Díaz-Canel tra denuncia e apertura: la linea di Cuba sotto pressione

0
2159

Il presidente cubano, in un’intervista a un media Usa, annuncia la volontà di negoziare ma assicura che il popolo è pronto a respingere un’aggressione militare

C’è un punto, nei lanci di agenzia del 9 aprile, che non può essere aggirato senza perdere il senso politico della fase: la crisi che attraversa Cuba non è un incidente interno, ma l’effetto diretto di una pressione esterna che dura da oltre sessant’anni e che oggi conosce una nuova escalation. Quando Miguel Díaz-Canel, il presidente e segretario del Partito Comunista cubano, parla alle Nazioni Unite di ospedali in difficoltà, di interventi chirurgici rimandati, di pazienti senza cure per via dei blackout, non sta solo descrivendo una crisi energetica: sta nominando le conseguenze concrete di una guerra economica.

“Più di 96mila cubani, tra cui 11mila bambini, sono in attesa di interventi chirurgici per la mancanza di elettricità”, ha affermato Díaz-Canel in un messaggio video inviato a un forum Onu, dedicato agli effetti delle misure coercitive unilaterali imposte da Washington, che ha minacciato sanzioni contro i Paesi che riforniscono Cuba di petrolio per alimentare le centrali termoelettriche. Secondo Diaz-Canel, i problemi energetici colpiscono anche altri servizi essenziali: circa 16.000 pazienti che necessitano di radioterapia e quasi 3mil che dipendono dalla dialisi risentono delle interruzioni.  Le difficoltà non riguardano solo la sanità. Il presidente cubano ha segnalato una paralisi quasi totale dei trasporti per la carenza di carburante e forti ripercussioni sulla produzione alimentare e sulle attività economiche. “È impossibile quantificare l’impatto fisico e psicologico sulla popolazione”, ha ricordato, definendo le sanzioni una “violazione flagrante e ingiustificata dei diritti umani”,

I numeri snocciolati dal leader cubano sono la traduzione materiale di un dispositivo politico che affonda le sue radici nel Memorandum Mallory. In quel testo si delineava con chiarezza la strategia di “indebolire la vita economica” dell’isola per produrre disaffezione e rovesciamento politico. A distanza di decenni, il blocco — rafforzato e aggiornato — continua a operare esattamente in questa direzione, colpendo oggi il nodo energetico e, attraverso di esso, l’intero sistema sociale.

L’embargo americano contro Cuba ha compiuto 66 anni il 6 aprile. Quel giorno del 1960 veniva diffuso il Memorandum redatto appunto dal Vice Assistente Segretario di Stato per gli Affari Interamericani dell’epoca, Lestor Mallory.  Il testo di appena una cartella aveva come oggetto esplicito “il declino e la caduta di Castro” e proponeva per la prima volta di “adottare tempestivamente tutti i mezzi possibili per indebolire la vita economica di Cuba” secondo una “linea d’azione che, pur essendo il più possibile abile e discreta, riesca a incidere maggiormente sull’afflusso di denaro e rifornimenti a Cuba, a ridurre i salari monetari e  reali, a provocare fame, disperazione e a rovesciare il  governo”, recitava il documento secondo il quale “un’opposizione militante a Castro dall’esterno di Cuba non farebbe altro che favorire la sua causa e quella comunista”, per cui “l”unico modo prevedibile per alienarsi il sostegno interno è attraverso la disillusione e la disaffezione basate sull’insoddisfazione e sulle difficoltà economiche”.

L’anniversario è stato duramente stigmatizzato da Bruno Rodriguez, attuale ministro degli esteri cubano che ha denunciato “la guerra cognitiva e comunicativa volta a legittimare le menzogne che sono alla base delle loro misure”.

Un salto ulteriore, un “embargo energetico senza precedenti”. Le minacce di sanzioni contro i paesi che riforniscono Cuba di petrolio e il rafforzamento della pressione sotto l’orbita politica di Donald Trump configurano una vera e propria stretta, che punta a isolare completamente l’isola anche sul piano delle relazioni internazionali.

