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HomemalapoliziaRachid: «Non voglio fare la fine di Cucchi»

Rachid: «Non voglio fare la fine di Cucchi»

Parma. In aula il detenuto che ha registrato le guardie penitenziarie che si vantavano dei pestaggi. Il giudice acquisisce i suoi diari e tutte le registrazioni

di Checchino Antonini

carcere

 

«Io non voglio fare la fine di questo qui!», ha detto in aula a Parma, questa mattina, Rachid Assarag sventolando la copia di un noto newsmagazine italiano. “Questo qui” è Stefano Cucchi, per l’omicidio del quale è in corso il processo d’appello. E Rachid è il detenuto che ha registrato le guardie del carcere di Parma con un apparecchio che sua moglie è riuscita a fargli avere. Oggi i suoi diari e le registrazioni sono stati acquisiti dal giudice, che ha ordinato l’immediata perquisizione della cella, e saranno sottoposti a perizia. In aula, il detenuto ha riconosciuto la voce di uno degli agenti di polizia penitenziaria che lo aveva minacciato di morte.

Gli agenti si vantano di poter esercitare impunemente il proprio violento potere sulla vita di chi sta dietro le sbarre («Ne picchiamo tanti, qui comandiamo noi», «Vuole denunciarle? Poi le guardie scrivono nei loro verbali che non è vero. Che il detenuto è caduto dalle scale; oppure il detenuto ha aggredito l’agente che si è difeso, ok? Ha presente il caso Cucchi? Hanno accusato i medici di omicidio e le guardie no… Ma quello è morto, ha capito? È morto per le botte»; “Dentro il carcere funziona così, le regole vengono fatte dagli assistenti, dal capo delle guardie, c’è una copertura reciproca, una specie di solidarietà reciproca tollerata. Non credo che lei abbia il potere di cambiare niente”) e ora questo detenuto marocchino potrebbe essere una bomba a orologeria per le carriere e il certificato penale di alcuni di loro. Certo lo è, da un punto di vista “politico”, per la credibilità di un corpo tirato in ballo sempre più spesso da episodi come quello che ha portato alla morte di Stefano Cucchi o per i casi di “celle lisce”, “celle zero”, luoghi in cui si pratica la tortura per i prigionieri meno accomodanti. Da manuale le dichiarazioni di un leader sindacale del comparto di fronte all’evidenza delle registrazioni di suoi colleghi: «Con­si­de­rati i con­trolli ser­rati, è strano che un regi­stra­tore fosse finito nelle mani di un dete­nuto – ha detto il lea­der del Sappe Donato Capece – ho il sospetto che il fatto sia stru­men­tale o usato ad arte per deni­grare l’operato dei baschi azzurri, pro­prio nel momento in cui si sta defi­nendo con esito posi­tivo la ver­tenza per lo sblocco dei tetti sala­riali delle forze dell’ordine».

Rachid, come spiega a Popoff il suo legale, Fabio Anselmo (avvocato anche per le famiglie Cucchi, Aldrovandi, Budroni, Ferrulli, Uva, Magherini ecc…) viene denunciato sistematicamente per non farlo uscire. Oggi, in aula, ha ricordato che «Dopo il suo arrivo Rachid viene lasciato per tre giorni senza poter utilizzare l’acqua corrente; di questo parla con un assistente che pur condannando il comportamento tenuto dai colleghi, afferma che non testimonierà mai contro di loro. Neppure il medico si dichiarerà disposto a intervenire: “Se io faccio una cosa del genere oggi, mi complico solo la vita”». Per Anselmo, a Parma, i detenuti venivano sottoposti sistematicamente a violenza da parte degli agenti che, in qualche modo, condizionavano anche i medici, costretti a tacere per non subire ritorsioni.

Rachid Assarag tra il 2010 e il 2011 si trovava nel carcere di Parma dove sostiene di essere stato picchiato. Il suo esposto giaceva da mesi e mesi sulla scrivania dei pm con una velocità inversamente proporzionale a quella delle querele sporte contro di lui da alcune guardie per resistenza e oltraggio. Assa­rag risulta più volte inda­gato e già sotto pro­cesso in seguito alle decine di infor­ma­tive pre­sen­tate con­tro di lui d al per­so­nale peni­ten­zia­rio. Proprio a due casi del genere, accorpati, si riferiva l’udienza di stamattina. Sua moglie s’era rivolta subito al Dap e alla pro­cura di Parma, senza però aver mai avuto alcun riscon­tro. Dal Dipar­ti­mento dell’amministrazione peni­ten­zia­ria (ancora senza un capo, dal 27 mag­gio), il vica­rio Luigi Pagano ha fatto sapere di aver aperto un’inchiesta interna e di aver inviato a Parma una visita ispet­tiva, pur assi­cu­rando di non voler «inter­fe­rire con il lavoro della magi­stra­tura».

A Parma, come si legge in rete, sono passati Provenzano, Totò Riina, Marcello Dell’Utri. Aldo Cagna, condannato a trent’anni per l’omicidio della sua ex fidanzata, denunciò il supplemento di pena che gli inflissero due agenti «picchiandolo, schiaffeggiandolo, buttandolo giù dalle scale, gettandogli addosso candeggina», come ebbe a scrivere l’Espresso. La Cassazione a giugno ha riconosciuto la responsabilità delle guardie, punendole con una sentenza a 14 mesi. Assarag è dentro per violenza sessuale su due studentesse ventenni e per questo, come da regole non scritte, sarebbe stato picchiato. Anche l’Espresso riscontra, nelle parole degli intercettati «un sistema punitivo parallelo». «Va bene assistente, guarda il sangue che è ancora lì, guarda, non ho pulito da quel giorno, lo vedi?». «Sì, ho visto», conferma la guardia. «Comandiamo noi. Come ti porto, ti posso far sotterrare. Comandiamo noi, né avvocati, né giudici», «Nelle denunce tu puoi scrivere quello che vuoi, io posso scrivere quello che voglio, dipende poi cosa scrivo io…».

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