Lenta, puntuale o profonda? Come sarà la crisi che verrà

Lenta, puntuale o profonda? Come sarà la crisi che verrà

I principali dirigenti politici ed economici del pianeta si aspettano e si preparano, in un modo o nell’altro, ad affrontare un forte rallentamento della crescita economica che potrebbe abbinarsi a una crisi finanziaria.

Il tema della “crisi” è ovunque: sulla stampa e in una miriade di testi di analisi economiche, ma sovente senza che venga precisato di cosa si tratti esattamente. Talvolta, si fa riferimento a ciò che diversi economisti qualificano come “stagnazione secolare”: uno stato di esaurimento della crescita con delle recessioni periodiche; una versione di questa analisi mette l’accento sul fatto che la “rivoluzione numerica”, malgrado le apparenze, non genererà guadagni importanti di produttività (1). Chi si rifà al marxismo, ritrova questo tipo di analisi nella teoria delle onde lunghe del capitalismo sviluppata da Ernest Mandel e della quale uno dei punti cardine è il fatto che la storia del capitalismo è marcata da una successione di lunghi periodi, dalle caratteristiche specifiche, che alternano fasi espansive e fasi recessive (2). Ci troveremmo in una fase recessiva contraddistinta da una crescita globalmente debole e caotica. È anche stata sviluppata l’idea che la produzione capitalista si sta scontrando con delle barriere che non può più superare e che implicano la distruzione di equilibri ecosistemici, in particolare la biosfera. Questa importante tesi è in particolare sostenuta da François Chesnais (3). Queste due questioni sono serie e decisive, soprattutto la seconda: tuttavia l’analisi che segue si concentrerà sull’attualità immediata: l’analisi della crisi “in arrivo” intesa come un netto rallentamento della crescita del PIL, eventualmente accompagnato da un crollo dei mercati finanziari. Questo tipo di crisi avviene periodicamente nel capitalismo e può essere più o meno grave.

Come va l’economia mondiale?

Schematicamente, si possono ipotizzare tre possibili scenari :

  1. Un rallentamento della crescita (eventualmente accompagnato da un crollo delle Borse);
  2. Una crisi finanziaria e una recessione puntuali (vale a dire una crescita negativa in un numero significativo di paesi capitalisti);
  3. Una crisi finanziaria e una recessione profonda.

L’economia mondiale si trova già oggi all’interno del primo scenario: tutti gli indicatori segnalano in effetti una contrazione della crescita. La questione è sapere se questa congiuntura può evolvere o meno verso gli scenari 2 e 3. Non possiamo “comprendere ogni crisi concreta che nel suo rapporto con lo sviluppo della società globale.” (Paul Mattick, Crises et théories des crises, 1974, citato da François Chesnais). È dunque insufficiente, è questa almeno la nostra opinione, continuare a ripetere delle verità dogmatiche sul fatto che le crisi sono inevitabili nel capitalismo, e nemmeno accontentarsi di scrutare le variazioni del tasso di profitto (anche se è indispensabile cercare di comprenderlo). A maggior ragione, contrariamente a quanto fanno giorno per giorno i media, non si tratta di focalizzarsi sulla finanza e nemmeno di attribuire il rallentamento della crescita alle sole iniziative protezionistiche di Trump.