Nella prima intervista su questa crisi, rilasciata in esclusiva al conservatore Newsweek, Díaz-Canel esplicita fino in fondo la postura cubana. Da un lato, una denuncia netta: «non c’è pretesto né scusa» per tale aggressione, che si sta già riproducendo attraverso altri canali, come sottolinea in un altro passaggio della conversazione: «Ci troviamo di fronte a una guerra ideologica, culturale e mediatica. C’è un’intossicazione mediatica massiccia».

Dall’altro, una disponibilità al dialogo che non è segno di debolezza, ma di lucidità strategica. Il presidente ha fatto riferimento anche alle politiche di riforma approvate per trovare «il giusto equilibrio tra pianificazione e mercato» e ha elencato ambiti concreti — migrazione, sicurezza, ambiente, commercio, cultura — nei quali sarebbe possibile costruire accordi, arrivando persino a evocare investimenti statunitensi e scambi economici.

Questa apertura, però, non cancella il conflitto: lo sposta su un terreno più complesso. Díaz-Canel riconosce esplicitamente che negli Stati Uniti esistono settori “fortemente contrari a qualsiasi apertura”, cioè un blocco politico che ha fatto dell’ostilità verso Cuba una linea strutturale. È qui che il riferimento a Trump assume un significato preciso: non solo come figura, ma come espressione di una continuità imperiale che attraversa le amministrazioni e si radicalizza nei momenti di crisi. Va detto che l’intervista è stata registrata il 3 aprile dopo i progressi guidati da Lianys Torres Rivera, massima rappresentante diplomatica di Cuba negli Stati Uniti. In alcune dichiarazioni rilasciate a USA Today, Torres Rivera si è mostrata favorevole a che «gli Stati Uniti partecipino alla riforma economica cubana».

Per questo, accanto alla disponibilità al negoziato, resta centrale la dimensione della difesa. «Abbiamo una dottrina di difesa chiamata “guerra di tutto il popolo” che non è una dottrina aggressiva, ma difensiva, con la partecipazione di tutto il popolo», ha detto a Newsweek. Non è un richiamo astratto, ma la traduzione politica di una condizione materiale: un paese sottoposto a pressione permanente che si organizza per resistere. Non per attaccare, ma per non cedere.

Díaz-Canel ha escluso la possibilità di essere oggetto di un’operazione come quella condotta nei confronti di Nicolás Maduro in Venezuela e l’esistenza di eventuali accordi paralleli per generare un cambio di governo nell’isola. “Non sono preoccupato per la mia incolumità personale (…) La sicurezza del Paese è una costruzione collettiva e non c’è spazio per il tradimento o per la realizzazione di accordo parallelo per sovvertire l’ordine costituzionale (…) Non credo che siano appropriati i paragoni con quanto accaduto in altri Paesi (…) Significherebbe ignorare la storia della Rivoluzione cubana e del nostro popolo”. Lo stesso giorno, la viceministra degli Esteri cubana, Josefina Vidal, figura chiave del disgelo con Washington durante la presidenza Obama, ha spiegato all’Afp che i contatti tra Cuba e Stati Uniti per una possibile riduzione delle tensioni restano in una fase “molto preliminare” e non si sono ancora tradotti in un negoziato formale tra i due governi. “Siamo in una fase molto preliminare, molto iniziale, e non ci sono ancora negoziati strutturati”.

Il punto, allora, non è scegliere tra denuncia e dialogo. Cuba tiene insieme entrambe le linee perché entrambe rispondono alla realtà: da un lato un’aggressione economica che produce effetti tangibili sulla popolazione, dall’altro la necessità di aprire spazi di manovra in un contesto ostile. È un equilibrio difficile.

Stare con Cuba, oggi, significa partire da qui. Riconoscere che la crisi energetica e sociale dell’isola non può essere separata dal dispositivo di sanzioni che la produce e la aggrava. Significa leggere le aperture al dialogo non come cedimenti, ma come tentativi di sottrarre margini all’assedio. E significa, soprattutto, collocare lo scontro nel suo contesto reale: quello di una lunga storia di pressione imperiale che continua a cercare, con altri mezzi, lo stesso obiettivo di sempre.

