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Memoria, le onde lunghe della Pantera

Dalla Bottega del Barbieri peschiamo un articolo del “nostro” Checchino Antonini a trentadue anni dalla Pantera

Scene di caccia nella capitale. Da ventiquattr’ore 
una grossa pantera tiene in scacco poliziotti, 
carabinieri, personale dello zoo, un domatore 
e perfino un elicottero. L’animale è stato avvistato 
l’altra notte sulla via Nomentana 
all’altezza del Raccordo Anulare…”.

Così scrive l’Unità, in cronaca di Roma, il 28 dicembre dell’89. La Pantera non sarebbe mai stata acciuffata e alcuni giorni dopo due pubblicitari inventano lo slogan «la pantera siamo noi» e lo regalano agli occupanti della Sapienza che al rientro dalle vacanze di Natale avevano seguito l’esempio dei loro colleghi palermitani che già il 5 dicembre avevano occupato Filosofia e poi il resto dell’Ateneo.

«Movimento politico informale ascrivibile all’area antagonista di sinistra che a cavallo del 1990 animò proteste in ambito universitario in numerose città italiane. Mutuò il nome dall’omonimo felino che venne visto vagare imprendibile nelle campagne romane durante la primavera del 1990. La localizzazione principale delle attività fu a Roma dove, oltre alle manifestazioni, affissioni di manifesti, assemblee e occupazioni di locali e mense, verificatesi anche in numerose altre città italiane, si ebbero scontri tra studenti e polizia. Le proteste si appuntarono soprattutto sugli effetti dell’autonomia statutaria degli Atenei, prevista da una legge del 1989 e criticata come foriera di “privatizzazione” del sapere, sull’inadeguatezza delle strutture, sull’aumento delle tasse universitarie e su questioni tradizionalmente importanti nella vita degli studenti. Forti furono anche le connotazioni antimilitariste e di politica generale. Il movimento a Bologna ebbe vasto seguito e coinvolse anche gli studenti Medi. In questo capoluogo 26 persone furono indagate per danneggiamenti a proprietà dell’Università».

Quattordici anni dopo la sintesi redatta da un poliziotto fu brutale e sbrigativa. E inesatta. Questa definizione della Pantera, infatti, è contenuta in una nota, la n.ro 3424/03-21, redatta nel febbraio 2004 dalla Digos di Bologna ispirata dall’ossessione che i movimenti sociali non sarebbero altro che la culla del terrorismo. Un adagio intonato anche dai commentatori dell’epoca che sparavano giudizi sommari, insinuanti, volgari. Montanelli, che sarebbe diventato un idolo per certa “sinistra” abbagliata dalla paura per un berlusconismo che interpreterò a meraviglia, fu all’altezza della sua capacità polemica anticomunista. Stupisce a posteriori il giudizio di Giorgio Bocca che bollò il movimento in virtù di una presunta superiorità del privato rispetto al pubblico (si veda Loredana Colace e Susanna Ripamonti, Il circo e la pantera. “I mass-media sulle orme del Movimento degli studenti”, edizioni Led, 1990). A G.S. su La Stampa di Torino sembrò che «il vento di una protesta studentesca che qua è là appare intollerante e manichea rischia di risvegliare certi fantasmi sconfitti venti anni fa». Saverio Vertone saltò ancora più all’indietro su L’Europeo: «E’ fin troppo evidente che si tratta di un movimento finto, imitativo, ricalcato sul Sessantotto, perfino retrivo, contrario all’innovazione, senz’anima (ammesso che i movimenti ne abbiano una), sprovvisto anche di quel delirio rivoluzionario che vent’anni fa spingeva ciecamente gli studenti all’assalto di orizzonti illusori». Perle che ritrovo sfogliando un vecchio numero di Avvenimenti, settimanale che era stato aperto da poco da Claudio Fracassi e che avrà un ruolo importante in quella stagione. Le citazioni apparivano sotto la testatina di “Complimenti per l’informazione”. A inaugurare la serie fu Enrico Arosio su L’Espresso: «Non sarà facile per gli studenti di Palermo esportare la loro rivolta in altre città d’Italia». E sentite Alberto Ronchey, dal Corsera: «Quale oscura sequenza del messaggio cromosomico determina questa coazione a ripetere il plagio da una generazione all’altra? Ecco ancora facoltà universitarie occupate, portoni sbarrati, esami bloccati, assemblee permanenti».