Trump non è un elefante che sta devastando un negozio di porcellane. Ci troviamo infatti confrontati con processi cumulativi portatori di una crescita rallentata che caratterizzano l’economia mondiale. Nel luglio scorso il FMI (Fondo Monetario Internazionale) ha, per la quarta volta in un anno, rivisto nuovamente al ribasso le sue previsioni. Il 19 settembre l’OCSE (L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, l’altro grande osservatorio del capitalismo mondiale) è andato nella stessa direzione e punta su una crescita mondiale del 2.9% per quest’anno e del 3% per l’anno prossimo; si tratta, secondo il suo rapporto della crescita “più debole dalla crisi finanziaria con rischi che continuano ad aumentare”.
• La situazione americana è incerta, ma il pessimismo si rafforza.
• La zona Euro è globalmente in difficoltà, addirittura alla vigilia di una recessione (vale a dire del passaggio a una crescita negativa). La produzione industriale è diminuita dell’1,6% nel giugno 2019 rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, e la tendenza al ribasso perdura. La Germania è particolarmente colpita, con una diminuzione del PIL del lo 0,1% nel 2° trimestre 2019. Anche l’Italia si trova in una situazione difficile. In Francia e in Spagna la crescita diminuisce, anche se resta positiva.
• In Cina la crescita rallenta malgrado le ripetute misure di sostegno all’economia.
• Il Brasile resta nel marasma e l’Argentina è in netta recessione.
• Solo alcuni paesi, in situazione di recupero (come l’India, il Vietnam, …) conservano per ora una certa crescita (sebbene, ad esempio, la crescita in India stia rallentando), il tutto non senza addensamenti nuvolosi (al di là dell’aumento della disuguaglianze e dei danni ambientali).
• Anche il commercio internazionale subisce un rallentamento: la crescita del volume degli scambi dovrebbe infatti passare dal 3,7% nel 2018 al 2,5% nel 2019.

La sovrapproduzione è palese nella siderurgia: ArcelorMittal stima tra l’1% e il 2% la contrazione del mercato europeo dell’acciaio nel 2019. L’industria automobilistica rimane il settore industriale più importante del capitalismo mondiale e le sue evoluzioni sono significative della tendenza generale (4): una diminuzione dell’ordine del 3% della produzione mondiale di automobili è attesa per il 2019. Seguirebbe un periodo di letargo che non permetterebbe un ritorno a una produzione superiore al 2018 prima del 2022. La Cina, primo mercato del mondo crollerebbe sotto i 25 milioni di veicoli nel 2019, vale a dire una diminuzione del 6% rispetto al suo picco del 2017. I tassi di profitto degli ultimi anni non sembrano aver ritrovato il loro livello del 2007. L’aumento del tasso di sfruttamento è oggi il principale strumento di lotta del capitale per salvaguardare i profitti. I salari stagnano (a parte quelli delle categorie superiori e di alcuni settori particolari) nelle economie sviluppate (comprese quelle che presentano tassi di disoccupazione relativamente bassi come Germania o Stati Uniti). Gli Stati svolgono poi il loro ruolo di “stampella” del capitale: negli Stati Uniti (e in altri paesi) le diminuzioni delle imposte per le imprese hanno sostenuto i profitti. Per quanto riguarda gli ultimi trimestri, il tasso di profitto sembra essere diminuito negli USA, fatto che avrà delle ripercussioni sugli investimenti che dovrebbero, in ogni caso, subire le conseguenze dell’incertezza del clima economico e geopolitico (conflitto commerciale USA-Cina, Brexit, …). I profitti realizzati dalle imprese sono stati largamente impiegati per sostenere operazioni di fusione, di riacquisto di azioni e di distribuzione di dividendi, oppure restano investiti in liquidità, mentre l’investimento privato langue. L’investimento pubblico, dal canto suo, è limitato dalle politiche di austerità e il capitalismo appare sempre più finanziarizzato. Gli attivi finanziari hanno infatti continuato a crescere dopo avere superato lo choc del 2007-2009. I corsi delle azioni sembrano sconnessi rispetto ai reali risultati delle imprese. Attualmente i mercati finanziari sono sballottati dagli annunci americani e dalle incertezze internazionali. I tassi di interesse sono oggi chiaramente orientati al ribasso, se non addirittura negativi. Oggi questi tassi manifestano un’apparente irrazionalità: sono crollati mentre i tassi a medio-lungo termine hanno la tendenza ad essere più alti di quelli a breve termine.

