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Da Genova a Ground Zero: perché siamo incatenati al 2001

11 settembre: repressione, guerra globale, cospirazionismo e bugie di Stato. Un altro mondo è ancora possibile? [Joseph Confavreux]

 

È ancora possibile un altro mondo, o almeno che non sia un mondo peggiore? Alla fine degli anni 90, il famoso slogan altermondialista sembrava riaprire uno spazio politico promettente, dieci anni dopo la caduta del muro di Berlino.

La disintegrazione del campo dell’Est e la deviazione totalitaria del comunismo sembravano aver imposto l’idea che l’unica realtà concepibile fosse il mondo capitalista, nella sua forma liberale, in Europa o negli Stati Uniti, o vincolato all’autoritarismo statale, come in Cina.

È sempre ingiusto ridurre un libro al suo titolo o alla sua conclusione per bollarlo come uno spaventapasseri, ma questo pensiero unico è stato comunque incarnato da due libri. La fine della storia e l’ultimo uomo di Francis Fukuyama, pubblicato nel 1992, annunciava l’inevitabile trionfo delle democrazie liberali su entrambi i lati del pianeta, al costo di un fallimento nel caso cinese.

E il libro dello storico François Furet Le Passé d’une illusion. Essai sur l’idée communiste au XXe siècle, pubblicato nel 1995, terminava con questa frase: «L’idea di un’altra società è diventata quasi impossibile da pensare, e inoltre, nessuno avanza sull’argomento nel mondo di oggi, nemmeno l’abbozzo di un nuovo concetto. Siamo condannati a vivere nel mondo in cui viviamo».

Tuttavia, a partire dalla metà degli anni ’90, sia nel Nord che nel Sud, varie mobilitazioni, dalla rivolta zapatista del 1994 alla “battaglia di Seattle” alla terza conferenza ministeriale del WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) nel 1999, passando per la protesta contro l’AMI (Accordo Multilaterale sugli Investimenti) nel 1997, sembravano riaprire l’orizzonte politico.

Tanto più che questi movimenti altermondialisti, con il loro primo Forum Sociale Mondiale tenutosi a Porto Alegre nel gennaio 2001, sembravano anche in grado di pilotare vittorie istituzionali ed elettorali. In particolare, il passaggio di Lula alla presidenza brasiliana nel 2003, il cui primo mandato sarà ricordato come una delle rare parentesi concrete nell’avanzata del rullo compressore ultraliberale, con una riduzione della povertà mai vista su questa scala dall’inizio del XXI secolo.

Tuttavia, la convinzione che un altro mondo fosse possibile si è infranta nel 2001, due volte in due mesi, prima a Genova in luglio, poi a New York in settembre. I due eventi non sono certamente dello stesso ordine. Non hanno causato un numero commensurabile di vittime, né hanno avuto effetti comparabili, né in termini di sconvolgimenti geopolitici né di strutturazione degli immaginari politici.

La vicinanza di questi due eventi, tuttavia, forma una sequenza temporale che ha segnato una rottura nel rapporto con la politica per molti gruppi e individui, nella misura in cui lo slogan di “un altro mondo possibile” sembra, dal 2001, essere stato intonato solo in modo sommesso, cacofonico, o senza crederci del tutto.

A Genova, la polizia ha disperso nel sangue il contro-vertice del G8, meno di due mesi dopo l’ascesa al potere di Silvio Berlusconi, che dal 2001 ha incarnato un tipo di leader del XXI secolo il cui aspetto buffonesco è solo una maschera per la brutalità sociale e la parzialità a favore dei più ricchi.

La dimensione italiana dell’evento deve certamente essere presa in considerazione, in particolare la volontà di sedare il movimento dei “Disobbedienti” e gli orientamenti neofascisti di diverse forze di polizia italiane presenti a Genova. Questi fattori hanno pesato sulla violenza messa in atto, emblematizzata dall’allestimento di un centro di tortura nella caserma di Bolzaneto, che poi è diventato, sempre simbolicamente, un centro di detenzione per migranti.

Ma le onde d’urto sono andate ben oltre i confini della politica italiana e, inaugurando una nuova modalità di repressione delle proteste sociali e politiche che sfidano gli effetti del neoliberismo e del capitalismo, questi tre giorni di luglio “hanno segnato una svolta sia dal punto di vista delle modalità dell’azione politica che da quello del mantenimento dell’ordine”, come dicono gli organizzatori del colloquio internazionale che si tiene in questi giorni all’École Normale Supérieure di Lione e che ha per titolo “Genova 2001-2021. Storie, memorie e futuri di un evento politico”.

