Rifondiamo Montanelli!

Rifondiamo Montanelli!

Il dibattito su Montanelli mi ha rotto i coglioni: la sua statua dovrebbe essere semplicemente fusa per riutilizzarne il bronzo

Indro Montanelli è stato un giornalista d’indubbio valore professionale. Le sue corrispondenze dalla Finlandia – tanto per condividere una mia esperienza diretta, visto che si rivelarono come una manna dal cielo per la mia tesi di Storia – rappresentano una delle sue perle più brillanti; certo, i contributi illuminanti forniti da questa brillante penna, che tra un’impresa e l’altra nei nefasti anni del vergognoso Regime collaborò con riviste del calibro di Civiltà Fascista e Il Selvaggio, sono senz’altro molteplici.

Risuscitato in fretta e furia dal polveroso oblio delle sezioni archivistiche, non va dimenticato che in vita sua Montanelli fu anche un fine scrittore e un raffinato provocatore. Consideratosi nel 1982 un “condannato al giornalismo”, già cinquant’anni prima di questa dichiarazione Indro era un giovane ben consapevole delle dinamiche politiche e sociali che lo circondavano: al tempo dei suoi esordi “il giornalismo italiano è libero, perché serve solo una causa e solo un regime”, parola di Benito Mussolini.

Negli anni ’30 dunque, quando il duce in persona dichiarava “l’antifascismo non è morto, l’opposizione esiste ancora; ovunque si battaglia pro o contro il fascismo”, come ci ricorda Guido Quazza “i giornalisti rappresentano uno degli strumenti per ottenere consenso”, quello stesso conseso che nel ’36 raggiungerà secondo Renzo De Felice “alte [ma effimere] vette d’entusiasmo e d’esaltazione”: un’Italia percossa dall’orrore.

È così che Giovanni De Luna riassume all’osso la barbarie alla quale il 26enne toscano prende parte vigorosamente: “il 3 ottobre 1935 fu scatenata l’aggressione all’Etiopia; fu un’esemplare guerra fascista, di conquista e di annientamento: uso terroristico dei bombardamenti, gas, iprite e tutto il più feroce armamentario della guerra moderna”. Una vile impresa coloniale, una violenta catastrofe umanitaria, un eccidio di massa, un’ecatombe che per Giorgio Rochat, secondo fonti non italiane, provocò al popolo etiope 457mila morti (si tenga presente che l’ammontare degli abitanti presenti nei possedimenti italiani del Corno d’Africa (AOI) nel 1936 è stimato in 12,5 milioni) e un imprecisato numero di vittime sottoposte ad abusi e sevizie d’estrema brutalità.

Gli “anni ruggenti” insomma, descritti nel celebre e omonimo film diretto nel ’62 da Luigi Zampa, non sono altro che un decennio in cui, per citare Hannah Arendt, “le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso”; ma se nel magistrale saggio della scrittrice tedesca ci troviamo dinanzi a un uomo che “compì azioni orribili per [presunta] incoscienza”, il protagonista della nostra storia è un uomo istruito e pienamente cosciente del potere che ha tra le mani. Risulta così piuttosto chiaro che Montanelli non “commise i suoi crimini in circostanze che gli resero quasi impossibile capire o sentire cosa stesse facendo di male”.

Allora eccolo, Indro giornalista, Indro fascista; Indro simbolo italico (di cosa poi, chissà!), Indro soldato regio; Indro fondatore di testate, Indro criminale di guerra; Indro anarchico borghese, Indro infame gambizzato; Indro servo del Regime, Indro stupratore e razzista; Indro pedofilo e Indro sessista; Indro…trasformista…

Oggi, dopo che i crudeli misfatti d’un personaggio così controverso sono stati riportati – e giustamente! – sotto la luce dei riflettori dell’opinione pubblica, credo che sia per lo meno plausibile avere delle forti “perplessità” – o dei profondi risentimenti, ovvio – nei confronti di un singolo uomo capace d’annoverare così tante rivoltanti “sfaccettature” (e mi permetto d’usare un eufemismo).

Se la statua gettata nel fiume di Bristol era in piedi per omaggiare un “assassino e mercante di schiavi” – definizione data dal Prof. David Olusoga, docente di Public History presso l’Università di Manchester – quella posta nei giardini pubblici milanesi (a lui intitolati) sta lì per magnificare chi o che cosa? È stata forse eretta alla memoria d’un seviziatore fascista? Quella scultura vuole forse ricordarci le perversioni del colonialista pedofilo e razzista o la “grandeur” dell’intellettuale poliedrico? Le domande per aiutarci in una riflessione personale e collettiva più ampia sicuramente non mancano. Magari però, sarebbe anche interessante capire fino a che punto possa essere proficuo scagliarsi contro Montanelli – o contro la sua opera – basando principalmente il proprio giudizio, come direbbe Pier Paolo Pasolini, su “tutto il disprezzo privato e tutto il rancore fisiologico che si nutre contro la persona”.

Per quel che mi riguarda, e ça va sans dire, prendendo in prestito le parole di Albert Camus, “niente scuse, nego i passi falsi e la circostanza attenuante, da me non si danno benedizioni, [e nel caso specifico] non si distribuiscono assoluzioni”; ad ogni modo – al di là delle più sconclusionate difese da salotto, degli incomprensibli commenti dell’inebetita schiera di analfabeti funzionali e delle banali prese di posizione dei vari ciarlatani piccolo-borghesi incastonati nei TVcolor – è bene sottolineare come a nessuno dovrebbe mai passare per la testa di attaccare Montanelli – o tantomeno la sua opera – per ragioni “puramente moralistiche”.

Detto ciò, dopo aver presumibilmente dissipato ogni eventualità di redenzione dell’aguzzino dalle sue tremende colpe, in un contesto di questo tipo può essere estremamente complesso scindere i vari aspetti intrinsechi presenti all’interno della storia umana di una persona. Pertanto, evidentemente, non sarebbe forse così sciocco mettere da parte i pregi dell’opera di Montanelli e concentrarsi su di un discorso attuale che è incentrato – possa piacere o meno – non su cos’ha scritto Montanelli e il modo in cui lo abbia fatto, bensì sugli efferati crimini contro l’umanità – azioni orripilanti rimaste impunite e serenamente rivendicate in più d’una circostanza – per i quali il diretto interessato non s’è mai sognato di fare neppure una miserabile pubblica ammenda.

Oltremodo, e se non ci fosse da piangere ci sarebbe certamente da ridere, la stragrande maggioranza della frotta di “moderni crociati” partiti alla difesa di questo baluardo umanamente assai disprezzabile risulta composta da persone tradizionalmente indifferenti alle colossali sofferenze inflitte quotidianamente dal sistema capitalistico ai propri cari, agli altri esseri umani e al pianeta.

Morale della favola, il dibattito a proposito di Indro Montanelli mi ha decisamente rotto i coglioni: la sua statua dovrebbe essere semplicemente fusa per riutilizzarne il bronzo, le sue angherie andrebbero condannate senza se e senza ma, e i suoi scritti (forse non tutti, e siamo pure d’accordo) sarebbero da leggere, rileggere e studiare accuratamente.

Sì, c’è proprio qualcosa di spaventoso nella banalità del male.

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