I ragazzi dell’85 vanno all’università

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Lo spettro del protagonismo studentesco era, ed è, ben radicato nel subconscio di chi ha il compito di guardiano dell’ortodossia liberista. E l’irritazione è pari all’incapacità di una lettura adeguata di quello che bolle in pentola quando fa irruzione sulla scena un nuovo movimento sociale.

La Pantera fu molto di più, più ancora delle culture politiche e delle sottoculture giovanili che incrociò. Fu molte cose insieme e, paradossalmente, almeno in apparenza, una delle sue radici affonda nell’antimafia popolare, nella Primavera di Palermo, nella battaglia per una nuova legalità. Dal basso. Dentro il dato Oxfam per cui l’Italia è uno dei paesi più ingiusti e disuguali, con l’1% della popolazione che ha il 70% delle ricchezze, è contenuta anche la rapina da parte delle mafie sulle vite delle persone e sulle risorse della società. In altre parole, è impossibile leggere l’involuzione in senso iperliberista di questo paese senza considerare la compartecipazione delle mafie ai processi di ristrutturazione e trasferimento della ricchezza dal basso verso l’alto. Proprio per questo, uno degli occupanti palermitani – “sbirro” e per di più romanziere, mi raccontò, anni addietro, di aver scelto in quell’epoca di entrare in Polizia come una modalità per concretizzare la guerra a Cosa nostra. La mobile di Palermo, l’unica in Italia ad avere una sede autonoma, fuori dalla questura, era vista con ammirazione dai giovani della primavera antimafia. Che poi erano quelli che, da liceali, occuparono le scuole nell’85 e più tardi le facoltà. In tutta Italia. Un legame che ricorda Monica Di Sisto, ora giornalista e attivista nei circuiti dell’economia solidale. «Arrivavamo dai ragazzi dell’85 dove abbiamo vissuto rapporti molto complicati con i soggetti organizzati che non volevano le occupazioni contro la Falcucci – ricorda – a Roma eravamo nel coordinamento degli studenti medi e avevamo già una relazione con i palermitani, con i quali avevamo occupato contro Falcucci, e che sostenevamo nelle battaglie dell’antimafia popolare». Un rapporto che durerà negli anni, «quando Falcone e la sua scorta furono fatti saltare a Capaci, era il ’92, in mezz’ora noi romani eravamo già sul treno per Palermo». Di Sisto racconta di come la sua generazione «si riversò nelle occupazioni delle facoltà facendo cose “strane”: cineforum, gruppi di lavoro, che i più politicizzati non capivano. Discutevamo delle privatizzazioni, della fine del lavoro, di una precarizzazione che già sperimentavamo. Successe a Lettere della Sapienza che il “gruppo logistico”, cui ero stata destinata per il mio innato pragmatismo, si riunì per decidere se fosse più democratico occupare con una dichiarazione o semplicemente occupando, come avvenne. Era già un segnale della frattura latente, generazionale e culturale, con le culture del Pci o dell’Autonomia che tendevano a un rapporto più strumentale con il movimento. Con Dp c’era più dialogo, votavamo quella roba là». Di Sisto rappresenta quella soggettività che avrebbe intrecciato la militanza con il volontariato, contaminando i luoghi del movimento studentesco con i temi dell’antimilitarismo (cosa che, abbiamo visto, non è sfuggita alla Digos), del commercio equosolidale – lei stessa faceva i turni con altri studenti occupanti nelle primissime botteghe del Ctm – dell’agricoltura bio, dell’economia circolare, della solidarietà che iniziava a prendere le forme dell’accoglienza. Un pezzo di quello che sarebbe diventato un vero e proprio movimento antirazzista s’era fatto le ossa, a fine estate, facendo un «salto nel volontariato» costruendo un Villaggio della solidarietà nel Casertano, a Villa Literno, dopo l’uccisione di Jerry Masslo, un bracciante di trent’anni ucciso da camorristi in una rapina finita male. A Roma, a Firenze, a Bologna, gli studenti diedero vita a momenti di solidarietà con i migranti, il Magistero Occupato ospitò un vertice di due associazioni di immigrati dell’Africa del Nord e dell’Asia e alla Sapienza spuntò la Commissione interetnica, animata soprattutto da chi studiava e insegnava antropologia. «E Di Liegro (allora direttore della Caritas romana, ndr) ci spedì alla Pantanella», dice ancora Di Sisto ricordando l’occupazione da parte di centinaia di immigrati di una vasta area industriale dismessa, dopo la chiusura dell’omonimo pastificio, incastonata tra la Prenestina, la Casilina e la Tangenziale, tra Piazza Lodi e Porta Maggiore. «Insomma – conclude l’attivista – il luogo dell’occupazione era vissuto in modo funzionale per discutere non solo degli assetti dell’università, delle sue disfunzioni, delle alternative alla Riforma Ruberti ma anche per aggregare su temi come la città, le dipendenze, le emergenze». Dieci anni dopo la Pantera, Di Sisto sarà tra le protagoniste della costruzione della Rete Lilliput (comboniani più Wwf più botteghe più campagne contro il debito e altri gruppi di cristiani non violenti) che intendeva bloccare il gulliver malvagio del liberismo con fili lillipuziani, azioni e pratiche capillari. Era tra le “mani bianche” in Piazza Manin a Genova, quelle che furono travolte da una delle cariche più brutali della celere. Lilliput fu infatti una delle anime del movimento dei social forum, tra il ’99 e la metà degli anni Zero – altre anime di quella stagione scaturirono dall’onda lunga del dopo Pantera: le tute bianche, le nuove leve dell’Arci, del mondo femminista, dei movimenti ambientalisti, il media-attivismo, il nuovo internazionalismo delle reti di solidarietà antirazzista e del movimento contro la guerra. I “reduci” della Pantera avrebbero avuto un ruolo cruciale nell’insorgenza altermondialista, assieme ai coetanei europei che, negli stessi mesi del 1990??, dettero prova di vitalità nei college londinesi martoriati dalla signora Thatcher, ad Atene e Salonicco, a Parigi, Amsterdam, Berlino Ovest, Praga, Bucarest, Vienna.

