domenica 18 novembre 2018

La mano di Washington dietro al mattatoio Iraq

La mano di Washington dietro al mattatoio Iraq

Le armi arrivate all’Isis dall’Ucraina via Turchia. I miliziani jihadisti addestrati dalla Nato. Il leader al Bagdadi rimesso in circolazione dalla Cia.

di Franco Fracassi

Un uomo, una prigione, un esercito internazionale, una fabbrica di armi e una mappa. L’offensiva a suon di massacri delle milizie dello Stato islamico in Iraq e nel Levante (Isis) potrebbe essere riassunta così. Sessantamila jidahisti pronti «a crocifiggere i nemici e a tagliare le mani ai criminali», come ha dichiarato il loro leader Abu Bakr al Bagdadi. Niente prigionieri, come testimoniano i mille e settecento soldati iracheni giustiziati nelle campagne intorno a Tikrit. Lo hanno spiegato spesso nei loro documenti: «È una guerra di annientamento».

La data da ricordare è il 16 maggio 2010. Così recitò un dispaccio dell’agenzia di stampa Associated Press: «Questa mattina sono stati rilasciati alcuni dirigenti di Al Qaida in circostanze ignote. Secondo indiscrezioni filtrate dall’ambasciata americana, il gruppo di terroristi sarebbero stati detenuti in una prigione segreta della Cia». Uno di questi si chiamava Abu Bakr el-Bagdadi, l’emiro che ha preso il comando dell’Isis.
La data è importante anche perché coincide con la partanza da Baghdad di Paul Bremer III, l’ex governatore statunitense dell’Iraq, e la cessione del potere politico agi iracheni voluta dall’Amministrazione Obama.

A questo punto entra in gioco la “mappa del Medio Oriente allargato”, pubblicata dal colonnello Ralph Peters nel 2006 per conto del Pentagono. Si tratta di una carta geografica del che include la fetta di mondo che va dalla Turchia al Pakistan e dal Caucaso alla penisola arabica. Un mappa dalla quale salta all’occhio l’originalità dei confini tra Stati e la novità della presenza di alcuni Paesi tuttora inesistenti. L’Arabia Saudita è spaccata in quattro diverse nazioni, le superfici di Iran, Turchia e Afghanistan risultano essere molto ridotte, l’Iraq è affettato in tre: il Kurdistan a nord, l’Emirato sunnita al centro, l’Emirato arabo-sciita a sud.

Questa carta era stata fatta redigere dalla passata Amministrazione Bush, e non è stata mai smentita dal presidente Barak Obama. L’offensiva dell’Isis è coincisa con quello che dovrebbe diventare l’Emirato sunnita. Contemporaneamente i peshmerga curdi hanno conquistato quel che dovrebbe essere lo Stato curdo indipendente. Mentre tutto ciò accadeva dal governo centrale di Baghdad non è arrivato alcun segnale di resistenza. E così ai migliaia di soldati e poliziotti abbandonati a loro stessi non è rimasta che la fuga.

Tutto questo è stato possibile grazie agli ultimi due elementi della nostra storia: l’esercito internazionale e la fabbrica di armi.

Nella primavera di quest’anno l’Isis ha rilasciato molti prigionieri occidentali che teneva sotto sequestro: tedeschi, inglesi, danesi, americani, francesi e italiani. Le loro prime dichiarazioni hanno coinciso con le accuse mosse dai servizi segreti siriani (l’Isis è il principale soggetto militare che combatte la guerra civile contro il presidente siriano Bashar al Assad): «L’Isis è inquadrato da ufficiali americani, francesi e sauditi». Secondo quanto risulta da un’inchiesta condotta dal quotidiano britannico “The Guardian”, «l’organizzazione è certamente comandata sul terreno da Abu Bakr al-Baghdadi, ma è sotto l’autorità del principe saudita Abdul Rahman al-Faisal, fratello del principe Saud al-Faisal (ministro degli Esteri saudita da trentanove anni) e del principe Turki al-Faisal (ex direttore dei servizi segreti sauditi e attuale ambasciatore a Washington e Londra)».

Ancora più esplicito il “Wall Street Journal”: «Un funzionario giordano, che ci ha chiesto l’anonimato, ha dichiarato che almeno uno dei campi di addestramento dell’Isis si trova nelle vicinanze della base aerea di Incirlik, in Turchia. Secondo nostre verifiche, gli addestratori sarebbero miliari americani».

Ha scritto il quotidiano israeliano “Ha’aretz”: «Al Faisal ha acquistato a maggio una fabbrica di armi in Ucraina. Lo ha potuto fare grazie ai buoni rapporti tra i servizi segreti turchi (Mit) e l’oligarca ucraino Igor Kolomoisky, nonché governatore di Dniepropetrovsk e padrone della città portuale di Odessa. Kolomoisky è anche un uomo della Nato in Ucraina, come sono al servizio della Nato o, meglio, di Washington i servizi segreti di Ankara. Le scorte di armi pesanti sono state imbarcate a Odessa direzione Turchia. Una volta scaricate a terra sono state trasportate verso un aeroporto militare turco, dove gli uomini del Mit le hanno instradate con treni speciali per l’Isis. Sembra improbabile che una tale catena logistica possa essere stata messa in opera senza la Nato».

Siamo agli inizi di giugno. A questo punto c’è un esercito ben addestrato di sessantamila uomini provenienti da tutto il mondo (in particolare dall’Europa), c’è un capo che li comanda, ci sono le armi e c’è un obiettivo da perseguire. Infine, cosa decisiva, ci sono padrini internazionali che hanno permesso tutto questo e che non vedono l’ora di poter vedere la “mappa del Medio Oriente allargato” appesa al muro non più come carta di fantapolitica.

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