Torino: dal cibo alle rivendicazioni

Torino: dal cibo alle rivendicazioni

La solidarietà di quartiere non può sopperire alle mancanze dello Stato: servono risposte dall’amministrazione

di Caterina Del Bello, Alessandra Periccioli e Maria Vasile

“Non vogliamo la vostra carità, chiediamo sostegno al reddito e politiche sociali accessibili” si legge su uno degli scatoloni vuoti ma pieni di rivendicazioni portati davanti alla circoscrizione 7 di Torino venerdì 15 maggio. Oltre 50 attivisti e famiglie della Rete Solidale Zona Aurora, che in questi mesi hanno costruito un progetto di spesa sospesa autorganizzata, si sono ritrovati per inchiodare le istituzioni alle proprie responsabilità. «Impreparazione e insufficienza delle misure messe in campo, mancanza di dati reali sulle persone povere o a rischio povertà, interventi parziali e contraddittori», queste le mancanze dell’amministrazione comunale secondo i manifestanti.

Oltre agli attivisti intervengono le famiglie raccontando le loro difficoltà, emblematiche della condizione di tante altre persone nella città di Torino. Persone che per pagare l’affitto non possono permettersi di fare la spesa, famiglie con bambini che non riescono a seguire la didattica online per carenza di mezzi e di supporto linguistico, persone che si sono viste ridurre il reddito di cittadinanza in attesa di chissà quale bonus, altre ancora in attesa della cassa integrazione. Diversi tra i presenti sono tra coloro che hanno fatto richiesta a inizio aprile per i buoni spesa, creati dal Comune grazie ai fondi mandati dal governo, senza essere poi riusciti a ottenerli. A Torino sono infatti rimasti scoperti 8 mila nuclei famigliari che avevano fatto richiesta per questi voucher, che sono stati esauriti il giorno successivo all’apertura delle domande.

La situazione di molte persone in difficoltà già da prima dell’emergenza Coronavirus continua quindi ad aggravarsi, ma l’amministrazione non mette in campo interventi di sostegno strutturali. Oltre ai buoni spesa, il coinvolgimento del Comune nel rispondere ai bisogni di prima necessità dei cittadini è stato minimo: si è limitato ad appoggiare la rete Torino Solidale, composta da un insieme di snodi cittadini dove vengono preparati dei panieri poi distribuiti alle famiglie che necessitano di sostegno. Una rete che si basa sul lavoro del terzo settore e grandi donatori quali il Banco Alimentare. A causa delle limitate risorse pubbliche messe in campo, questi pacchi non sopperiscono ai bisogni di tutti coloro che lo necessiterebbero. E l’intervento rimane una forma di assistenza marginale, basata in gran parte sul volontariato e sempre più lasciato in carico alle associazioni che gestiscono questi snodi. A Torino Nord, ad esempio, da qualche settimana le donazioni di cibo tardano ad arrivare ed è stata lanciata, quindi, una campagna di raccolta fondi, un piccolo tentativo attraverso cui sopperire alle mancanze dell’amministrazione grazie all’aiuto di altri cittadini. Limitati anche gli interventi di grandi privati quali Compagnia di San Paolo (con solo 240 mila euro destinati ai beni di prima necessità per persone in situazione di difficoltà su un totale di 13,5 milioni di interventi).

Alcune delle persone in difficoltà senza sostegno ufficiale sono riuscite a intercettare le iniziative di spesa sospesa portate avanti dai comitati, collettivi e spazi sociali della Rete Solidale Zona Aurora o di reti simili sviluppate in altri quartieri della città. Le reti cittadine insistono, come affermato chiaramente durante la protesta di venerdì, sulla necessità di un intervento dell’amministrazione, che lascia sole le persone in difficoltà, operando scelte politiche ben consapevoli. Sorprendente la risposta del presidente della settima circoscrizione Luca Deri, che propone di «rimettere in circolo 900 buoni avanzati», ad oggi, quindi, mai distribuiti nonostante l’evidente stato di necessità. Riaprire i cantieri delle Officine Grandi Motori e del campo del Sermig, l’unica altra soluzione avanzata.

«Le risorse per intervenire ci sono – replica Zona Aurora Solidale – sta a chi amministra decidere dove investirle e crediamo non ci sia nulla di più urgente della tutela delle persone e del territorio in cui viviamo. Ma la povertà non interessa se non come questione di ordine pubblico». Significativa, infatti, la risposta dell’amministrazione comunale nei quartieri di Aurora e Barriera di Milano nelle ultime settimane con l’istituzione di presidi fissi di polizia e militari. Un intervento giustificato dalla sindaca con la necessità di dimostrare la presenza dello Stato anche nei quartieri più “complicati”. «Negli ultimi anni – sottolineano gli attivisti – al di là del colore politico dell’amministrazione, sono state prese scelte di campo ben precise: la colpevole privatizzazione e centralizzazione della sanità, lo smantellamento dei servizi di prossimità nei nostri quartieri, il disinvestimento nella scuola, il blocco dell’assegnazione delle case popolari». Lo Stato, a quanto pare, preferisce investire nell’imposizione di ordine e controllo.

 

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