Nulla fu come prima, nulla è come allora

L’amore-odio con le appartenenze preesistenti al movimento, di cui riferisce Di Sisto – dimostra che c’è una dialettica continuità-rottura nel rapporto di quelle generazioni con il passato prossimo, ci sarà, durante i mesi delle occupazioni, un rimescolamento delle identità e un processo di contaminazione che durerà molto oltre lo sgombero delle facoltà. Questa è la pista che invita a seguire questo intervento per sottrarre la Pantera al giudizio sommario di chi la vorrebbe sconfitta fin da quella primavera del 1990 in cui disoccupò le facoltà. Se dal punto di vista strettamente vertenziale non vinse, fu comunque, la Pantera, il primo movimento di massa contro un processo di privatizzazione che avrebbe investito anche il resto della società e che ancora non è compiuto, né – come dimostrano i 27 milioni di Sì alla ripubblicizzazione dell’acqua nel 2011 – il suo esito è scontato. Bocciature di massa del liberismo che il ceto politico bipartisan che governa da allora non ha mai voluto prendere in considerazione.

La riforma Ruberti non fu un pretesto, come si scrisse allora sulle pagine dei giornali più blasonati, ma certo c’era un desiderio incomprimibile di un altro mondo possibile e di nuova socialità nelle pratiche di riappropriazione degli Atenei. «La dimensione di cambiamento vero non avviene sul piano della politica ma su una dimensione più profonda, più strutturale», dice Angelo Mastrandrea, allora matricola fuorisede a Giurisprundenza di Salerno e poi giornalista (il manifesto, Internazionale) e scrittore (l’ultimo titolo è stato pubblicato bilingue in Francia dalla Maison des Écrivains Étrangers et des Traducteurs, Meet, di Saint-Nazaire: Le Calabrais qui émigra à Macondo). Mastrandrea allude alle relazioni sociali e culturali che emersero nelle e dopo le autogestioni, a quel tessuto di autoproduzioni di cui scriverà Sandrone Dazieri a metà del decennio in Italia overground: mappe e reti della cultura alternativa (Castelvecchi 1996).

