giovedì 15 novembre 2018

Il ritorno degli Spandau Ballet, la ragazza di Kurt Cobain e quel barbone di Richard

Il ritorno degli Spandau Ballet, la ragazza di Kurt Cobain e quel barbone di Richard

Cronache romane di un cinema che fa festa, quinto giorno. Popoff vi racconta il Festival Internazionale del Film di Roma.

di Giorgia Pietropaoli


Il trailer di Soul Boys of the Western World

«Thank you for coming home/I’m sorry that the chairs are all worn». C’erano una volta cinque ragazzi che abitavano a Islington, un quartiere londinese, a metà degli anni Settanta. Si chiamano Gary e Martin Kemp, Steve Norman, Tony Hadley e John Keebl e volevano diventare delle pop star. «Eravamo un gruppo giovane e volevamo solo suonare». Dopo nomi più o meno anonimi, più o meno terribili (The Gentry su tutti), la scritta sul muro di un bagno fu l’ispirazione esotica che diede loro una sostanza: Spandau Ballet. «Volevamo essere romantici e eleganti».

spandau ballet

Nel quinto giorno del Festival Internazionale del Film di Roma (lunedì 20 ottobre) il pubblico e la stampa hanno potuto fare un tuffo nella musica degli anni Ottanta grazie al documentario Soul Boys of the Western World diretto da George Hencken e in concorso nella sezione Gala. Il film ripercorre le tappe della nascita degli Spandau Ballet, le loro origini, i loro tour, il loro successo, gli anni della crisi, lo scioglimento, la causa legale per i diritti e il loro ricongiungimento avvenuto nel 2009.

spandau ballet ap

«Il rock è un lavoro di squadra». La scelta di Hencken è ben precisa e le è fedele dall’inizio alla fine. Per raccontare la genesi, l’ascesa e la discesa del gruppo, utilizza solo immagini di repertorio e le voci dei membri della band, senza mai mostrarli in stile “documentario”; optando, dunque, per una sceneggiatura che si costruisce su immagini, canzoni, suoni e ricordi. Ripercorrendo le hit che hanno reso celebre la band capace di mescolare musica, moda, arti grafiche e visive, Hencken ne mostra la forza, il pensiero, le sperimentazioni, le fragilità, le aspirazioni, le debolezze, le vittorie e le sconfitte.
«Per me una canzone è un’idea unica». Attraverso la storia degli Spandau Ballet, il regista narra anche le vicende degli anni Ottanta per far comprendere appieno il motivo per cui una canzone come Through The Barricades sia riuscita a diventare il simbolo di una generazione. «Through the barricades/born on different sides of life/we feel the same/and feel all of this strife». Anche i cinque uomini di Islington hanno dovuto abbattere le barricate, dimenticare rancori e divisioni per tornare a catturare qualcosa di genuino, a essere quello che erano: un gruppo (non più giovane) che vuole suonare. A dimostrazione di ciò, saranno anche in tour in Italia nel 2015. Gary, Martin, Steve, Tony e John hanno comprato di nuovo «il loro biglietto per il mondo».

La giornata di rievocazioni nostalgiche prosegue con un altro film che, in qualche maniera, fa riferimento allo stesso periodo musicale. Si tratta di About a Girl, del regista tedesco Mark Monheim e in concorso nella sezione autonoma Alice nella città. Il titolo vi dice niente? Esattamente. Si riferisce proprio alla canzone dei Nirvana.

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«La vita non è il compleanno di un bambino. La mia non lo è di sicuro». Charleen (Jasna Fritzi) ha quindici anni, una mente arguta, una sola amica e adora Kurt Cobain, Jimi Hendrix e Amy Winehouse. Peccato che siano morti. «Chissà se, quando piove, sono loro che stanno suonando in paradiso. Se suonano davvero il rock ‘n’ roll, lassù, allora la musica dovrebbe essere così forte da non sentire i propri pensieri». D’istinto, un giorno, Charleen decide di togliersi la vita. «Se si prende una decisione in queste cose, bisogna andare fino in fondo. Almeno sono coerente». Il tentativo della ragazza si rivela maldestro e disastroso. Senza volerlo, si ritrova a dover frequentare uno psicanalista e ad affrontare le sue inquietudini insieme a Linus (Sandro Lohmann), un compagno di scuola anticonformista e spesso oggetto di bullismo. «È strano. Trovo interessanti le persone strane».