Ritorno sul 2008-2009

Per comprendere questa situazione, bisogna tornare al 2008-2009. Le banche centrali inondano di liquidità gratuita o quasi le banche. Infatti, una volta passato l’apice della crisi, sono loro ad aver garantito il “pilotaggio” delle economie. Tre fattori hanno permesso, nel 2008-2009, e anche dopo, di evitare il crollo del sistema bancario e delle economie dei grandi paesi capitalisti:
• In un primo tempo, gli Stati hanno o sostenuto le spese (sostegno alle banche, alle imprese, qualche misura sociale), o non hanno compensato le perdite di entrate o gli aumenti di spese – vedi indennità di disoccupazione – con prelievi fiscali supplementari. Ne è risultato un aumento del debito pubblico.
• Ma molto presto, nella maggioranza dei paesi capitalisti, si è tornati alla politica del riequilibrio dei conti: nella zona Euro (nel quadro dei trattati ancora rafforzati nel 2012), mentre negli USA i repubblicani hanno bloccato ogni iniziativa di bilancio sotto la presidenza Obama.
• Le banche centrali hanno ripreso il testimone abbassando i tassi di interesse e conducendo politiche di cosiddetto Quantitative easing (QE), vale a dire acquistando alle banche dei titoli di debito pubblico e delle obbligazioni di imprese. Il QE mira a incitare le banche a concedere più facilmente nuovi crediti per rilanciare la produzione e l’impiego. Il QE accresce anche la quantità di moneta in circolazione, fatto che avrebbe in teoria l’effetto di rilanciare l’economia ed evitare il rischio di deflazione (diminuzione incontrollata dei prezzi).
• Queste politiche hanno permesso di evitare il collasso, cioè uno “spurgo” del sistema attraverso numerosi fallimenti di banche e imprese. Ma le economie capitaliste non sono veramente uscite dall’impasse e il “rimedio” ha avuto un costo in termini di creazione di bolle finanziarie: le somme iniettate hanno alimentato la speculazione finanziaria.
• Infine, un altro fattore ha avuto un ruolo nel sostegno delle economie dei paesi dell’OCSE: la Cina, le cui importazioni sono fortemente cresciute e dove le operazioni di subappalto e d’investimento hanno permesso di sostenere i profitti delle aziende dell’OCSE. Tra il 2007 e il 2018, le importazioni cinesi sono raddoppiate, con una progressione molto più rapida di quella del commercio mondiale. Le esportazioni americane verso la Cina sono aumentate dell’86% in dieci anni e, durante lo stesso periodo, le loro esportazioni verso il resto del mondo sono aumentate solo del 21%.

Nel contempo, il mondo evolveva: la Cina aumentava le sue esportazioni e recuperava (in modo diseguale a dipendenza dei settori) il suo ritardo tecnologico… Oggi il rallentamento economico cinese influenza la congiuntura mondiale e in particolare alcuni paesi: la Germania tra i paesi dell’OCSE, gli esportatori di prodotti di base.

Un sistema finanziario alla mercé della situazione economica

Dal 2015, le banche centrali hanno cercato timidamente di limitare le politiche messe in atto a partire dalla crisi (tassi bassi e QE); ma questo tentativo non ha avuto grande successo dato che l’economia capitalista è, in un certo senso, dopata dai bassi tassi d’interesse e dalle liquidità pompate delle banche centrali. Nel 2019, di fronte al rallentamento economico, numerose banche centrali hanno abbassato i loro tassi. La FED americana l’ha fatto il 31 luglio e la BCE europea il 12 settembre. È stata pure annunciata una ripresa del QE. Il sistema finanziario è fragile. L’indebitamento degli Stati, e soprattutto delle società non finanziarie (le imprese), è ripartito al rialzo. Il livello mondiale delle obbligazioni emesse da società non finanziarie ha toccato il livello record di quasi 13’000 miliardi di dollari a fine 2018; questo rappresenta il doppio rispetto alla situazione precedente la crisi del 2008. Le obbligazioni (titoli di prestito) emessi dalle imprese sono di qualità variabile cosa che potrebbe condurre, in caso di crisi economica, ad un aumento dei default di rimborso. Assistiamo dal 2008 a una proliferazione di quelle che gli organismi internazionali chiamano le “imprese zombie” che sopravvivono solo grazie a un indebitamento continuo e approfittando dei bassi tassi di interesse: oggi rappresenterebbero una quota del 6% in media nei 14 principali paesi sviluppati. Il principale elemento di fragilità del sistema è quindi oggi, senza dubbio, l’indebitamento delle imprese, che potrebbe scatenare una crisi bancaria in caso di rallentamento economico prolungato. Infine, ciò che viene chiamato il “shadow banking”, vale a dire la finanza non sottoposta alla regolamentazione bancaria (il che non corrisponde necessariamente a operazioni illegali) è fortemente aumentato, in particolare in Cina. Rappresenta, a fine 2017, il 14% degli attivi finanziari mondiali. Un’illustrazione supplementare della fragilità del sistema finanziario è stata data a metà settembre: in zona Cesarini, martedì 17 settembre 2019, la FED ha iniettato 53 miliardi di dollari nelle banche visto che il tasso d’interesse sul mercato interbancario (il mercato nel quale le banche si prestano reciprocamente il denaro quotidianamente) era salito improvvisamente del 10%. Ha ripetuto l’operazione nei giorni seguenti iniettando in totale 300 miliardi di dollari. Quello che colpisce di più è il fatto che i responsabili della FED si interrogano sulle radici di questa crisi di febbre. Questo tipo di intervento fa pensare al mese di settembre 2008 quando le grandi banche in piena crisi hanno smesso di prestarsi reciprocamente denaro (fatto che ha provocato il fallimento di Lehman Brothers) e hanno dovuto chiedere aiuto alle banche centrali (5).

