giovedì 5 20 Dicembre19

La solidarietà del lavoro e il lavoro della solidarietà

La solidarietà del lavoro e il lavoro della solidarietà

Antropologia, classe e movimenti. Conversazione con l’antropologa marxiana Sharryn Kasmir

di Maria Vasile

Abbiamo incontrato Sharryn Kasmir a fine agosto, nel contesto del congresso world solidarities [le solidarietà nel mondo] organizzata a Poznan (Polonia) dall’IUAES, la rete internazionale delle scienze antropologiche ed etnologiche.

Sharryn è una professoressa di antropologia alla Hofstra University (New York). Le sue pubblicazioni più recenti trattano di antropologia del lavoro e disuguaglianze, temi che mette al centro del suo quadro teorico per un’antropologia marxiana. Ha svolto ricerca con lavoratori dell’industria nei Paesi Baschi e nel sud degli Stati Uniti. Al momento fa parte del progetto di ricerca Frontlines of Value: Class and Social Transformation in 21st Century Capitalism (Orizzonti del valore: classe e trasformazione sociale nel capitalismo del ventunesimo secolo) all’interno del quale conduce una ricerca in una città deindustrializzata della rustbelt americana. In questi passaggi di intervista ci parla del tema della solidarietà tra movimenti americani ma anche dell’evolversi del concetto di classe, fornendoci spunti interessanti su come l’antropologia può aiutarci nell’analisi delle varie sfaccettature del capitalismo contemporaneo.

Solidarietà e alleanze a sinistra

Il tema del congresso IUAES di quest’anno è quello della solidarietà. Come stai trattando questo concetto nel tuo lavoro di ricerca?

Nel mio lavoro più recente, che fa parte del progetto Frontlines of Value diretto dal professore Don Kalb dell’università di Bergen, guardo a una citta deindustrializzata della Pennsylvania negli Stati Uniti. Questa città è circondata da una provincia rurale. La città ha sempre votato candidati democratici alle presidenziali mentre la provincia nel 2016 ha fortemente sostenuto Donald Trump e continua ad essere politicamente e socialmente conservatrice. A seguito delle elezioni del 2016, tre movimenti della zona hanno iniziato a collaborare attivamente tentando di superare le linee divisorie che caratterizzano da tempo la sinistra americana. Queste sono divisioni di natura etnica, divisioni di classe (intendo tra classe media e classe lavoratrice), questioni e istanze legate alle politiche di genere, ma anche, come spiegavo durante la conferenza, divisioni tra contesti urbani e quelli rurali o suburbani. Nella provincia che studio si vede molto bene, infatti, come le divisioni politiche ricalchino quelle tra città e campagna.

In questo contesto studio tre movimenti, ognuno dei quali è un’articolazione locale di un’organizzazione nazionale. Una è un’organizzazione no profit finanziata privatamente tramite bandi o donazioni, un’altra è un’organizzazione di volontari, nella quale nessun membro è remunerato, mentre nella terza sussistono entrambe queste caratteristiche. La forma di questi gruppi è rappresentativa della sinistra statunitense: questo è un insieme di soggetti davvero eterogeneo sotto molti punti di vista, incluse le forme di organizzazione. Questi tre movimenti sono gruppi di attivisti che provano a formare alleanze a vari livelli (al livello cittadino, provinciale e nazionale) e a creare delle campagne di ampio respiro che affrontino problematiche che vadano oltre quelle dei propri membri.

Come questi soggetti creano alleanze? Praticano dei compromessi o riescono a costruire una visione collettiva più ampia?