Dopo gli anni 70, infatti, «un mondo che produceva sapere alternativo, talvolta dirompente e spesso geniale, fu smantellato pezzo a pezzo», scrisse Dazieri osservando una distesa di riviste chiuse, archivi sequestrati, radio spente, spazi chiusi, situazioni devastate da piombo, eroina, galera. Dopo la Pantera, Dazieri prende nota della riapertura delle radio, registra la vivacità di vecchie e nuove case editrici, censisce il fiorire di autoproduzioni musicali senza tuttavia che si ricostituisse un circuito alternativo totalmente autonomo, «una rete culturale tale da poterci far intravedere una via per l’assalto al cielo, nemmeno la via sbagliata». Nell’epoca della totale coincidenza tra tempo di vita e tempo di lavoro, nel post-fordismo, la sfera della comunicazione è, per Dazieri, «un immenso calderone dove elementi differenti si compenetrano, linguaggi si mescolano e codici si interscambiano». Sì, ma dove? Nei centri sociali, innanzitutto, dove si sarebbero riversati moltissimi ex occupanti di facoltà e licei. Mastrandrea conferma: «Nella mia biografia conta più il dopo-Pantera: con il movimento studentesco che aveva costruito un suo spazio nel campus, avrei fatto le prime esperienze di giornalismo. Fondammo un giornale, Articolo3, che ci serviva per mettere sotto inchiesta l’università, scrivevamo del business delle lezioni private dei nostri baroni, della presenza dei fascisti del Fuan, della condizione abitativa dei fuorisede. E’ stato un crescendo, fino alla nascita di un centro sociale, l’Asilo Occupato, in un edificio che non poteva essere utilizzato perché per sbaglio la porta era stata ricavata proprio sui binari della ferrovia». Questa istantanea da Salerno ci restituisce almeno tre elementi di quella stagione di movimento: la rinascita dell’informazione alternativa, l’esodo verso i centri sociali o comunque spazi da sottrarre – questo il terzo elemento – a un degrado determinato dal malaffare se non proprio dalla criminalità organizzata. Non è un caso che, oltre a il manifesto, unico quotidiano alternativo sopravvissuto agli anni 70, fu il neonato settimanale Avvenimenti, animato da ex di Paese Sera (storico quotidiano romano di area Pci), da una nuova leva di cronisti di inchiesta e dai compagni di strada di Giuseppe Fava, il cronista catanese trucidato da Cosa Nostra, a documentare meglio sia la primavera antimafia sia la Pantera a cui dedicò un inserto autogestito da studenti che sarebbero diventati firme del nuovo giornalismo d’inchiesta e di movimento. Al racconto in presa diretta e in prima persona delle esperienze di occupazione, il settimanale da cui quattordici anni dopo, scaturirà l’esperienza di Left, accompagna l’inchiesta puntuale sugli affari che i Rettori si preparano a gestire qui e nel resto d’Europa (il trattato di Maastricht è atteso per il 1992), sulla berlusconizzazione della cultura, sui tentativi del movimento studentesco di collegarsi con le lotte sindacali, ad esempio, alle Poste contro l’esternalizzazione ai privati di alcuni servizi, o degli edili contro gli scandali dei cantieri di Italia 90, gli stadi dei mondiali. «Si lavora e si studia come non si è mai studiato. Nella notte si intrecciano le telefonate fra Genova e Roma, fra Palermo e Camerino…», scrivevano Paolo Petrucci e Riccardo Orioles in uno dei primi reportage cogliendo proprio il dato dell’educazione, anche sentimentale, di una «nuova generazione di cittadini».