Un capitalismo disarmato di fronte a una nuova crisi?

Dunque, non solo si profila un forte rallentamento delle economie, ma esistono gli elementi di una possibile crisi finanziaria. Numerosi economisti sostengono che se si producesse un nuovo crash finanziario, gli Stati avrebbero meno mezzi del 2008 per farvi fronte: i debiti pubblici sono già elevati (fatto che impedirebbe un ulteriore aumento dei deficit di bilancio) e i tassi delle banche centrali non potrebbero diminuire ulteriormente se non in modo marginale (6). Questa ipotesi di impotenza degli Stati è discutibile: se una crisi mettesse gravemente in pericolo la stabilità economica, possiamo pensare, al contrario, che gli Stati e le banche centrali non esiterebbero a sbarazzarsi dei loro dogmi, per mettere a punto soluzioni “eterodosse”. Del resto, è un periodo durante il quale gli interrogativi e i dibattiti sono all’ordine del giorno, anche presso gli economisti ortodossi, universitari e consiglieri delle organizzazioni economiche internazionali. Le idee fioriscono: così BlackRock (gigante americano della gestione di attivi: 6’800 miliardi di dollari investiti nelle imprese) (6) ha fatto lavorare degli ex banchieri centrali di spicco. La loro soluzione, resa pubblica quest’estate, è la creazione, da parte della banche centrali, di fondi di sostegno che distribuiscano denaro alle imprese e agli individui (con prestiti perpetui a tasso zero) (8).

Assistiamo anche a un ritorno di idee fino a oggi marginali con, in particolare, la “teoria monetaria moderna” che professa la possibilità di emanciparsi dalla costrizione del debito sulle spese pubbliche con l’obiettivo di finanziare gli investimenti di tipo ecologico e creare impieghi (molto in voga presso la sinistra democratica americana) (9). Queste idee sono un sintomo della ricerca di spazi di manovra. Nell’immediato, l’abbiamo visto, le banche centrali sono in stato di allerta e hanno ripreso il movimento di riduzione dei tassi di interesse e il riacquisto di titoli. La Cina ha annunciato numerose misure di sostegno dell’economia da inizio anno. A livello di bilancio, le cose sono cambiate negli Usa con Trump, che ha diminuito massicciamente le imposte per i ricchi e le imprese, con un conseguente aumento del deficit, ora accettato dai Repubblicani. Nel luglio scorso, con la benedizione presidenziale, è stato accettato un bilancio consensuale tra Repubblicani e Democratici che aumenta le spese militari e approfondisce ulteriormente il deficit di bilancio e il debito abissale degli Stati Uniti. Trump mantiene una rotta perfettamente neoliberale sulle questioni sociali e fiscali, ma su altri terreni, non esita a malmenare quella che è stata l’ortodossia economica da circa quattro decenni.
• Relativizza le preoccupazioni di equilibrio di bilancio. Non solo ha spinto affinché fosse adottato un bilancio che accresce ulteriormente il deficit, ma, a metà agosto, la sua amministrazione ha lasciato intendere che nuove riduzioni di imposte e degli oneri sociali potrebbero essere prese in considerazione in caso di rallentamento economico.
• Disprezza l’indipendenza della banca centrale e non esita a criticarla pubblicamente per incitarla ad abbassare ulteriormente i tassi di interesse.
• Rimette in causa il discorso sui benefici del libero scambio e il multilateralismo commerciale. L’obiettivo essenziale è di limitare i deficit commerciali americani, di frenare i trasferimenti di tecnologie americane verso la Cina, di continuare a manifestare la potenza militare USA nella zona Asia-Pacifico.
• Infine, Trump ha una visione concorrenziale delle politiche monetarie. Moltiplica le accuse nei confronti della Cina e anche della zona Euro ed esige una risposta da parte della FED.

