del Male assoluto.

Si capisce allora come lo stesso articolista cerchi di ridurre le iniziative del sindaco di Predappio a banali “fesserie” di un capoccia di provincia. Ed ecco ancora (“La Stampa”, 9/11/2019) l’immancabile colpo alla botte: i distinguo su Auschwitz e sulla senatrice Segre vengono da destra, certo, ma sbaglia anche la sinistra a gridare al negazionismo là dove c’è solo stupidaggine. La sinistra deve sbagliare sempre e comunque.

Qualcuno pare non essersi mai chiesto che cosa avrebbero fatto, personaggi come il sindaco di Predappio, se fossero vissuti al tempo della marcia su Roma o delle leggi razziali fasciste. Da che parte sarebbero stati, questi “fessi” inoffensivi? E un Salvini, da che parte sarebbe stato? Avrebbe aiutato la famiglia di Liliana Segre?

Peccato solo che Mussolini, che oltre a essere un vile assassino era anche un gran bugiardo, mentisse anche in quell’occasione. Il corsivista de “La Stampa” forse non lo sa, o finge di ignorarlo, ma i fascisti non avevano affatto il sostegno delle masse quando il confronto dialettico tra Mussolini e Gramsci ebbe luogo. Alle elezioni del 16 novembre 1919 avevano raccolto una manciata di voti e nessun deputato; nella successiva tornata elettorale, nel maggio del 1921, ottennero pure un risultato modesto, malgrado l’alleanza elettorale con i… liberali. Già, perché nel momento della verità, quando si trattò di decidere se aprire alle pressanti istanze popolari o dare via libera a un governo autoritario, benpensanti e notabili in giacca e cravatta non esitarono a scegliere. Anche grazie a loro, e solo dopo innumerevoli stragi, intimidazioni e violenze, come quella terribile del XVIII dicembre a Torino o la messa a ferro e fuoco di Bologna, i picchiatori fascisti riuscirono ad andare al potere; con la determinante connivenza del re, di molti funzionari dello stato e della grande borghesia italiana. Altro che appoggio delle masse! Altro che conferma della pericolosità della democrazia! Mussolini mentiva allora come mente il giornalista liberal ora. Ad appoggiare gli squadristi e la Milizia volontaria di sicurezza nazionale non fu il popolo, non furono le masse – furono invece i potentati industriali, i bottegai e soprattutto gli agrari, interessati a stroncare nel sangue e una volta per tutte le proteste dei braccianti sfruttati.

I moti del 1898 a Porta Venezia (Milano)

Ma la cosa che lascia più atterriti, e indignati, è l’equiparazione del carnefice Mussolini alla vittima Gramsci. Per il corsivista de “La Stampa” avevano torto entrambi, perché giocavano con il fuoco dei torbidi umori delle masse. Fine della storia. Che l’uno sia stato il persecutore di milioni di persone, l’altro una vittima della violenza; che l’uno sia stato un volgare pennivendolo voltagabbana, l’altro uno degli intellettuali più acuti del ventesimo secolo; che il primo sia stato giustiziato dal popolo esasperato, e il secondo sia morto prigioniero, dopo esser marcito in carcere per oltre un decennio affinché non potesse avere contatti col popolo; che il primo abbia sposato la causa della violenza omicida contro i deboli e gli oppressi, laddove il secondo cercò di contribuire all’affrancamento dei deboli e degli oppressi – tutto ciò non interessa al corsivista della “Stampa”. Con ciò è dissolta ogni realtà effettiva, ogni verità concreta; la storia perde consistenza e diventa un deposito informe di materiali da cui è possibile, estraendo singoli fatti e singole frasi, ricavare la tesi precostituita che si vuole. È il dominio dell’arbitrio e della più becera ideologia.

Il movimento comunista ha prodotto, oltre a Stalin e a tanti suoi adepti, anche alcuni fondamentali leader del movimento dei lavoratori, come Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, nonché alcuni protagonisti della liberazione dei paesi schiavizzati per secoli dal dominio coloniale europeo, come Che Guevara e Ho Chi Minh. Di quali personaggi del fascismo e del nazismo si può dire con serietà storica che abbiano promosso i diritti dei lavoratori, la pace, l’indipendenza di tutti i popoli? Chi di loro è stato ucciso mentre lottava per la dignità e l’uguaglianza, come Che Guevara in Bolivia? In quali episodi, scelte, figure storiche legate al nazifascismo vediamo qualcosa di diverso dal culto della sopraffazione, del puro potere e della morte (altrui)?

Il neutrale, benpensante, equidistante giornalista de “La Stampa” finisce, sintomaticamente, per ritrovarsi molto vicino alla posizione di uomini di destra come il sen. forzitaliota Gasparri, già dirigente di un partito erede di quello fascista. Sì, perché anche Gasparri critica il sindaco di Predappio (in realtà solo per colpire il debordante rivale Salvini): non doveva far pagare alla sen. Segre la sacrosanta campagna di sensibilizzazione sui crimini comunisti; e non lesini soldi per il viaggio ad Auschwitz, ma finanzi anche istruttive gite alle foibe.