Questa è una domanda interessante: ogni tanto fanno dei compromessi, altre volte non funziona e litigano. Altre volte ancora le contraddizioni tra una tendenza più rivoluzionaria e una riformista spinge questi gruppi a pensare in termini più ampi, globali, a cosa è il capitalismo, cosa fa e cosa ci vorrebbe per attuare veramente un cambiamento. Credo che nel lavoro politico ci siano sempre fasi diverse: perdite, conflitti, compromessi e momenti di creazione di visioni più ampie. E vedo queste cose succedere tutto il tempo. Uno dei movimenti che studio è Indivisible Berks, un gruppo riformista che usa la strategia elettorale per responsabilizzare la classe politica. Un altro è il Sunrise Movement che è un gruppo di giovani attivisti ambientalisti, e l’altro ancora si chiama Make the Road Reading ed è un gruppo di latinx [latinoamerican*, Ndr] che vuole dare voce alla classe lavoratrice e ai poveri della comunità latinoamericana. Reading, la città che studio, è una città a maggioranza latinoamericana: il 70% della popolazione urbana viene dal Porto Rico, dalla Repubblica Domenicana, dal Messico, e in una misura minore anche da altri paesi del centro e sud America.

Quindi, un esempio di quello che si prova a fare con queste alleanze è riarticolare al livello locale i problemi legati all’immigrazione con quelli del cambiamento climatico. Sappiamo che l’immigrazione ha molte cause e sappiamo come derivi da una lunga storia di interventi statunitensi nel centro America. Sappiamo anche che ha un’origine economica, che ha delle implicazioni politiche e che molto spesso è legata a problematiche di criminalità organizzata, droga e violenza: tutto questo ci è molto chiaro. Ma è anche un fenomeno legato al cambiamento climatico e una visione più ampia e globale dell’immigrazione prende in considerazione i fenomeni migratori come prodotto dei cambiamenti climatici. Quindi, il fatto che questi tre gruppi vogliano creare una base forte in quell’area e vogliano dialogare li obbliga a pensare regolarmente a tali questioni e a spiegare ad alcuni membri (che, per esempio, si concentrano solamente sulle questioni climatiche) quanto sia necessario pensare anche all’immigrazione e integrarla nella loro agenda. E questi sono momenti in cui ci si dice “ora dobbiamo pensare più in grande, non possiamo occuparci solo dei nostri temi e dei nostri membri’. Questo poi avviene con la praxis, attraverso alleanze e forme di solidarietà come queste.

Persone che sono state attiviste per tutta la loro vita sanno che la solidarietà è un grosso lavoro e una parte di quello che abbiamo presentato qui all’ IUAES 2019 lo abbiamo chiamato the solidarity of labour and the labour of solidarity (la solidarietà del lavoro e il lavoro della solidarietà) che vuole significare che [la solidarietà] richiede uno sforzo e un lavoro continuo. Questo lavoro fa parte di quello di cui mi interesso: che cosa vuol dire il lavoro della solidarietà? In un certo senso scrivere di questo dal punto di vista antropologico può risultare noioso ma credo che sia necessario per capire il significato della pratica della solidarietà come impegno quotidiano, mensile o annuale.

Antropologia, classe e movimenti

Quali crede che possano essere i contributi dell’antropologia nei dibattiti tra questi movimenti o più in generale sulla questione delle alleanze nella sinistra?

Credo che le persone che sto studiando siano molto sofisticate, sia nelle loro letture politiche che teoriche. Credo che negli ultimi anni gli attivisti di sinistra abbiano dovuto confrontarsi con i limiti delle loro visioni e delle loro campagne. Di conseguenza non credo che il mio contributo di analisi teoretica sia qualcosa di nuovo per loro. Quindi non c’è qualcosa che debbano imparare da me, anche se dibattere è sempre utile. Una cosa tuttavia ho scoperto durante questa ricerca: le persone che compongono questi movimenti non conoscono la storia della loro regione. Per esempio, ci sono una serie di divisioni sociali (razziali o spaziali) che vengono considerate semplicemente come appaiono oggi. Sarebbe utile invece vedere come queste divisioni sono state create nel tempo.

