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Lavorare meno, tutti, meglio. Il senso del Primo Maggio e di un archivio

Origini e storia del Primo maggio (più un canto) per tornare a rivendicare di lavorare meno, tutti e vivere meglio [Cesare Bermani*]

Vieni o maggio, nella versione cantata da Fenisia Baldini ex mondariso, registrata da Cesare Bermani nel 1964 a Lumellogno, provincia di Novara *

* Il brano che accompagna questo articolo, scritto appositamente per Popoffquotidiano da Cesare Bermani, è parte di un imponente lavoro di raccolta e documentazione dello stesso Bermani nel corso di sessant’anni di ricerca storica. Finalmente l’archivio Cesare Bermani sarà catalogato, digitalizzato e aperto al pubblico! Tutto ciò grazie a un progetto della Società di Mutuo Soccorso Ernesto de Martino – Venezia, partito grazie a un finanziamento della Fondazione comunità novarese. Nata nel 1997 l’associazione ha come finalità la promozione e il sostegno di attività di ricerca e la creazione di archivi dedicati al mondo popolare e proletario. Nel tempo, ha acquisito diversi archivi sonori e documentali e condotto ricerche sul campo di argomento storico ed etno-antropologico, organizzando anche convegni, rassegne cinematografiche, spettacoli teatrali sulla storia orale. Dal 2018 ha ricevuto in gestione l’archivio di Cesare Bermani (nato nel 1937 e riconosciuto come uno dei padri della storia orale) custodito presso la sua residenza di Orta San Giulio: 3.500 ore di registrazione, un migliaio di cartelle di documenti cartacei, un’emeroteca, una discoteca, una fonoteca e una raccolta di manifesti, volantini, opuscoli. Un progetto che anche Popoff vuole sostenere è quello di riordinare e rendere accessibile al pubblico, anche in formato digitale, questo imponente patrimonio documentale su canti, storie di vita e di lavoro, interviste su eventi legati ai grandi momenti della storia italiana, testimonianze di e su personalità della politica e della cultura novarese e nazionale. Adesso abbiamo bisogno di tutto il vostro sostegno al progetto, in calce al pezzo troverete tutte le indicazioni. Fate girare e, se potete, fate una donazione. Non sono necessarie grandi cifre. Tante piccole vanno ancora meglio. Buon ascolto e buona lettura

 

Dopo la guerra civile americana (1861-1865), sindacati e socialisti cominciarono a rivendicare le “tre  otto” (8 ore di lavoro, 8 ore di riposo, 8 ore per svago e istruzione); una delle prime manifestazioni ebbe luogo a Chicago il 1° maggio 1867.

La rivendicazione accompagnò  la crescita industriale  e organizzativa operaia negli anni successivi, fino a che nel 1884 la Federation of Organized Trade Labor Unions, nel corso del proprio congresso a Chicago si propose di rilanciare quella lotta e decise che le 8 ore avrebbero dovuto costituire la giornata lavorativa legale a partire dal 1° maggio 1886, scegliendo quella data anche a ricordo della lotta del 1867.

E il 1° maggio 1886 si ebbero manifestazioni ovunque, ma quella di Chicago, alla quale parteciparono 80mila persone, fu la più riuscita, anche perché nella città erano in corso agitazioni operaie fin dai giorni precedenti.

Il  lunedì 3 maggio, il lavoro non riprese alla fabbrica di macchine agricole McCormick,  in sciopero. La polizia cercò di fare entrare a forza dei crumiri e uccise alcuni degli scioperanti che picchettavano i cancelli. Il giorno dopo fu convocato a Haymarket square un comizio di protesta con 2500 operai presenti e tutto sembrava dovesse svolgersi senza ulteriore spargimento di sangue tanto che il sindaco della città a un certo punto ritenne di potere tornarsene a casa. Ma, mentre parlava l’ultimo dei tre oratori (August Spies, Albert Parsons, Samuel Fielders), scoppiò una bomba dove stazionavano alcuni reparti di polizia. Due agenti morirono sul colpo, altri sei a seguito delle ferite riportate. Subito dopo l’esplosione la polizia sparò all’impazzata sui dimostranti colpendone una cinquantina, alcuni in modo mortale. Posta la città in stato d’assedio, vennero arrestati come responsabili dell’esplosione otto anarchici, 7 dei quali condannati a morte, dopo un vergognoso processo farsa. L’11 novembre 1887 vennero impiccati George Engel, Adolph Fischer, Albert Parsons, August Spies, mentre il giorno precedente Louis Lingg si era suicidato in carcere, facendosi esplodere in bocca una cartuccia di dinamite. Per i restanti tre la pena di morte venne commutata in ergastolo per due di essi, e in numerosi anni di prigione per il terzo.

Sei anni dopo il governatore dello stato dell’Illinois, John Petrer Altgelel, avrebbe riconosciuto che il processo si era basato su prove inconsistenti, riabilitato tutti i condannati e  graziato, rimettendoli in libertà  i tre sopravvissuti.

Le vittime di quell’isteria repressiva e di quell’errore giudiziario divennero in poco tempo per tutte le componenti del movimento operaio americano ed europeo “I Martiri di Chicago”, assurti a simbolo delle lotte per la limitazione del tempo di lavoro.

Nel 1889 l’American Federation of  Labor propose il Primo maggio come giornata internazionale dei lavoratori e la II Internazionale fece propria la proposta nel suo Congresso di Parigi, invitando le organizzazioni socialiste a una grande dimostrazione internazionale per l’anno successivo. L’idea di un gran giorno di sospensione del tempo ordinario di lavoro ebbe un successo clamoroso.

