martedì 22 Ottobre 2019

Ue/Usa-Russia: scontro tra sanzioni

Ue/Usa-Russia: scontro tra sanzioni

Mosca chiude alle importazioni alimentari con l’Occidente e si spalanca all’America latina. Preoccupazione a Bruxelles e Washington. Il mercato non sembra più monopolare.

di Marina Zenobio

putin al mercato

E’ noto che dopo il blocco dei visti e il congelamento dei patrimoni russi da parte di Unione Europea e Stati Uniti per sanzionare Mosca per il suo ruolo nella crisi Ucraina, Vladimir Putin ha reagito firmando un decreto che nega o limita, per un anno, le importazioni di prodotti agricoli (ma anche carne bovina e suina, pollame e latticini) provenienti da quei paesi – Ue, Usa, Australia, Canada e Norvegia – che hanno stabilito misure punitive nei confronti della Russia.

Meno noto è che, a detta di Christian Fronczak, portavoce del Ministero dell’agricoltura tedesca, sembra sia la Germania il primo paese europeo a subire i contraccolpi di questo scambio di sanzioni, con la riduzione di un terzo nelle esportazioni di prodotti agricoli.
Putin invece non sembra affatto preoccupato ed è stato velocissimo a stringere nuovi accordi commerciali con altri paesi, come quelli sottoscritti con il Brasile per l’importazione di carni.

Vladimir Putin e Dilma Rousseff
Vladimir Putin e Dilma Rousseff

Il valore delle esportazioni brasiliane in Russia potrebbe ammontare a 500 milioni di dollari (solo la vendita di pollame e carne suina può fruttare un giro d’affari che oscilla tra i 200 e i 300 milioni).
In vista delle elezioni presidenziali del prossimo autunno, Dilma Rousseff si frega le mani per il nuovo patto contratto con la Russia. E’ un grande successo per il governo di Brasilia, che ha saputo approfittare della ritorsione di Mosca contro le sanzioni messe in campo dall’Occidente.

Ma dopo il Brasile, altri paesi latinoamericani, che da tempo manifestano la volontà di autonomia da Washington, sono disponibili a sottoscrivere o rafforzare accordi commerciali con la Russia, che l’8 agosto ha già avuto incontri preliminari con Argentina, Cile, Ecuador, Perù e Uruguay.

Per quanto riguarda l’Ecuador, il presidente Rafael Correa, ha dichiarato pubblicamente che “Non chiederò a nessuno il permesso di vendere alimenti alla Russia”. Interpellato dai media sugli eventuali malumori che la sua decisione potrebbe provocare tra paesi membri dell’Ue, Correa ha risposto che al momento non è a conoscenza di nessuna protesta e che, comunque, “non mi risulta che l’Unione europea faccia parte dell’America latina”. Il suo ministero per il commercio con l’estero, Francisco Rivadeneria, ha dichiarato per il suo paese è una grande opportunità quella di migliorare le esportazioni verso la Russia, e che Quito è pronta ad offrire a Mosca ortaggi, frutta e prodotti ittici.

Rafael Correa e Vladimir Putin
Rafael Correa e Vladimir Putin

La settimana scorsa The Financial Times, citando un alto funzionario della Ue che ha preferito l’anonimato, ha scritto che la possibilità che l’America latina possa rimpiazzare l’Ue nel mercato alimentare con la Russia sta provocando serie preoccupazioni a Bruxelles, che sta organizzando incontri politici per dissuadere alcuni paesi latinoamericani ad aumentare le esportazioni verso Mosca.

E l’Occidente deve incassare il colpo. Anche per Washington, nonostante la Casa Bianca cerchi di convincere che la decisione di Putin genererà un grave colpo all’economia russa, è evidente che il rafforzamento di un fronte economico anti occidentale non è più solo un rischio, è in atto. Il mercato non è più monopolare e la sfida della competitività per gli Usa si farà sempre più difficile.

Da ricordare che lo scorso luglio – a palesare la “ribellione” in atto contro l’Occidente – i Brics (Brasile, Russia, Cina, India e Sudafrica), si sono incontrati a Fortaleza dove hanno stabilito di creare enti alternativi al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale. In queste istituzioni la loro forza economica è in netta sproporzione con il loro peso politico; così stanno lavorando alla fondazione di una nuova banca per lo sviluppo, la quale potrà disporre di un capitale iniziale di 100 miliardi di dollari e diventare operativa dal 2016. Iniziative, queste, che dovrebbero indurre a fare i conti con la realtà, perché gli equilibri geopolitici stanno cambiando e le sanzioni delle potenze occidentali sembrano non fare più tanta paura come in passato.

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