Saperi critici in rete

Se ogni facoltà sarà l’embrione di saperi critici, tutte sono il covo, o il nodo, di una rete di relazioni intensissime tra gli studenti e tra loro e i territori reali o virtuali. «A Roma nell’ottobre 1989 si respiravano appuntamenti a venire, ancora senza data, ma che davano il senso di una ineluttabile prossimità. Ci saremmo rivisti. Poche settimane dopo nelle facoltà occupate», rileggo in un saggio del 2017 di Giuseppe Allegri, ricercatore indipendente (“Alle origini di un trentennio insubordinato. Autobiografia di sommovimenti cognitari indipendenti” in Culture del Lavoro 4, accessibile in rete). Era la stessa aria che Allegri avrebbe respirato sul lungomare di Genova, al concerto di Manu Chao la notte prima che iniziassero le tre giornate del luglio 2001. Nella comprensione, da parte del movimento, delle finalità della trasformazione tardo-capitalista, Allegri coglie anche l’avvento delle mutazioni del lavoro della conoscenza e, soprattutto per quel che riguarda questa pista, la ribellione «alla generale psico-patologia delle passioni tristi prodotte da una vita contro sotto il giogo di un lavoro nel quale il reddito era sempre meno garantito». L’autonomia del movimento rispetto al presente si manifestava in una «una festa permanente, come la Comune di Parigi letta dai Situazionisti, con la capacità di far saltare i tradizionali steccati tra contro e sotto-culture, underground e attivismo culturale mass-mediatico. Gli studenti chiedevano il riconoscimento del dato costituente della loro indipendenza, cioè l’autonomia delle proprie vite, rispetto alle cattedrali sempre più burocratizzate e refrattarie delle discipline accademiche». E’ l’inizio di quello che Dazieri chiama «identità intermedie, il viaggiare borderline tra la strada e le nuove tecnologie». Tra sopra e sottosuolo. Overground, appunto, dove Dazieri farà muovere nel decennio successivo il suo Gorilla, protagonista di diversi suoi noir. «La sfera culturale è ormai una galassia che senza sosta si contrae e si espande, ruotando di segno i simboli e incrociando le parallele; i locali più trendy si agghindano da centri sociali di lusso, stesse star e quasi stesso pubblico; le major della carta stampata rubano tematiche alle case editrici di movimento (…) i rave vengono organizzati dai gestori delle discoteche romagnole come dai gruppi meno istituzionali, e tutti alla fine si strafanno delle stesse droghe». Se oggi nulla è come allora, in quel periodo fu chiaro a tutti che nulla sarebbe stato come prima. «La produzione contro-culturale che non riesce più a costituirsi come sistema autonomo e separato (…) è costretta a giocarsi in pieno sole in un contesto sociale completamente nuovo, schegge di percorsi alternativi che definiamo, per opposizione al passato, overground».

Era l’inizio degli anni ’90 quando quattro ricercatori genovesi si sono messi intorno ad un tavolo e hanno cominciato a chiedersi «”ma cosa sta succedendo intorno a noi”? Perché c”è un sacco di gente che passa il proprio tempo libero coinvolta in progetti creativi”? Quali sono le matrici soggettive e oggettive di tutto questo fermento e bisogno di esprimersi?» (L’officina dei sogni di Massimiliano Di Massa, Massimo Caccialanza, Maria Teresa Torti, Costa & Nolan 1994). Era l’aria di Genova e le orme della Pantera che stavano producendo una scena quantomai vivace in un contesto percepito spesso come periferico. «Una città come Genova – inserita, secondo un ragionamento puramente teorico nell’area ‘ricca’ del paese – diventa il luogo di concentrazione e di rielaborazione di una miriade di messaggi che corrono lungo le maglie di una rete di relazioni, formata da altre reti; il concetto di network si afferma in tutta la sua pienezza. I luoghi istituzionali (oramai non più molto) della veicolazione e della produzione dei beni immateriali, la fabbrica del senso si sfalda insieme allo sgretolamento degli apparati tradizionali del consenso e dell’opposizione» (cit.). Scoprirono, in questa «esplorazione trasversale della produzione culturale dei gruppi giovanili» un’«officina diffusa» che in una manciata di anni divenne un pezzo di quel centro del mondo che fu Genova nel 2001.