Ma a questo punto ci chiediamo: noi insegnanti delle scuole italiane, se dovessimo accompagnare i nostri studenti in visita alle foibe per spiegar loro che cosa accadde tra Carso e Istria alcuni decenni fa – dove li porteremmo? Solo dove vorrebbero i Gasparri, i Salvini, le Meloni, o tanti leader del cosiddetto “centro-sinistra”? O forse anche nei tanti luoghi in cui inermi contadini sloveni o croati furono uccisi dai soldati italiani, tra il 1941 e il 1943? Porteremo i nostri alunni a Lubiana, capitale della Slovenia, dove «nel solo mese di marzo del 1942 gli italiani fucilarono 102 ostaggi»? O nel villaggio di Podhum, «in cui il 12 luglio 1942 militari italiani, coadiuvati dai carabinieri e dalle camicie nere, fucilarono oltre cento uomini»? Quando sentiremo presidi, provveditori, ministri dell’istruzione suggerire ai docenti di portare i giovani in un viaggio della memoria a Rab? In quest’isola «nel 1942 gli italiani realizzarono […] un campo di concentramento per i civili sloveni in cui in seguito furono deportati anche ebrei croati; vi furono internati più di 10.000 civili, principalmente vecchi, donne e bambini. Secondo il Centro Simon Wiesenthal questo campo, gestito completamente dagli italiani, ricevette 15.000 prigionieri dei quali 4.000 morirono; soltanto nell’inverno del 1942-1943 morirono 1.500 persone a causa della denutrizione, del freddo, delle epidemie e dei maltrattamenti».

Le citazioni sono tratte dall’istruttiva, equilibrata, meritoria lettera al Direttore di “Varese News” scritta dallo “studioso di storia” Alberto Morandi, e pubblicata l’8 febbraio 2019.

Il campo di concentramento di Visco

Perché la storia va sempre ricercata e raccontata tutta, senza fermarsi dove fa comodo e senza pensare di avere una conoscenza definitiva e perfetta del passato. La storia è ricerca perenne, critica e autocritica senza fine. Questo, come insegnante, cerco di trasmettere ai ragazzi.

È semplicemente vergognoso che persino le massime cariche dello Stato italiano abbiano abbracciato le tesi dell’estrema destra nostrana e parlino di “foibe” solo per ricordare le violenze subite dalla comunità italiana istriana, fiumana e giuliana. Violenze che ci furono e che toccarono anche molti innocenti, secondo una spietata strategia di pulizia etnica che in quelle regioni non aveva giustificazione, dato che gli italiani vi vivevano da secoli. Ma le foibe, a quanto risulta da ricostruzioni e testimonianze, erano già state adoperate dai fascisti, con la complicità di collaboratori italiani, per far sparire i corpi dei partigiani jugoslavi uccisi sommariamente. Purtroppo anche esponenti politici di “centrosinistra” tacciono su questo tragico fatto cruciale, e, per ignoranza o pavidità, preferiscono aderire alla campagna negazionista lanciata dai neofascisti.

Come riassume nel suo sito lo storico Giancarlo Restelli, «Tedeschi e italiani nelle rispettive aree di influenza devono ora combattere un nemico insidioso: il partigiano, che combatte con tecniche di guerriglia a cui i soldati di un esercito regolare non sono abituati. Il “mordi e fuggi” diventa prassi quotidiana per partigiani che sanno muoversi nel loro territorio e operare attentati che mettono in difficoltà il controllo del territorio da parte dell’occupante esercito italiano. Il risultato è facilmente prevedibile: attacchi spesso sanguinosi a presìdi e singoli soldati, reazione draconiana dei nostri comandi ben sintetizzata da una frase del generale Mario Robotti, “Qui si ammazza troppo poco”. Non è da meno Mario Roatta, superiore di Robotti e comandante delle truppe nei Balcani: “Non dente per dente ma testa per dente”. Da qui uno stillicidio infinito di fucilazioni e deportazioni in lager italiani e lungo la costa dalmata di decine di migliaia di sloveni ma anche croati, montenegrini, greci che sicuramente non fa onore al nostro esercito. Nella maggioranza dei casi si tratta di civili (prevalentemente vecchi, donne e bambini) perché i partigiani una volta catturati erano subito fucilati».

Contro la miserabile disinformazione dei mentitori di professione, è salutare e confortante leggere giudizi pacati e non faziosi come quello che chiude la “lettera al Direttore” di Alberto Morandi: «Ricordando tali crimini non voglio in alcun modo giustificare la grave tragedia subita dalla popolazione civile italiana in Istria e nella Venezia Giulia, ma anche questi efferati crimini commessi dagli italiani contro la popolazione civile jugoslava andrebbero ricordati per non perdere la memoria storica, anche quella per noi scomoda, e per una vera pacificazione tra i popoli all’insegna della verità storica, per non regredire sia umanamente che civilmente con vuote provocazioni nazionaliste! Questa è stata una immane tragedia di cui alcuni, per evidente ipocrisia, ricordano solo l’ultimo atto!!!»

La pianta del campo di concentramento di Cairo Montenotte

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