C’è ancora un pilota ai comandi dell’aereo mondiale?

Le evoluzioni in corso negli Stati Uniti non corrispondono a semplici capricci di Trump e alla sua preoccupazione di vincere le prossime presidenziali: è fondamentalmente il rifiuto di una perdita di terreno relativa dell’imperialismo americano nei confronti della Cina. Ma un’altra questione si pone: c’è ancora un pilota ai comandi dell’aereo mondiale in grado di guidarlo verso azioni coordinate? L’economista americano Charles Kindleberger ha fornito qualche decennio fa (10) un’analisi interessante delle ragioni per cui la crisi del 1929 è stata così lunga e profonda: secondo lui fu dovuta alle esitazioni degli Stati Uniti a prendere le redini dell’economia mondiale nel momento in cui, dopo la Prima Guerra mondiale, la Gran Bretagna non poteva più assumere questo ruolo. Per Kindleberger, l’economia mondiale capitalista ha bisogno di uno stabilizzatore, di uno Stato guida. Seguendo Kindleberger, altri economisti hanno definito le caratteristiche che dovrebbe avere uno Stato del genere: la capacità di creare delle norme internazionali e di farle rispettare, la volontà di farlo, una predominanza negli ambiti economico, tecnologico e militare. È utile notare che anche Trotsky ha insistito sull’importanza delle relazioni internazionali scrivendo nel 1921 nel suo Rapporto sulla situazione economica mondiale (11): “Le relazioni internazionali hanno evidentemente un ruolo molto importante nella vita del mondo capitalista. (…) La forte crisi, conseguenza di un restringimento del mercato mondiale, rende la lotta tra gli Stati capitalisti estremamente aspra, uno stravolgimento degli equilibri delle relazioni internazionali. Non è solo l’Europa, è tutto il mondo che diventa un manicomio! In queste condizioni non si può più parlare di restaurazione dell’equilibrio capitalista.”

Gli Stati Uniti hanno avuto questo ruolo stabilizzatore nel capitalismo dalla fine della Seconda Guerra mondiale (e ne hanno beneficiato). Oggi, Trump si sta spendendo a fondo per difendere lo statuto e gli interessi del capitalismo americano. Talvolta indietreggia o temporeggia, ma il clima di incertezza è sempre più evidente. Non è quindi evidente che, in caso di nuovi scossoni finanziari, gli USA abbiano la possibilità e la volontà di riunire sotto la propria egida gli altri Stati capitalisti, o addirittura che non facciano ostruzione a tentativi di cooperazione… Potrebbe costituire (come fu il caso nel 1929, senza voler assimilare le due situazioni) un fattore importante di approfondimento della crisi. “La cooperazione mondiale si degrada”, ha dichiarato a inizio luglio Benoît Coeuré, uno dei membri più influenti del direttorio della Banca centrale europea. E ha aggiunto: “Un tipo di azione coordinata, come quella che abbiamo visto nel 2008, sarebbe molto più difficile da attuare oggi. Non dico che sarebbe impossibile, ma sicuramente più difficile (12)”.

