E’ arrivato il parere della Corte internazionale di giustizia richiesto dalle Nazioni Unite ma la «potenza occupante» fa la vittima mentre continua il genocidio
La Corte internazionale di giustizia dell’Aia ha espresso il 22 ottobre 2025 il proprio parere consultivo sugli obblighi di Israele in relazione alla presenza e alle attività delle Nazioni Unite, di altre organizzazioni internazionali e di Stati terzi nel territorio palestinese occupato. Purtroppo, però, pur avendo un forte peso morale e legale e spesso influenzando politiche e prassi internazionali, i suoi pareri non sono giuridicamente vincolanti.
In un dettagliato parere consultivo richiesto dall’Assemblea Generale il 20 dicembre 2024, la massima corte delle Nazioni Unite affronta gli obblighi di Israele nei confronti delle Nazioni Unite, di altre organizzazioni internazionali e degli Stati coinvolti nelle operazioni umanitarie in Palestina. A dimostrazione dell’alto livello di coinvolgimento internazionale nel caso, 45 Stati e organizzazioni hanno presentato memorie scritte e 39 hanno esposto argomenti orali durante le udienze tenutesi dal 28 aprile al 2 maggio 2025.
La Corte Internazionale di Giustizia ha dichiarato che Israele deve adempiere alle proprie responsabilità in quanto “potenza occupante”, garantendo che gli aiuti umanitari possano fluire liberamente e rispettando i diritti delle Nazioni Unite e delle altre agenzie umanitarie che operano nei Territori Palestinesi Occupati. Ha stabilito anche che Israele è tenuto a “garantire che la popolazione dei Territori Palestinesi Occupati disponga dei beni essenziali per la vita quotidiana, tra cui cibo, acqua, vestiti, biancheria da letto, riparo, carburante, forniture e servizi medici”. La Corte ha stabilito che Israele è vincolato dal diritto umanitario internazionale e dal diritto dei diritti umani a rispettare e proteggere i civili nei TPO, garantendo la sicurezza degli operatori umanitari e delle strutture mediche, e assicurando che nessun civile venga trasferito con la forza o privato del cibo. Ha inoltre esortato Israele a “rispettare e proteggere” tutti gli operatori umanitari, il personale medico e le strutture sanitarie.
Con dieci voti a favore e uno contrario – quello della vicepresidente Julia Sebutinde (Uganda) – i giudici hanno stabilito che Israele deve rispettare i privilegi e le immunità delle Nazioni Unite e dei suoi funzionari, in conformità con la Carta dell’ONU e “ha l’obbligo” di cooperare in buona fede con le Nazioni Unite, inclusa l’Agenzia ONU per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi (UNRWA), “fornendo ogni assistenza in qualsiasi azione intrapresa in conformità con la Carta delle Nazioni Unite”. Hanno inoltre ribadito l’obbligo di Israele di consentire al Comitato Internazionale della Croce Rossa l’accesso ai detenuti nei Territori Palestinesi Occupati e di “rispettare il divieto di utilizzare la fame dei civili come metodo di guerra.”
Il Segretario Generale dell’ONU António Guterres ha definito il parere della Corte Internazionale di Giustizia “molto importante”, aggiungendo che arriva in un momento in cui le Nazioni Unite stanno facendo tutto il possibile per incrementare gli aiuti diretti a Gaza dopo il cessate il fuoco. Due giorni dopo, rivolto agli ambasciatori riuniti nella storica sala del Consiglio di Sicurezza a New York, in occasione della Giornata delle Nazioni Unite, che segna gli 80 anni dalla fondazione dell’ONU, ha ammesso che la “fragile” legittimità del Consiglio di Sicurezza potrebbe mettere in pericolo la pace mondiale se l’organo continuerà a rimanere paralizzato e a non adempiere al suo scopo principale: il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. “Senza un Consiglio di Sicurezza all’altezza del suo scopo, il mondo è in grave pericolo”, ha affermato, osservando che le violazioni della Carta delle Nazioni Unite da parte di alcuni Stati membri (impossibile non pensare a Russia e Israele) minano la fiducia collettiva e mettono a rischio la stabilità globale.
L’ambasciatore israeliano all’ONU, presa visione del parere della Corte Internazionale di Giustizia, ha immediatamente replicato “Ci stanno accusando di non aver collaborato con gli organi delle Nazioni Unite” che definisce “focolai di terroristi”. Da parte sua il Ministero degli Esteri israeliano ha dichiarato in un post sui social media di “respingere categoricamente” il parere consultivo della Corte, definendolo “l’ennesimo tentativo politico di imporre misure politiche contro Israele”. E ciò non stupisce, dato che lo stato ebraico cavalca da tempo il cavallo del vittimismo. Ovviamente anche Trump ha alzato la voce contro la Corte Internazionale di Giustizia, rigettando il parere definito “un’altra sentenza corrotta”, “palesemente politicizzata e non vincolante”. E purtroppo su questo ultimo aggettivo ha ragione.
Il giorno seguente, giovedì 23, al Consiglio di Sicurezza il vice inviato speciale dell’ONU per il Medio Oriente, Ramiz Alakbarov, menzionato il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia, ha avvertito che, senza un deciso sostegno alla ricostruzione e alla fornitura di aiuti, la regione rischia di ricadere nella violenza. Alakbarov ha illustrato il piano umanitario dell’ONU di 60 giorni, volto a semplificare le procedure doganali, aumentare le vie di accesso e ripristinare i servizi di base, sottolineando che il flusso di assistenza è aumentato del 46% nella prima settimana del cessate il fuoco. Tuttavia, ha avvertito che l’accesso resta limitato.
“C’è ancora molto da fare,” ha detto, evidenziando la necessità di aprire più valichi, garantire passaggi sicuri per gli operatori umanitari e mantenere un flusso costante di carburante e beni essenziali e ha aggiunto che la violenza persistente – inclusi attacchi israeliani, azioni di miliziani palestinesi e ritorsioni da parte di gruppi armati – continua a mettere a rischio gli sforzi di soccorso e la stabilità del territorio. Guardando al futuro, Alakbarov ha sottolineato che la ricostruzione deve essere guidata dai palestinesi, con un forte sostegno da parte dei partner regionali e internazionali e che la prossima Conferenza del Cairo per la Ricostruzione – co-organizzata da Egitto, Autorità Palestinese e Nazioni Unite – rappresenta “un’importante occasione per promuovere la ripresa e la ricostruzione di Gaza”, ha affermato.
Spiace però che, all’indomani, il 24 ottobre, Guterres, nel vivido e retorico discorso in cui ha tracciato un quadro di come le decisioni del Consiglio di Sicurezza possano influire concretamente sulla vita dei cittadini di tutto il mondo, non abbia fatto alcun riferimento a quella parte distrutta e affamata di mondo che Palestina.
Restano belle parole “il Consiglio di Sicurezza non riguarda egemoni ed imperi. Riguarda i genitori che hanno perso i loro figli, i rifugiati scacciati lontano dalle loro case, i soldati che hanno sacrificato i loro arti. In ogni ombra di questa sala siete circondati dai fantasmi dei morti.
Ma accanto a loro si erge qualcos’altro – le speranze dei vivi […] Ascoltate attentamente e sentirete le grida dei vostri cittadini che invocano la pace; i sussurri delle famiglie che desiderano sicurezza”.
Noi le grida di chi muore sotto una bomba o il sussurro di chi si spegne per fame a Gaza la sentiamo. Ma non vediamo l’ONU capace di portare la pace, che la corona di ulivo che è nel suo simbolo dovrebbe garantire.