Mark Monheim dirige una pellicola in grado di affrontare temi drammatici come il suicidio, la morte e la sua accettazione con toni leggeri, senza addentrarsi mai in fatalismi o pesanti riflessioni religiose. Non è sulla discussione e i dogmi clericali, d’altronde, che si basa la brillante sceneggiatura ma piuttosto su una più ampia riflessione che abbraccia la bellezza della vita (ma anche della morte), regalo prezioso che non va sprecato e dell’amore, soprattutto quello adolescenziale. «Vorrei che avesse potuto vivere per sempre./Sei sicura?/Perché no?/Perché allora non avrebbe più avuto importanza».
Il regista lo fa con un linguaggio, un montaggio e una colonna sonora in grado di arrivare e colpire chiunque, senza mai tralasciare parti briose e pungenti che rendono ricco e originale il film. E alla fine anche la morte riesce a riacquistare il suo valore funzionale, quello in grado di rendere ancora più importante la vita.
«So che un giorno morirò ma forse è questo il bello della vita». Chissà se Kurt lo sapeva.

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Il 20 ottobre si conclude, almeno per Popoff, con Time Out of Mind, il film dell’israeliano Oren Moverman (Io non sono qui), in concorso nella sezione Cinema d’Oggi e con un Richard Gere padrone della sceneggiatura. George Hammond (Richard Gere) è un uomo che ha perso ogni cosa e che si ritrova a dormire per strada, su una panchina o sulle sedie di un pronto soccorso. Accolto in un centro di accoglienza per senzatetto di Manhattan, George dovrà lottare contro la burocrazia per riconquistare il suo posto nel mondo e recuperare il rapporto con la figlia Maggie (Jena Malone).
«Non sono un cattivo ospite, sono molto pulito, non sono uno straccione. Ho solo un brutto periodo». L’idea di base della pellicola è nobile e superba, umanamente e socialmente condivisibile: mostrare l’invisibilità dei senzatetto, il loro essere ai margini di una società che, per lo più, li ignora e spesso li disprezza.

«Sono un barbone? Non ho una casa, quindi sono un senzatetto. Io non esisto. Non sono nessuno». In parte l’operazione riesce grazie anche all’interpretazione di Gere che dà al suo personaggio spessore, pur conoscendo la sua storia a grandi linee, senza precise informazioni.
Moverman, però, realizza un film che resta sospeso a metà tra fiction e volontà di essere documentario. In realtà, documenta poco. Invece di andarci giù pesante (come avrebbe dovuto e potuto) e far vedere con crudezza le condizioni dei clochard, spiegarne le origini e la mancanza di politiche adeguate, si bea del fatto di avere un bravo attore ridotto a straccione. Un attore che fa muovere per strade e uffici con qualche sprazzo di follia, di confusione, di smarrimento. Il dramma di George, alla fine, è un ibrido, qualcosa che non né sa di carne né di pesce, qualcosa che non spiega nulla, racconta poco e edulcora tutto il resto. Peccato.
«La gente sparisce a volte. È una cosa che non ha senso». Time Out of Mind rimane un lungometraggio dall’intenzione lodevole che poteva essere un pugno nello stomaco, indimenticabile. Invece, è una carezza su una guancia.

SOUL BOYS OF THE WESTERN WORLD
Regia di George Hencken
Con Tony Hadley, John Keeble, Gary Kemp, Martin Kemp, Steve Norman
Documentario, 102 min
USA, 2014
Uscita martedì 21 ottobre 2014
Voto Popoff: 3/5

ABOUT A GIRL
Regia di Mark Monheim
Con Heike Makatsch, Jasna Fritzi Bauer, Sandro Lohmann, Simon Schwarz, Rafael Gareisen
Drammatico, 104 min
USA, 2014
Voto Popoff: 3,5/5

TIME OUT OF MIND
Regia di Oren Moverman
Con Jena Malone, Richard Gere, Danielle Brooks, Abigail Savage, Geraldine Hughes
Drammatico, 104 min
USA, 2014
Voto Popoff: 2,5/5

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