Eppure, dentro questo scenario, Cuba non è sola (in Italia si scenderà in piazza sabato 11 aprile con un corteo a Roma dal Colosseo a Porta San Paolo). Le parole della presidente messicana Claudia Sheinbaum, che rivendica con orgoglio l’invio di aiuti e la cooperazione energetica, indicano che una linea di solidarietà internazionalista continua a esistere e a resistere alle pressioni statunitensi. È un elemento politico decisivo, perché rompe il tentativo di isolamento totale e riapre spazi di relazione nel continente. «Siamo orgogliosi di sostenere il popolo cubano: è parte della migliore tradizione diplomatica del nostro Paese», ha affermato durante la conferenza stampa mattutina di ieri, 9 aprile. Già a fine marzo aveva annunciato contatti con le autorità cubane per riattivare le forniture di petrolio verso l’isola. La combinazione tra infrastrutture obsolete e carenza di combustibili ha avuto forti ripercussioni sull’economia e sui servizi essenziali del Paese.

La recente visita di due membri del Congresso statunitense sull’isola, i democratici Pramila Jayapal e Jonathan Jackson, figlio del leader Jesse Jackson recentemente scomparso, è servita al governo di Díaz-Canel per far conoscere a una parte della società del Nord le condizioni di emergenza provocate dal blocco. «Questo tipo di sanzioni ed embarghi non colpiscono il governo. Danneggiano la gente», ha detto Jayapal. «Forse il popolo statunitense non comprende la violenza di una sanzione economica rispetto alla violenza di lanciare una bomba», spiegava Jackson in un’intervista a Belly of the Beast Cuba.

In quella visita, Jayapal e Jackson hanno fatto riferimento a uno degli ultimi gesti di apertura del governo, che il 3 aprile ha annunciato la liberazione di oltre 2.000 detenuti, tra i quali si ipotizza che vi siano alcuni di quelli considerati prigionieri politici dalle organizzazioni internazionali. Jayapal ha presentato un progetto di legge per impedire che Trump lanci azioni militari contro Cuba senza l’autorizzazione del Congresso.

Nello stato spagnolo, la solidarietà ha trovato forma nell’iniziativa Rumbo a Cuba, che vuole portare aiuti umanitari e materiali di prima necessità all’Isola. Si tratta di una traversata marittima dalla Spagna verso Cuba, con le imbarcazioni di Open Arms e altre che si aggiungeranno alla flotilla.

L’obiettivo principale della flotilla, che partirà all’inizio di maggio da Barcellona e farà scalo in vari porti della penisola prima di navigare nell’Atlantico, è dotare l’ospedale pediatrico Juan Manuel Márquez de La Habana di un sistema energetico che garantirà il funzionamento continuo dell’equipe più critica del suo reparto di terapia intensiva, anche in caso di blackout o di esaurimento del carburante nei generatori alimentati dal petrolio sottoposto a embargo da parte degli Stati Uniti. Questo progetto ha già raccolto oltre 50.000 euro dell’obiettivo iniziale di centomila, con cui si intende acquistare l’attrezzatura fotovoltaica necessaria per il funzionamento dell’ICU di questo centro ospedaliero.

Previous articleLibano: la promessa fatta ai defunti
Next articleFare Arci a Roma al tempo delle guerre e del modello Giubileo
Checchino Antonini
Checchino Antonini quasi sociologo, giornalista e scrittore, classe 1962. Dagli anni Ottanta segue e racconta i movimenti sociali e la “malapolizia”. Ha scritto e trasmesso su Radio Città Futura, TeleAmbiente, Avvenimenti, Ultime Notizie, Liberazione, Micromega, Erre e Megafono quotidiano, InsideArt, Globalist, PostIt Roma, Retisolidali, Left, il manifesto, Diogene. Ha pubblicato, con Alessio Spataro, “Zona del silenzio”, graphic novel sul caso Aldrovandi. Con le edizioni Alegre ha scritto “Scuola Diaz vergogna di Stato” assieme a Dario Rossi e “Baro” Barilli. Il suo primo libro è Zona Gialla, le prospettive dei social forum (Fratelli Frilli, 2002). L'ultimo, per ora, è un'antologia di racconti di Gabriele Brundo che lui ha ideato e curato assieme a Rimaflow e Archivi della Resistenza: Cocktail Partigiani (ETS, Pisa)

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.