Una cosa che non ti ho detto riguardo a questa città è che negli anni venti era una città a maggioranza socialista, cosi come ce n’erano altre in America e in molti altri paesi del mondo. Reading è stata socialista negli anni venti, come dicevo, e successivamente in tre elezioni, l’ultima negli anni quaranta. Quello era un periodo in cui la politica al livello municipale era davvero forte, incisiva: il comune era il luogo dove i partiti socialisti potevano davvero portare un cambiamento. I socialisti erano anche stati in grado di organizzarsi al livello provinciale. Infatti le divisioni spaziali che caratterizzano la vita politica e sociale in questa regione non esistevano durante il periodo socialista. C’erano, per esempio, dei legami stretti tra lavoratori nella città e lavoratori nella campagna. Quindi, invece di prendere come immutabili queste divisioni (e credere, per esempio, che i lavoratori nella città abbiano sempre avuto problemi distinti da quelli nelle campagne) è utile capire come queste persone interagivano nella vita di tutti i giorni. Non solo politicamente o socialmente, ma prendendo in considerazione anche infrastrutture come i treni che permettevano tali legami. Sarebbe molto utile per le persone che oggi combattono queste divisioni capire meglio come queste siano state create e come, ad esempio, le infrastrutture attuali e la mancanza di un trasporto pubblico le alimentino.

Un altro elemento che è interessante da discutere con i movimenti è il fatto che alcuni concetti marxisti che non fanno parte del lessico della vita politica della sinistra statunitense sono in realtà molto utili. Per esempio, durante una conversazione con uno dei gruppi più moderati ho parlato di working class formation (costituzione della classe lavoratrice). Diversi membri di questo gruppo sono signore della classe media, bianche, che vivono poco fuori dalla città, quindi non radicali, anche se per alcuni versi le trovo molto sorprendenti. Quando parlai per la prima volta di classe lavoratrice una mi rispose “oh no, ma questa non è la classe lavoratrice!” cominciando poi a descrivere una tipologia di classe legata a un passato fordista di uomini bianchi che lavorano in fabbrica che “non è quello che siamo”, concluse. A quel punto io feci presente come il concetto di classe lavoratrice fosse in evoluzione: il periodo al quale si riferivano era un contesto storico e di organizzazione del lavoro particolare, mentre adesso questa organizzazione è molto più frammentata e quindi la classe lavoratrice va pensata diversamente. E poi mi hanno risposto “ah si, si allora va bene, ci siamo intesi”. È cosi che avviene uno scambio di terminologia e diventa un’utile conversazione anche per loro.

Hai parlato del concetto di classe e dunque volevo chiederti: come analizzi le classi nel tuo lavoro e che legame intercorre, secondo te, tra il processo di costituzione della classe lavoratrice e le nuove forme di organizzazione del lavoro?

Per prima cosa credo che quando guardiamo al declino della classe operaia di tipo fordista o delle classi lavoratrici che si sono costituite in società a capitalismo avanzato, quando guardiamo alla loro dissoluzione e la loro frammentazione, stiamo assistendo a dei processi politici. Non si tratta semplicemente del fatto che il capitale è stato ricollocato da altre parti e che la produzione è stata dislocata altrove diminuendo i posti di lavoro. Si tratta anche, e questo lo scrivo con il professore August Carbonella nel libro Blood and Fire – Toward a Global Anthropology of Labor (Berghahn Books, 2014), di processi politici. In questo libro guardiamo a come la classe operaia è stata sconfitta attraverso processi politici nel tempo e nello spazio, e pensiamo a questi processi in termini di “disorganizzazione”. Non si tratta solo di frammentazione, che è qualcosa di passivo, ma anche della disorganizzazione [intenzionale Ndr] della classe lavoratrice.

