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Riot Club: per farne parte devi essere posh

Arriva al cinema Posh il film tratto dall’opera teatrale di Laura Wade e diretto dalla regista di An Education, la danese Lone Scherfig. Su Popoff la recensione.

Il trailer del film

Essere posh. Attenzione, non c’entra niente Victoria Beckham, la posh spice (girl) degli anni Novanta. Ora, quelli che di voi hanno pensato che avrebbero trovato qualche pettegolezzo (o qualche foto hot) sulla (o della) signora, cambino pure pagina. Fatto (alla Muciaccia)? Bene. Per tutti gli altri, sì, stiamo parlando del nuovo film della regista danese Lone Scherfig, nota per aver diretto An Education e One day. Ma che vuol dire “posh”? In inglese è una parola che racchiude in sé tutta una serie di aggettivi. Sei posh se sei elegante, colto, raffinato, ricco, snob e appartieni all’upper class (quanto colta fosse la signora Beckham per meritare tale nomignolo non è affare nostro, proseguiamo).
Se non sei posh non hai nessunissima possibilità di essere scelto durante l’operazione cavallette, ovvero la ricerca dei catecumeni per il prestigioso Riot Club, la più esclusiva confraternita universitaria di Oxford. Pare che l’autrice della pièce (dalla quale il film trae ispirazione), Laura Wade, si fosse ispirata, durante la scrittura, al Bullingdon Club, associazione universitaria super-elitaria di Oxford, e ai suoi (ex?) membri: il premier inglese David Cameron, George Osborne (Cancelliere dello Scacchiere bitannico) e Boris Johnson, sindaco di Londra –tanto per fare qualche nome.

POSH1

I protagonisti di Posh sono belli, giovani, ricchi, viziati, egoisti, crudeli, spocchiosi, aristocratici, arroganti e “figli di”. Tutti, tranne il più modesto Miles (alias Max Irons, anche lui “figlio di” quel Jeremy), provano il più assoluto disprezzo per i “poveri”, che identificano con la media e piccola borghesia. Non oso nemmeno immaginare quali sentimenti possano nutrire nei confronti di tutti gli altri. Ohibò. «Sono stufo marcio delle persone povere!», colpevoli, secondo Alistair (Sam Claflin, il Finnick Odair della saga di Hunger Games) di provare un’invidia malvagia -e negata- nei confronti di questi nobili ragazzotti privilegiati. I bad boys che, un giorno, avranno in mano le redini dei governi.
«Le persone come noi non commettono errori». Ci mancherebbe. I “figli di” non sbagliano mai. E se qualcosa dovesse andare storto, se qualcuno finisse all’ospedale pestato di brutto, ci sono sempre i paparini, gli zietti, gli avvocati e i protettori pronti ad arrivare in soccorso (del pestato? figuriamoci!) per metterci una pezza.
Il nostro mondo non può permettersi di perdere per strada nemmeno uno dei deposhati.

La pellicola della Scherfig prende le distanze dai film americani sulle confraternite (come The Skulls, per esempio), prediligendo un impianto stilistico glamour, sfarzoso e giocoso che ci rende anche simpatici, in un certo modo e solo all’inizio, quei bravi ragazzi di Oxford. La narrazione che ne vien fuori è intelligente, complice anche una sceneggiatura che realizza una sofisticata escalation. Vizi, stravizi e strafighi si mostreranno in tutta la loro crudezza nella memorabile ultima cena vendicata in nome di un’assente faraona. Un pretesto banale (per noi comuni mortali) che è metafora assurda (e riuscita) di una classe abituata a essere servita, riverita, corteggiata e idolatrata. «Ruggiamo fieri per tutti i beoni d’Inghilterra!».
E se l’iniziazione ributtante vi aveva fatto sorridere, il carpe diem rivisitato e riadattato a questa nobiltà dei nostri giorni vi farà inorridire. Perché la serata retrò («Sembriamo usciti da Le Iene di Tarantino!) rappresenta la messa in scena di quello che è realmente l’organo pulsante, il cuore vivo della classe del potere -quello schifoso e, in parte, sotterraneo.

The-Riot-Club

Nonostante questo, Posh non disdegna qualche cliché riducendo così al minimo le sorprese, i colpi di scena, rendendo prevedibile l’epilogo. E questa caduta di stile, chiamiamola così, è soltanto in parte compensata dalle argutezze del copione. «Harry Potter è già gay, si fotte sicuramente Weasley».
Per quanto riguarda le polemiche che già imperversano (ovunque) sulla mitizzazione di alcuni comportamenti depravati che questo film, come tanti altri, sembra elogiare, bè, basta. È storia vecchia.
A me piace pensare che la gente riesca a essere più intelligente di quanto la “critica” pensi (Martin sarebbe d’accordo). Nella pellicola il marcio c’è e si vede. Si sente.
Dopo, nessuno vorrà essere posh. Garantito.

POSH
Regia di Lone Scherfig
Con Max Irons, Sam Claflin, Douglas Booth, Holliday Grainger, Freddie Fox
Titolo originale: The Riot Club
Drammatico, 106 min.
Gran Bretagna, 2014
Uscita giovedì 25 settembre 2014
Voto Popoff: 2,9/5

mipiace da vedere se: siete in vena di guardare un buon prodotto cinematografico inglese
nonmipiace da non vedere se: sapete già come va a finire

 

 

 

 

 

 

 

 

Posh_Poster

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