giovedì 15 novembre 2018

Dentro l’inferno della guerra all’Ebola

Dentro l’inferno della guerra all’Ebola

Da 19 anni Médecins Sans Frontières lotta contro il virus Ebola. Finora nessuno dei suoi medici è stato mai contagiato. La dottoressa Garcìa Ganzalbes racconta come si proteggono.

di Marina Zenobio

Il contagio non è inevitabile, dipende dalle risorse disponibili per la prevenzione. Ne è convinta l’organizzazione internazionale Médecins Sans Frontières (Msf), dal 1995 in prima linea in 14 zone-focolai in Guinea, Liberia e Sierra Leone, e che grazie alle risorse a sua disposizione, è riuscita ad evitare il contagio del suo personale. E’ la povertà che rende vulnerabili le equipe mediche dei paesi colpiti, solo nel 2014 sono entrati in contatto con il virus 160 tra medici e personale sanitario, 82 sono morti.

In 19 anni Msf ha affrontato 14 esplosioni del virus senza registrare alcun contagio tra i suoi membri. Che ci siano rischi è innegabile, secondo la Ong non è però un’impresa impossibile, ma sono necessari protocolli e materiali adeguati alla prevenzione.

Senza svalutare la gravità della malattia, il cui indice di mortalità oscilla tra il 25 e il 90% a seconda del ceppo, dopo 19 anni di lotta al virus senza registrate nessun contagio, Msf dichiara che le risorse su cui possono fare affidamento i paesi colpiti sono insufficienti, come gli aiuti internazionali.

Il personale di Msf impegnato nelle zone colpite dall’Ebola sono poco più di un migliaio, la maggior parte sono professionisti di nazionalità dei paesi in cui si opera, come è usuale in molte organizzazioni della cooperazione. Si tratta di equipe specializzati, che intervengono laddove si evidenzia un focolaio e con stretti protocolli di attuazione. “Tutto questo – ci racconta Julia Garcìa Ganzalbes, portavoce e medico Msf di Siviglia, che ha appena trascorso quasi tre mesi lavorando nell’unità di isolamento per il trattamento dell’Ebola a Gueckedou, in Guinea – riduce il rischio di contagio. Quando entriamo in contatto il paziente nessuna parte del nostro corpo è esposta”. Una tuta isolante con cappuccio, guanti, mascherine ad alta protezione e stivali di gomma proteggono il personale sanitario dell’organizzazione.

Una delle principali richieste ancora non soddisfatte riguardano i centri sanitari nazionali, più vicini alla popolazione. “In molte occasioni – racconta Garcia Ganzalbes – Medici senza frontiere ha fatto presente all’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) la necessità di risorse per la prevenzione di base, come maschere e guanti, nei centri di salute e negli ospedali”.

Inoltre mancano braccia, continua la dottoressa, “l’equipaggiamento di protezione utilizzato dai sanitari sottopone il corpo ad alte temperature e non si resiste più di un’ora. Il problema è che una volta entrati nell’unità di isolamento non si esce mai prima di tre ore, e il rischio di disidratazione è elevato. Per questo le squadre devono poter far affidamento su un numero elevato di professionisti che possano darsi il cambio”.

Purtroppo, per le condizioni attuali, il senso di umanità si è ridotto nella lotta all’Ebola. “Come dottori, ci ritroviamo costretti a fornire poco più di cure palliative a causa del numero enorme di persone infette e la mancanza di cure disponibili. Le misure estreme necessarie per proteggersi dal virus, incluso l’indossare soffocanti tute protettive, isolano gli operatori sanitari e le famiglie dai pazienti e non permettono di stargli accanto per alleviare la loro sofferenza. Molte persone stanno morendo in assoluta solitudine”.

Le risorse umane scarseggiano anche nelle attività di prevenzione, proprio lì dove si dovrebbe intensificare la lotta per sconfiggere la malattia. “L’invio di farmaci sperimentali – dichiara Garzia Gonzalbes – la cui efficacia non è stata provata, ha spesso messo in secondo piano queste necessità di base”.

“Bisogna assolutamente evitare che il numero dei contagiati aumenti, ma i focolai sono ampiamenti sparsi – afferma la dottoressa -. Ogni volta che si registra un caso si deve mettere in moto un processo di localizzazione per identificare potenziali infezioni tra le persone con cui il paziente è entrato in contatto. Ci vuole un analista che segua la traccia del virus e personale per informare la popolazione”.

Intanto l’Oms ha informato che il totale dei decessi dall’ultima esplosione virale del 20 agosto, è salito a 1.427. Il totale dei casi registrati 2.615. L’allarme è altissimo per quest’ultima esplosione del virus, la più grave da quanto Ebola fu scoperto, nel 1976. I casi di contagio riscontrati anche tra il personale nei centri di salute e negli ospedali – dove è assente qualsiasi tipo di prevenzione – hanno aumentato la sfiducia tra la popolazione e stanno provocando – secondo quanto riporta Julia Garcìa Ganzalbes- conseguenze indirette dell’Ebola e precisa: “Ci sono stati decessi causati da altre malattie, come la malaria o la diarrea, perché la gente non è andata dal medico, per paura del contagio da Ebola”.

La lotta a Ebola è importante, ma lo è altrettanto combattere la paura. “Quarantene e coprifuoco – si legge in un appello di Msf – contribuiscono solamente a generarne ancora. Le persone hanno bisogno di avere maggiore accesso all’informazione, altrimenti la sfiducia nei confronti degli operatori sanitari continuerà ad aumentare e genererà ulteriore violenza. Le comunità e i governi devono lavorare congiuntamente per controllare l’epidemia e prendersi cura dei malati”.

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