Furono censiti circa 300 gruppi che facevano attività di produzione culturale coinvolgendo diecimila coetanei tra protagonisti e fruitori. «Centinaia di gruppi che, lontani dai luoghi di decisione e di produzione del mercato e dalle reti istituzionali, non si limitano a “suonare” o ad andare a scuola di danza, ma producono originali linguaggi creativi». Una «galassia mobile» di eventi, attori, codici e rituali che deve molto alla Pantera e si dispiegherà nella stagione dei centri sociali di II generazione e nelle pratiche che confluirono nella stagione dell’altermondialismo. «L’Officina (e il titolo di quel libro fu una sorta di tributo) era il nome della prima occupazione di Genova. Dovemmo andar via perché il tetto era pericolante in quella ex chiesa del quartiere Madre di Dio demolito per far posto agli orrendi Giardini di Plastica». La Pantera sorprese Luca Queirolo Palmas mentre preparava una tesi in Scienze Politiche sul rapporto fra populismo e movimento operaio in Argentina. Queirolo, che tre anni prima aveva preso l’ultima tessera di Dp, si trovò tra gli occupanti del Polo delle Fontane, a dicembre ’89, sulla scia di Palermo. «Il grande dibattito fu se fare o non fare il “Natale rosso” là dentro. Poi molti di noi decisero di andare a festeggiare Capodanno a Palermo. Al ritorno ci furono molte facoltà occupate anche a Genova, soprattutto quelle umanistiche. Si ruppe la parcellizzazione “gruppettara” tra gli studenti e l’egemonia la svolsero i cosiddetti “trasversali” che altrove avrebbero chiamato cani sciolti. Ma qui fu qualcosa di più, quegli studenti senza un’appartenenza specifica riuscirono ad aprire uno spazio di comunicazione, a rendere visibile un’anima più liquida e creativa».  «E l’esodo della Pantera, con la fine delle occupazioni, fu lo sciamare di quelle energie nei nuovi centro sociali, e nel fiorire di circoli Arci e locali nel centro storico dove, allora, non c’era traccia di movida», ricorda infine Palmas, che oggi insegna Sociologia visuale e Sociologia dei processi migratori a Genova e che sta per dare alle stampe, per Meltemi, Underground Europe, «sull’arte di saltare i muri e passare i confini».

Dalle facoltà occupate ai social forum

Dopo l’aria di Roma, Genova e quella di Salerno, c’era l’aria di Bologna, quella che respirava Silvia Ballestra, e che Pier Vittorio Tondelli, rivolto ai suoi “altri libertini”, aveva esortato a fiutare per “strapazzare le nubi all’orizzonte”. Ballestra era una fuorisede marchigiana alla facoltà di Lingue. Di ritorno da Parigi, quell’anno, trovò il rettorato occupato e migliaia di suoi compagni che avevano sfidato lo strapotere del “venerabile” rettore Roversi Monaco, «un sussulto di impegno dopo tanto, è stato importante come tutta la Bologna dei primi anni Novanta. C’era già l’Isola del Kantiere», racconta, occupato due anni prima in una porzione dell’Arena del Sole in via di ristrutturazione, e sgomberato un anno dopo la Pantera. Abbastanza perché fosse la culla dell’hip-hop bolognese, l’Isola Posse, abbastanza perché Ballestra potesse spedirci Antò Lu Purk, uno dei protagonisti del suo romanzo “La guerra degli Antò” (Transeuropa, 1992). C’era il “sound” della Pantera, come avrebbe detto Tondelli. «Tondelli, da Milano, mi chiese un racconto sulla Pantera e io non lo scrissi perché era un’esperienza troppo fresca, non sapevo se sarebbe stata cronaca o letteratura. Lui scrisse, nell’introduzione all’antologia degli Under 25, che la mia motivazione era stata che non volessi farmi portavoce di un’esperienza che era collettiva. Secondo lui era una sorta di filiazione degli anni 70, era quell’aria bolognese che dopo è sparita del tutto, forse ora ci saranno le sardine che sono nate a Bologna». I primi racconti Ballestra li avrebbe scritto due mesi dopo. «La vera rivoluzione sarebbe stata la rete e in Italia se ne accorsero questi spazi underground, ricordo la notte in cui conobbi proprio a Bologna un Bbs (Bulletin Board System, antesignano di internet), ricordo i Cyberpunk, visionari e anticipatori», dice ancora Ballestra che dieci anni dopo sarà tra i 300mila di Genova, «il primo movimento che si è raccontato in tempo reale». Ora vive a Milano e fa la scrittrice a tempo pieno, anche nel suo recentissimo “La nuova stagione” (Bompiani) c’è l’eco dei viaggi di formazione a Londra, tra gli squat, e delle esperienze di teatro sperimentale di quegli anni, «che dopo non hanno più trovato spazio. Non riesco a slegare la creatività e l’aspetto politico che in quegli anni erano molto legati».