Questo punto di svolta è stato, tuttavia, oscurato poche settimane dopo dagli attacchi terroristici a New York e Washington. La messa in discussione dell’ordine mondiale guidato dalla superpotenza americana ha poi cambiato registro e protagonista, con l’emergere di un jihadismo internazionale determinato ad attaccare, con mezzi assassini, l’egemonia americana e determinato ad usare metodi totalitari nei territori dove impone il suo ordine.

L’11 settembre ha fatto rivivere la tesi dello “scontro di civiltà” nelle relazioni internazionali, usando il titolo del libro del 1996 del professore di Harvard Samuel Huntington, The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order. Questa è una visione che si oppone quasi termine per termine a quella di una “fine della storia” incarnata dal trionfo ineluttabile delle democrazie liberali dopo il crollo del campo comunista.

Inoltre, imponendo un’interpretazione principalmente religiosa ed etnica ai conflitti che guidano il corso della storia, il crollo delle Torri Gemelle mina anche la sensazione, tenuta all’epoca dal movimento anti-globalizzazione, che condizioni individuali e identità collettive diverse come i contadini indigeni boliviani senza terra, I contadini senza terra brasiliani, gli operai automobilistici brasiliani, gli studenti parigini, i lavoratori precari italiani e gli attivisti palestinesi potrebbero ritrovarsi in lotte comuni, senza che le loro differenze, essenziali o essenzializzate, diminuiscano i loro interessi comuni o rendano invisibili i loro reciproci avversari.

Certo, in vent’anni, il mondo emerso nel 2001 è stato più volte ribaltato, dalle rivolte arabe del 2011 agli effetti sempre più concreti del cambiamento climatico; dall’intensificazione e diversificazione dei flussi migratori all’arrivo di leader di estrema destra alla guida di grandi democrazie in Brasile o negli Stati Uniti; dalla diffusione delle reti sociali alla morsa del Gafam (Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft)…

Sarebbe quindi inutile pensare alla politica contemporanea solo in termini di choc dell’estate del 2001, anche se il segnale della riconquista dell’Afghanistan da parte di un regime talebano che ha dato rifugio agli ingegneri del terrore dell’11 settembre potrebbe indurre a credere che il pianeta non sia cambiato così tanto in due decenni. Ma sarebbe altrettanto sciocco non capire come rimaniamo gli eredi del 2001 e delle diverse configurazioni politiche che erano strutturate vent’anni fa.

Naturalmente, il 2001 non è un inizio assoluto, e potremmo sempre andare più indietro per cogliere gli avvertimenti che la svolta del XX e XXI secolo ci ha portato non in una crisi del capitalismo, ma in un “capitalismo di crisi”, per parlare come il Comité invisible.

Tra i tanti esempi, già nel 1974, in relazione alla crisi ecologica, il filosofo André Gorz, come spesso accade con i profeti, scrisse parole che risuonano fortemente nel contesto attuale della gestione delle crisi sanitarie: “La rabbia popolare sarà deviata, attraverso miti compensatori, contro comodi capri espiatori (le minoranze etniche o razziali, per esempio, i “capelloni”, i giovani…) e lo Stato non baserà più il suo potere che sulla potenza dei suoi apparati: burocrazia, polizia armata, milizie riempiranno il vuoto lasciato dal discredito della politica dei partiti e dalla scomparsa dei partiti politici”.

Ma qualunque sia la genealogia che possiamo dare ai nostri impedimenti contemporanei, è ovvio che alcuni di essi hanno la loro origine in modalità che sono state catalizzate durante quei pochi mesi dell’anno 2001. E che può essere utile spacchettarle per sperare di emanciparci da esse. Possiamo identificarne almeno tre, senza pretendere di essere esaustivi.

In primo luogo, il terrore jihadista, esercitato in Oriente o proiettato in Occidente, ha cambiato profondamente il nostro rapporto con la politica e più specificamente con le forme che i conflitti dovrebbero assumere. In un libro di interviste rielaborate, stranamente tradotto come Le Concept Du 11 Septembre ma inizialmente pubblicato più chiaramente con il titolo Philosophy in a Time of Terror, i pensatori Jürgen Habermas e Jacques Derrida hanno preso la misura dello spostamento imposto dall’evento dell’11 settembre, ognuno dalla propria traiettoria.

Da quel giorno, ha ammesso Habermas, “non smetto mai di chiedermi se, di fronte a eventi di tale violenza, tutta la mia concezione di attività orientata alla comprensione, quella che ho sviluppato a partire da La teoria dell’azione comunicativa, non stia sprofondando nel ridicolo”.