Allo stesso tempo sappiamo che le classi lavoratrici si costituiscono con modalità storicamente determinate e che queste non comprendono sempre tutte le categorie di lavoratori. Ad esempio, la classe operaia fordista non comprendeva tutti coloro che erano nullatenenti e che dipendevano dal mercato cercando di assicurarsi la sopravvivenza in qualsiasi modo. La condizione di non salariato, infatti, è molto interessante perché è anch’essa una condizione di dipendenza dal mercato ma anche una questione razziale e di genere (faccio sempre riferimento a Calibano e la Strega di Silvia Federici in questo senso). Sono in un periodo della ricerca in cui pongo al centro della mia analisi la dimensione politica, opponendogli invece l’analisi di classe strutturale. Vedo come le esperienze di sfruttamento delle persone siano diverse e rifletto sulle differenze tra sfruttamento, oppressione e dominazione. Allo stesso tempo credo che ci sia una stretta relazione tra queste esperienze e credo che far partire questa analisi dalla condizione del non salariato sia un’idea più interessante che iniziare dal salariato. Credo che sia un punto di partenza politico migliore in questa fase perché descrive meglio l’eterogeneità del capitalismo come esperienza vissuta. Permette, ad esempio, un’analisi più inclusiva della riproduzione sociale e del lavoro riproduttivo delle donne nel capitalismo; cosi come della schiavitù e delle sue relazioni all’accumulazione del capitale. Le letture che si concentrano sul salariato, che trattano tutto il resto come marginale, sono comprensibili, perché sono un riflesso diretto di alcune teorizzazioni di una certa fase storica, ma ora credo che sia arrivato il tempo di pensare diversamente e in modo più aperto, di guardare a cosa le persone fanno nei movimenti e di ascoltare il linguaggio della classe nelle sue espressioni politiche attuali.

Quindi il non salariato è per te anche uno spazio di ricerca?

In un certo senso si. A Reading ci sono sindacati che organizzano la classe operaia delle industrie ma non sono centrali politicamente, cioè li seguo ma non credo che siano decisivi per un lavoro di classe. Oggi sentiamo tante persone che parlano delle loro diverse esperienze in relazione al capitalismo, allo stato, che interpreterei come esperienze con un’origine di classe comune, una cornice di sfruttamento comune, che include il precariato e la dipendenza dal mercato. E credo che oggi sia più utile vedere come tutte queste esperienze hanno dei punti comuni piuttosto che differenziarle. Questo oggi aiuta a ridefinire il concetto di classe. Anche se mi piacerebbe chiamarla la [nuova, Ndr] classe lavoratrice, forse dovremmo parlare invece di costituzione di classe e vedere poi come questa si articola.

Ti definisci un’antropologa marxista, puoi spiegarci cosa comporta?

Sono stata formata come antropologa marxista dall’inizio dei miei studi, e per me tutto parte dall’idea che gli essere umani sono inizialmente cacciatori raccoglitori che vivono in società egualitarie dove i mezzi di produzione sono condivisi. Questa è quindi una delle caratteristiche della nostra specie: la capacità di produrre società egualitarie. Anche se non faccio ricerca su questo oggi, sono idee centrali nel mio modo di comprendere la condizione umana. Ho studiato per diversi anni le società di cacciatori raccoglitori e sono stata molto influenzata dall’antropologa marxista Eleanor Leacock in questo senso. Più recentemente, il tema centrale della mia ricerca è l’analisi del sistema capitalista come sistema mondiale e come elemento da prendere sempre in considerazione in qualsiasi progetto etnografico in uno spazio toccato dalle forze di accumulazione del capitale e del lavoro. Quindi per me questo è un punto di partenza metodologico e teoretico del lavoro etnografico. Apprezzo molto il lavoro etnografico che contiene ricche descrizioni di vari stili di vita ma trovo che spesso l’antropologia reifichi la differenza e parli di differenza come un’espressione naturale della cultura e invece io credo che bisogni spiegare la differenza, che bisogni spiegare la cultura. E queste spiegazioni per me non vengono dalle culture stesse ma dal capitalismo, dall’economia e dall’esperienza umana in contesti di ineguaglianze e differenziazioni.

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