«C’è stato un prima e un dopo la Pantera, la mia vita era una cosa e dopo è diventata un’altra», ha testimoniato Milton, un occupante di Scienze Politiche di Roma, trent’anni dopo, partecipando al convegno e al forum organizzati alla Sapienza e alla Città dell’Altra Economia il 17-18 gennaio 2020. Non è possibile scindere la dimensione politica, lo spessore culturale, dall’esperienza di socializzazione messa in moto dalle pratiche di occupazione e autogestione. Un elemento che fu colto in corso d’opera da storici, sociologi e antropologi (solo per citarne alcuni, Filippo Viola, Sandro Portelli o Massimo Canevacci) che aderirono al movimento e promossero ricerche in presa diretta. «Da freddi e scadenti, gli spazi dell’università e i rapporti umani si trasformarono. Fu la riappropriazione di uno spazio ostile che avevamo vissuto male – dice anche Gino Satta, ora antropologo all’Università di Bari dove si occupa dei processi di patrimonializzazione e riconfigurazione delle culture locali nei processi di sviluppo – mi sono laureato in quella che, durante la Pantera, era stata la stanza del Sacoa». Sacoa: Servizio approvvigionamento cibarie occupazione autogestione. La vita nelle facoltà prendeva le forme di un ibrido fra il luogo di studio, il centro sociale, la bottega solidale, il centro culturale. «Era stato uno spazio mio», sottolinea Satta. «Dopo la Pantera la mia continuazione è stata nel movimento contro la riforma Gelmini nel 2010, ero ricercatore a Modena e aderii alla Rete 29 Aprile». La rete era scaturita da un’assemblea nazionale tenutasi nel 2010 a Milano: divenne il punto di riferimento principale per circa 10mila ricercatori universitari, indisponibili alla didattica in 37 atenei, che si battevano per la democratizzazione dei governi di ateneo.

Derive nella metropoli e approdi nei centri sociali

«E’ l’occupazione che fa gli occupanti, non il contrario. Così come sono le rivoluzioni a fare i rivoluzionari»: a parlare, ora, è il Duka. Si fa chiamare come David Bowie, ma è nato e vive nel quartiere di San Basilio a Roma, classe 1963, all’epoca dei fatti era anche lui a Lettere alla Sapienza di Roma. Anche secondo lui le occupazioni, le feste, i concerti, i reading, il teatro, video, seminari furono cruciali per la formazione e l’educazione sentimentale di una nuova generazione di attivisti che, dopo la smobilitazione, sarebbero «andati alla deriva nella metropoli fino a trovare approdi nelle nuove isole, atolli dei centri sociali contaminandoli e rinnovando l’esistente. Parafrasando Tondelli si può dire che la controcultura a Roma sarebbe stato “un week-end lungo dieci anni”. Fino alla macelleria messicana del luglio 2001 e al crollo delle Twin Towers. Ora è un’altra storia, nessuno può prevederlo», dice il Duka che, al momento, sta lavorando a un romanzo ambientato nella seconda metà degli anni ’80.  La controprova la possiamo trovare in un libro di Beppe De Sario, “Resistenze innaturali. Attivismo radicale nell’italia degli anni ’80” (AgenziaX, 2009): «Nella fase calante delle occupazioni, … cominciarono itinerari singolari o di gruppo che avrebbero condotto centinaia di militanti, molti e molte delle quali ai primi esordi in politica, a sciamare nei centri sociali allora sulla scena e, nel giro di pochissimi mesi, ad affrontare nuove esperienze di occupazione. In tal modo, dopo lunghe fasi centrate sul sé e sul proprio vissuto, i centri sociali si trovarono di fronte a un’autentica onda culturale e generazionale di massa».

«I centri sociali, la Pantera, la musica – ha detto nel 1999, Militant A, degli Assalti Frontali – nel movimento era in corso un ricambio, nuove generazioni spingevano, noi spingevamo […] era partita una seconda ondata, solo a Roma più di venti, la mentalità di provincia accusava il colpo. Una fiammata sull’onda lunga della Pantera […] si andava affermando la seconda generazione di centri sociali, quella nata dentro luoghi già occupati. Con una preparazione e una qualità sovversiva subliminale. Istintiva. Con una comunicazione che si basava su gesti e corpi e non sull’espressione di un pensiero compiuto. Con un’identità che si nutriva di gesti immediati più che di consapevolezza. (da Storie di Assalti Frontali. Conflitti che producono banditi, Derive Approdi).

Vincere o perdere, che cosa significa?