Quanto a Jacques Derrida, ha ammesso: “In questo scatenarsi della violenza senza nome, beh, se dovessi farlo in una situazione binaria, mi schiererei. Nonostante le mie riserve radicali sulla politica americana e anche europea, e più in generale sulla coalizione “internazionale antiterrorista”, nonostante tutto, nonostante tutti i tradimenti di fatto, nonostante tutte le violazioni della democrazia, del diritto internazionale alle istituzioni internazionali che gli Stati di questa ‘coalizione’ hanno essi stessi fondato e sostenuto in una certa misura, mi schiererei con il campo che lascia, in linea di principio, nel diritto, una prospettiva aperta alla perfettibilità in nome della ‘politica’, della democrazia, del diritto internazionale, delle istituzioni internazionali, ecc.

Tuttavia, mentre questi due pensatori hanno fatto uno sforzo per destabilizzare le proprie posizioni al fine di essere all’altezza della situazione, la sensazione prevalente è che siamo entrati in un’epoca di posizioni e pensieri congelati. Come conseguenza della violenza jihadista, è in particolare tutta la questione se a volte possa essere necessaria una “politica della violenza, ancor più della violenza politica”, per usare i termini impiegati dal ricercatore Julien Allavena durante il suo intervento al suddetto colloquio intitolato “Da Genova a Genova (1960-2001): la razionalizzazione della violenza politica all’interno dei movimenti autonomi”, che è stata evacuata.

Ogni marcia di protesta, ogni movimento sociale è ora passato al setaccio attraverso questa categoria politicamente confusa di “violenza”, mettendo chi attacca la facciata di una banca sullo stesso piano dei terroristi esperti.

Al contro-vertice di Genova, tuttavia, è stato accettato il principio che è possibile, senza necessariamente farli coincidere, mettere insieme tattiche politiche molto diverse nel tentativo di penetrare la zona rossa del G8. I Black Bloc hanno così “partecipato in anticipo alle discussioni sull’occupazione degli spazi”, come ha sottolineato la ricercatrice Leyla Dakhli durante la stessa conferenza tenuta in occasione del ventesimo anniversario del contro-summit di Genova.

Dalla manifestazione pacifica al Black Bloc preparato allo scontro con le forze dell’ordine; dal “Blocco Rosa” che pretendeva di combinare festa e protesta alle “Tute Bianche” decise a sfondare le barriere con i loro soli corpi, si è quindi manifestato un ampio spettro di metodi utilizzati per sfidare l’ordine esistente.

Da allora, tutto è accaduto come se l’idea che si possa a volte dover andare oltre i quadri istituzionali della protesta per ottenere vittorie politiche fosse ormai negata, a priori e in modo assoluto, ai cittadini. Il principio, per quanto vecchio, che considerava le manifestazioni come momenti di scambio politico tra le autorità e l’opinione pubblica, è stato abbandonato a costo della vulgata che non è la strada a governare e di una maggiore repressione poliziesca, come hanno constatato i sociologi Fabien Jobard e Olivier Fillieule.

Un altro sconvolgimento politico da cui siamo lontani dal sapere come uscire: il “momento 2001” segna il punto di partenza, o almeno l’accentuazione vertiginosa di un meccanismo micidiale in cui il complotto su larga scala, inaugurato dalle tesi di Thierry Meyssan che affermano che l’11 settembre è stato orchestrato dalla CIA, e le bugie di stato si alimentano a vicenda. Al punto da fratturare le società in campi totalmente inconciliabili, non parlando più la stessa lingua e non condividendo più un terreno comune, nemmeno per confrontarsi.

Tutti ricordano ancora il discorso di Colin Powell all’ONU nel 2003 sulle armi di distruzione di massa presumibilmente detenute da Saddam Hussein per giustificare l’invasione dell’Iraq. Se quello che il Segretario di Stato di George W. Bush ha poi presentato come una “macchia sulla sua carriera” era lontano dall’essere la prima bugia ufficiale dichiarata pubblicamente nella storia, era comunque una pietra miliare nel crescente divorzio tra cittadini e governanti. Una sfiducia che è diventata sfiducia e di cui tutta una parte è stata catturata dalle teorie del complotto che beneficiano della potente camera di risonanza delle reti sociali che hanno sconvolto la definizione stessa dello spazio pubblico.

In un periodo di crisi sanitaria come quello attuale, questo meccanismo mortale catalizzato dall’11 settembre 2001 è all’opera come non mai e non si risolverà opponendo il “campo della Repubblica e della ragione”, secondo il segretario di Stato agli Affari europei, Clément Beaune, a tutti coloro che, non condividendo le opinioni o le affermazioni del governo, sarebbero necessariamente presi nelle grinfie dell’oscurantismo e del separatismo.