“L’avvenire è dei patrioti”

La prossima crisi potrebbe essere quella della fine del mondo del multilateralismo e della fine della pretesa armonia derivante dalla mondializzazione. Dopo la crisi del 2007-2008, le borghesie e i governanti si sono aggrappati sul piano economico alla mondializzazione neoliberale (rafforzando nel contempo gli aspetti securitari e anti-immigrati della gestione dell’ordine sociale). Oggi stanno evolvendo, in maniere diseguale e differenziata a seconda degli Stati. In un libro pubblicato nel 2017, J-F Bayart (13) ha proposto il concetto di “nazional-liberalismo” per caratterizzare il quadro nel quale agisce oggi una buona fetta di dirigenti, indipendentemente dalle loro differenze e dai loro conflitti: essi si riferiscono da un lato all’economia globale e, nel contempo, alla sovranità nazionale e cercano di mascherare la contraddizione con discorsi vigorosi. “L’avvenire è dei patrioti” ha lanciato Trump alla tribuna dell’ONU il 24 settembre e non è l’unico su questa linea. La “smondializzazione” non è evidentemente all’ordine del giorno, ma gli Stati torneranno ad avere un peso nel gioco e i parametri geopolitici peseranno maggiormente sul commercio e gli investimenti internazionali. Detto questo, le strutture produttive e di scambio, i livelli di interdipendenza economica non torneranno a quelli che erano prima dell’inizio degli anni 1990. Le imprese cercano sempre di ridurre i loro costi fabbricando dove costa meno, dove ci sono meno regole e meno norme ambientali…Le cosiddette catene di valore (cioè il modo in cui le imprese organizzano le tappe di un’attività per confrontarsi con la concorrenza e massimizzare i loro profitti) non sono state per il momento riorganizzate se non in maniera del tutto marginale (ad esempio attraverso alcune delocalizzazioni dalla Cina al Vietnam). Infine, come è stato peraltro già sottolineato (14), rischi geopolitici di ogni natura si sviluppano: nazionalismi, rifiuto degli immigrati, ripresa della corsa agli armamenti, rafforzamento degli autoritarismi, le borghesie si irrigidiscono nella difesa dell’”ordine sociale”, al di là della Brexit, prospettiva di una paralisi e di un contraccolpo possibile nella crisi europea,…

Per concludere:
• Un rallentamento sensibile è probabile a breve termine.
• Alcune trasformazioni importanti delle “regole del gioco” internazionali e degli Stati sono in corso.

È evidente che, come sempre, il corso degli eventi dipenderà anche dalle resistenze sociali e politiche.

  1. “Stagnation séculaire ou croissance numérique ?” Michel Husson, Analyses et Documents Économiques n°122, giugno2016, http://hussonet.free.fr/ade122.pdf
  2. “Les ondes longues du capitalisme-Une interprétation marxiste“, Ernest Mandel, edizione francese Syllepse, 2014.
  3. “ Le capitalisme a-t-il rencontré des limites infranchissables ?“, François Chesnais, Contretemps, febbraio 2017, https://www.contretemps.eu/chesnais-limi…
  4. “Auto-Crash. L’industrie automobile au cœur de la crise à venir“, Winfried Wolf, A l’encontre, 5 settembre 2019, https://alencontre.org/ecologie/auto-cra…
  5. “Panique à la Réserve Fédérale et retour du Credit Crunch sur un océan de dettes“, Éric Toussaint, 19 settembre 2019, http://www.cadtm.org/Panique-a-la-Reserv…
  6. Inoltre, la concentrazione del sistema bancario è aumentata dal 2008 sia negli Usa che in Europa. Si sono sviluppati dei mastodonti finanziari. Salvare queste banche necessiterebbe di ancora più risorse.
  7. BlackRock è il primo azionista di una società americana su cinque. Nel 2016, BlackRock era azionista di 18 società del CAC 40.
  8. “La proposition choc de BlackRock pour affronter la prochaine crise“, Les Échos, 23 agosto 2019.
  9. Vedi https://blogs.alternatives-economiques.f… . Et https://www.liberation.fr/debats/2019/04…
  10. “La Grande Crise mondiale 1929-1939“, prima edizione americana 1973.
  11. https://www.marxists.org/francais/trotsk…
  12. “Le repli sur soi entame les marges de manœuvre des banques centrales“, Les Échos, 2 luglio 2019
  13. Jean-François Bayart “L’impasse nationale-libérale- Globalisation et repli identitaire“, La Découverte, 2017.
  14. “Mondialisation capitaliste, impérialismes, chaos géopolitique et leurs implications“, risoluzione della IVa Internazionale, 2018, https://www.europe-solidaire.org/spip.ph…

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