In fondo alla pista sembra chiaro che interrogarsi sulla vittoria o sulla sconfitta di un movimento del genere «è un modo sbagliato di porre questioni, sia della vita, sia a proposito del conflitto. E’ una visione patriarcale, che presuppone ci sia qualcosa da perdere, anziché, cambiando la società, qualcosa da guadagnare per tutti. E’ una modalità muscolare, che contesto, di osservare il conflitto sociale». Claudio Vedovati, 26 anni nel ’90, romano, occupante a Lettere. «Frequentavo disordinatamente etnomusicologia, Villa Mirafiori (sede distaccata della facoltà di Filosofia, nda), storia moderna, lavoravo al Crs, il Centro di riforma dello Stato, e poi a Legambiente fino ad approdare, come insegnante, alla Scuola popolare di musica di Testaccio». Quello che dovrebbe trovare la politica, per Vedovati «è la capacità di produrre cambiamento, si tratta di spostare sé stessi e gli altri, cambiare gli equilibri e i rapporti di forza. La Pantera è uno di punti di visibilità di una storia molto più lunga e più complessa del sovrapporsi di più generazioni che tra gli anni 80 e l’inizio del millennio hanno cercato di fare qualcosa per questo Paese in mille forme. Sono le stesse persone che hanno campeggiato a Comiso contro i missili Cruise e Pershing, contro l’escalation nucleare tra le superpotenze, che hanno fatto le lotte contro l’energia nucleare, che hanno pensato la nonviolenza come risposta alla durezza del conflitto degli anni 70, che hanno fatto il movimento dell’85 fino a Genova, alla grande mobilitazione per un altro mondo possibile, è uno dei momenti di questa lunga storia da misurare su una serie di questioni e su un arco di tempo molto ampi», racconta ancora Vedovati ora giornalista Rai del Tgr Molise dopo una lunga esperienza nelle albe di Radio 3 Rai, «una classica storia di precariato intellettuale».

«Certamente la Pantera ha centrato il nodo tra sapere e mondo – aggiunge – e questo nodo non riguardava più solo l’università ma ogni ambito della nostra vita, viviamo in un’epoca in cui le competenze cognitive hanno acquistato una funzione sempre più importante anche nella produzione. E’ stato uno scavo che ha segnato la vita di tutti noi in una cosa come le occupazioni, è la storia di una generazione che cercava una strada diversa mentre la sinistra prendeva la strada del neoliberismo. La partita non è ancora chiusa: guardando alle relazione molte cose sono cambiate», osserva Vedovati che, dai primi passi nel Pdup e poi nel Pci, è approdato alle esperienze ambientaliste e pacifiste, «in un grande rapporto col femminismo», fino a fondare, nel 2007, Maschile Plurale, uomini con età, storie, percorsi politici e culturali e orientamenti sessuali diversi, impegnati da anni in riflessioni e pratiche di ridefinizione dell’identità maschile, plurale e critica verso il modello patriarcale, anche in relazione positiva con il movimento delle donne. «Quello che mi lega al femminismo – spiega – è che gli spostamenti che accadono nelle relazioni sono le cose più forti e irreversibili, e lì gli spostamenti ci sono e non sono più smontabili, riguardano la sessualità, il rapporto con il consumo. Come molti bambini nati negli anni Sessanta, sono cresciuto col femminismo in casa, donne libere intorno a me. E quando le donne hanno contestato la cultura politica del cordone, il femminismo è stato uno strumento politico accessibile per le nostre vite. Il femminismo è significato partire da sé, una cultura in cui era politica parlare di emozioni e sentimenti, la militanza invece era fatta da partiti in cui le riunioni avevano altre priorità». Per tutto questo Vedovati, dopo aver vissuto i mesi della preparazione, fu tra coloro che decisero di non andare a Genova nel 2001: «Non condividevo il conflitto sullo spazio che si era creato, non accettavo la logica della zona rossa, una cultura politica militarizzata. Quando mi sono reso conto che alcuni giocavano a una sorta di guerra simbolica, mi sembrava già quello uno scacco politico. Bisognava andarsene da un’altra parte». Ma questa è un’altra storia, e prima o poi andrà raccontata con più voci possibili. Non foss’altro perché i Fridays for future, i ponti occupati da Extinction rebellion, i ragazzi di Beirut, Hong Kong, i milioni in strada a Santiago del Cile, a Piazza Tahir, o in sciopero in India spiegano che un altro mondo è necessario.

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