giovedì 15 novembre 2018

La matematica che favorisce Ebola

La matematica che favorisce Ebola

Il vero pericolo del virus ebola sta nella crescita esponenziale dei contagi. Per impedire una calamità planetaria come l’Hiv è necessaria un’azione globale.

di Massimo Lauria

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È la matematica a dare la misura del vero dramma dell’ebola. Secondo le previsioni fatte dal centro di controllo delle malattie Usa, i casi di contagio da virus stanno raddoppiando ogni settimana, secondo una progressione aritmetica che porta l’Organizzazione mondiale della sanità a parlare di crescita esponenziale. Se non ci sarà un’azione di contrasto globale, ebola potrebbe diffondersi nel mondo come è avvenuto in passato con l’Hiv. Per ora si contano 7.500 di casi, ma il numero potrebbe crescere nelle prossime settimane. Stando alle previsioni del centro di controllo delle malattie Usa, entro gennaio potrebbero esserci 1.400.000 contagiati.

I funzionari della sanità globali stanno guardando da vicino il “numero di riproduzione”, che stima quante persone, in media, prenderà il virus da ogni persona colpita da ebola. L’epidemia inizierà a diminuire quando il numero scende al di sotto uno. Una recente analisi ha stimato questo numero da 1,5 a 2. Il che significa che siamo ancora distanti da quella che gli scienziati definiscono la curva discendente della crescita esponenziale.

Secondo Bruce Aylward, assistente del direttore generale dell’Oms, la situazione è peggiore di 12 giorni fa. Il virus si è radicato nelle capitali dei paesi dell’Africa occidentale colpiti. Il 70 per cento delle persone che si infettano quasi sicuramente moriranno e il numero è in costante crescita. Di ritorno da un viaggio nelle zone colpite, Aylward ha fornito dei numeri di contrasto: 70, 70 e 60. Ecco il significato di quelle cifre: per riportare l’epidemia sotto controllo, i funzionari devono garantire che almeno il 70 per cento di sepolture da vittime di ebola siano svolte in modo sicuro, e che almeno il 70 per cento delle persone infette siano sottoposte a trattamento entro 60 giorni.

Solo così, secondo gli esperti dell’Organizzazione mondiale della sanità, sarà possibile frenare i contagi da ebola. Nonostante i numeri, gli scienziati dicono che la qualità del virus dovrebbe rimanere immutata, ovvero difficilmente assumerà una forma in grado di diffondersi via aerea. La seconda notizia positiva, per quanto sia possibile, è che le persone colpite da ebola non sono contagiose durante i periodo di incubazione (tra 2 e 21 giorni). In questo modo è possibile la pericolosità del virus quando si manifestano i sintomi, rendendolo più prevedibile.

Intanto la multinazionale farmaceutica britannica GlaxoSmithKline sta sviluppando un vaccino. La speranza è quella di rallentare la crescita del virus. La sperimentazione è ancora in corso, per verificare eventuale effetti collaterali, anche se milioni di dosi potrebbero essere prodotte già nelle prossime settimane. Sarà però una corsa contro il tempo, perché questo tipo di trattamenti solitamente si somministrano in anni.

I primi ad essere vaccinati saranno gli operatori sanitari in Africa occidentale (Liberia, Sierra Leone e Guinea). Ma è ancora presto per sapere se il vaccino garantisce una sufficiente copertura dal virus. Se Ebola rimane sostanzialmente confinata nelle zone in cui si è sviluppata, allora l’intervento riguarderà alcuni milioni di persone. Ma se il virus continuerà a camminare, diffondendosi in paesi più popolosi come il Ghana, la Costa d’Avorio o la Nigeria, allora saranno guai seri.

Secondo quanto riporta il Washington Post, l’esercito americano sta costruendo 17 centri di trattamento che possono ospitare 100 persone ciascuna, ma il comandante militare superiore in Africa, ha detto martedì che non saranno pronti fino a metà novembre. Liberia e Sierra Leone hanno immediato bisogno di più posti letto ospedalieri. Attualmente i due paesi hanno 924 posti letto in tutto, ma secondo l’Oms hanno hanno bisogno di 4.078.

Nonostante gli sforzi in campo, gli interventi in corso potrebbero non essere sufficienti. Stando alle valutazioni degli esperti, l’Occidente sta ancora sottovalutando il rischio di contagio nel mondo. A dirlo è il professor Peter Piot, l’uomo che ha identificato per primo il virus Ebola nel 1976. Internazionale riporta una sua intervista a Der Spiegel: «Sono più preoccupato per tutti gli indiani che lavorano nel commercio o nell’industria in Africa occidentale. Basterebbe che uno di loro fosse contagiato e tornasse in India durante l’incubazione per visitare i parenti e, una volta presentatisi i sintomi, si recasse in un ospedale pubblico. In India medici e infermieri non indossano guanti protettivi. Sarebbero contagiati immediatamente e diffonderebbero il virus».

Se così fosse i contagi potrebbero aumentare con un ritmo ancora più impressionante di quello a cui le previsioni ci stano preparando. Il rischio di un’epidemia globale a quel punto sarebbe inevitabile. Ma i governi occidentali pensano che il rischio di una diffusione su così ampia scala sia una possibilità lontana, perché i propri sistemi sanitari riuscirebbero a isolare immediatamente gli infetti. Creare allarmismi non aiuta. Ma ee si sbagliassero, ed Ebola superasse in modo incontrollato i confini africani allora sarebbe un bel problema e fermare l’epidemia ancora più difficile.

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