L’invenzione della tradizione  del Primo maggio fu agevolata dal fatto che quel giorno era già diffusamente il moving day (giorno dei traslochi), cioè la data d’inizio delle locazioni e degli affitti nel ciclo dei lavori agricoli e all’aperto. Ed era anche il giorno caricato più di altri della valenza di rinnovamento della vegetazione.

Per queste due ragioni essenziali, collegate tra loro nella vita del mondo contadino anglosassone e nordico, l’inizio di maggio (Mayday), venne scelto per la prima mobilitazione del 1867. Da allora il poi l’associazione tra rinnovamento della vita operaia e rinnovamento della natura si estese ovunque, dando luogo tra l’altro a una tradizione anche iconografica di grande importanza (e basterà qui ricordare le bellissime illustrazioni dell’inglese Walter Crane), ben presente anche nella stampa socialista italiana tra Ottocento e Novecento.

La  forza della tradizione del Primo maggio sta  proprio anzitutto nell’innesto di antichi rituali della natura sui “riti” moderni riguardanti la liberazione della vita operaia dalla schiavitù del lavoro salariato.

Il 1° maggio si piantava l’albero di maggio, una betulla rivestita dalle prime foglie, ornata da banderuole, corone e ghirlande che si portava in giro per il paese per poi essere piantato sulla piazza principale. Da queste feste del rinnovamento della vegetazione – ovunque represse da chiesa cattolica, ortodossa, protestante e puritana come residui di paganesimo  –  aveva preso avvio anche la tradizione laica degli alberi della libertà della Rivoluzione americana e di quella francese. Per cui nel Primo Maggio si convogliava la richiesta delle “tre otto”e, con le tradizioni  ideali pagane e laiche legate alla rigenerazione della natura e all’accrescimento del benessere collettivo, confluiva anche un acceso anticlericalismo. Non va infatti dimenticato come a lungo il clero e la chiesa  siano state tra le sentinelle più agguerrite della proprietà privata e del capitalismo. Poi, sin dal 1891, a questi contenuti si aggiunse quello del “mantenimento, con tutti i mezzi, della pace mondiale”, e quindi si può capire perché questa tradizione laica e internazionalista si sia così radicata e abbia avuto la capacità di plasmarsi paese per paese in modo diverso a seconda delle tradizioni folkloriche e politiche nazionali.

In Italia, più che altrove, il Primo maggio si collegò alle antiche forme del “Maggio” come festa della vegetazione, già duramente represse da San Carlo Borromeo alla fine del Cinquecento. Per lui la festa dell’ingresso nel mese di maggio era una presenza diabolica perché derivava direttamente dalle antiche celebrazioni della fertilità in Roma antica. Era quindi giorno di gioia, di bevute e mangiate collettive, di più liberi rapporti tra i sessi, poi giorno di festa e non di lavoro e quindi già per questo sufficiente a farne un giorno di perdizione. In Italia la chiesa cattolica voleva, in sostanza, sostituire l’albero di maggio con l’albero della croce e già dalla fine dell’Ottocento contrappose San Giuseppe artigiano (divenuto in seguito San Giuseppe lavoratore) al Primo maggio, ma a lungo con scarso successo.

Tuttavia l’Italia era un paese nel quale il movimento operaio non poteva non fare i conti con la forte tradizione cattolica. Il Primo Maggio si fortificò, per esempio, con l’immagine di Cristo primo socialista,  un Cristo dei lavoratori contrapposto alla chiesa temporale e con il socialismo evangelico e anticlericale di Camillo Prampolini, che diede luogo a canzonette del tipo:  “La chiesa è una bottega / i preti son mercanti / vendono madonne e santi / ai prezzi dei croccanti”.

Un altra canzone dice: “Noi andremo / sul monte Calvario / dov’è morto Gesù Cristo. //Era un vero socialista // che predicava la libertà”. Immagini di questo Cristo uomo erano sovente presenti nei circoli operai con sotto scritte come questa: “La natura ha stabilito la comunanza dei beni. L’usurpazione ha prodotto la proprietà privata”.

Il Primo maggio divenne così in Italia la Pasqua dei Lavoratori, come lo definisce  l’Inno del Primo Maggio dell’avvocato anarchico Pietro Gori, da cantarsi sull’aria del coro del Nabucco.

Naturalmente il fascismo proibì il Primo maggio, vedendone con chiarezza uno dei principali punti di forza dell’idea socialista e del mondo dei lavoratori. Ma innumerevoli sono i racconti di celebrazioni clandestine della festa e nel secondo dopoguerra la tradizione riapparve in tutto il suo vigore.

L’inno di Gori, cantato di nascosto negli anni del fascismo, fu cantato ancora  negli anni del secondo dopoguerra e fatto proprio anche dai lavoratori socialisti e comunisti.

Negli anni più recenti i sindacati hanno sostituito alle celebrazioni e manifestazioni tradizionali del Primo maggio un imponente evento musicale, sottraendogli così il significato di lotta e rivendicazione dei diritti dei lavoratori.

Facciamo un passo indietro per potere oggi rivendicare di lavorare meno, lavorare tutti e vivere meglio, senza le pandemie prodotte dall’ambiente voluto dal capitalismo.

Come sostenere l’Archivio Bermani

Cesare Bermani in provincia di Teramo, 1971

Bollettino postale/ conto corrente numero 18205146 intestato a Fondazione comunità novarese onlus causale: Archivio Bermani

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