Infine, dal Patriot Act americano alla legge sulla Sécurité quotidienne approvata dal governo Jospin poche settimane dopo l’11 settembre; dalle disposizioni eccezionali antiterrorismo che sono diventate parte della legislazione attuale alla legge sulla sicurezza globale della presidenza Macron, l’ossessione della sicurezza ha causato “la mutazione della democrazia”, per usare le parole del filosofo Giorgio Agamben.

Giudicando che stiamo assistendo a una profonda evoluzione dallo “Stato di diritto allo Stato di sicurezza”, il pensatore italiano scriveva in conclusione di un testo pubblicato da Le Monde diplomatique qualche anno fa che “ponendosi sotto il segno della sicurezza, lo Stato moderno lascia il regno della politica per entrare in una terra di nessuno di cui è difficile percepire la geografia e i confini e per la quale manca la concettualità”. Questo stato, il cui nome etimologicamente si riferisce a un’assenza di preoccupazione (securus: sine cura), non può che renderci più preoccupati per i pericoli che pone alla democrazia, poiché la vita politica è diventata impossibile in esso, e democrazia e vita politica sono – almeno nella nostra tradizione – sinonimi. Di fronte a un tale stato, dobbiamo ripensare le strategie tradizionali del conflitto politico.

A partire da questi patrimoni politici, se non forgiati, almeno congelati o induriti durante questi pochi mesi del 2001, possiamo allora riappropriarci dei termini della battaglia politica, non cedendo alla violenza terrorista o nichilista, senza evacuare la dimensione conflittuale della democrazia, in un momento in cui essa sta tradendo molte delle sue promesse? Esigere la “libertà dalla preoccupazione” nel senso di sicurezza sociale, professionale e personale, non di sicurezza antiterrorista o “culturale”? Trovare una distanza tra il rifiuto delle menzogne di Stato o dei discorsi sconnessi dall’alto e la sfiducia generalizzata o la cospirazione?

Ci sono già diversi percorsi ed esperienze che delineano una politica che si districa da questi patrimoni, a livello locale o in reti internazionali. Ma la loro capacità di emanciparsi dalla sensazione che un altro mondo non sia realmente possibile può richiedere un’alleanza contro un avversario comune, le cui caratteristiche stanno diventando sempre più salienti, anche se è sembrato a lungo evolvere sotto il radar.

Questo avversario viene sempre più spesso chiamato “liberalismo autoritario”, mentre il liberalismo, compresa la sua versione neoliberale, aveva ampiamente beneficiato della consolidata convinzione di essere intrinsecamente legato alle libertà personali e preoccupato dell’emancipazione degli individui.

All’epoca dell’11 settembre 2001, sembrava difficile non schierarsi dietro la bandiera della libertà brandita dalle democrazie liberali di fronte agli attacchi terroristici e alle minacce fasciste del jihadismo. Negli ultimi due decenni, tuttavia, è diventato sempre più chiaro che questa stessa nozione di libertà ha subito un rapimento reazionario, la cui scena inaugurale risale anch’essa a un 11 settembre. Non nel 2001 a New York, ma nel 1973 a Santiago del Cile.

Quel giorno, il generale Pinochet ha rovesciato nel sangue l’esperimento socialista e democratico del presidente Salvador Allende per instaurare, insieme ai “Chicago Boys” discepoli dell’ultraliberista Milton Friedman, un regime sotto forma di alleanza tra uno “stato forte” e una “libera economia”.

Certo, questo liberalismo autoritario ha facce più o meno “umane” e, come scrive il filosofo Grégoire Chamayou, che ne ha scritto una genealogia, “Pinochet non poteva nemmeno essere esportato in tutti i paesi. Per stabilire l’ordine neoliberale, la dittatura militare è un’ultima risorsa, non un modello universalmente generalizzabile. Tuttavia, per disciplinare le società di fronte ai danni dell’utraliberalismo, comporta sistematicamente una crescente verticalizzazione del potere.

Identificare più chiaramente l’avversario comune non sbloccherà tutto ciò che era legato nel 2001. Ma forse offre almeno la possibilità di non lasciarsi rinchiudere nella falsa alternativa che consiste, dall’11 settembre 2001, nel pretendere in un modo o nell’altro di essere nel campo di una “libertà” neoliberale sempre più autoritaria e inegalitaria. Altrimenti, ci troveremo complici dei crimini della jihad.

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