lunedì 24 settembre 2018

Escobar, i desaparecidos e gli angeli della rivoluzione

Escobar, i desaparecidos e gli angeli della rivoluzione

Cronache romane di un cinema che fa festa, settimo giorno, parte seconda. Popoff vi racconta il Festival Internazionale del Film di Roma.

di Giorgia Pietropaoli


Il trailer di Escobar: Paradise Lost

«Tutto quello che faccio, lo faccio per amore della mia famiglia». In questo mercoledì 23 ottobre (la prima parte qui) recuperiamo (in replica e con una certa curiosità) al Festival Internazionale del Film di Roma, il film di Andrea Di Stefano, Escobar: Paradise Lost, lungometraggio in concorso nella sezione Gala e che può vantare un certo Benicio del Toro, chiamato a interpretare il Pablo del titolo.
Nick (un Josh Hutcherson con la faccia da adolescente perenne) è un giovane surfista canadese che, su una spiaggia di Medellín, gestisce un chiosco di bibite insieme al fratello. Esplorando la città, s’imbatte per caso nella giovane Maria (Claudia Traisac), nipote dell’allora (era il 1983) senatore Pablo Escobar. Attratto dallo stile di vita della famiglia di Maria, Nick si avvicina sempre più all’uomo che è passato alla storia come il Re della Cocaina e, lentamente comincerà, a conoscerne i terribili segreti e le origini della continua fortuna economica. Sempre più coinvolto, Nick si renderà conto dei pericoli che corre stando accanto all’uomo più potente e temuto della Colombia.

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«Ti droghi?/No, non fa per me./Bene, ho visto gente annientata dalla droga». Il titolo è, in parte, fuorviante. Forse perché la storia sfiora appena la figura di Pablo Escobar, quel tanto che basta per creare l’antagonista supercattivo della trama e costruire una sceneggiatura che ruota attorno a una storia d’amore maledetta. Il personaggio di Escobar, in questo film, potrebbe passare tranquillamente come “un narcotrafficante qualsiasi” e non come “il narcotrafficante fondatore del cartello di Medellín”, se non fosse per Benicio del Toro che riesce a caratterizzarlo nonostante la scarsità del materiale a disposizione. «Nel momento in cui parlerà con Dio, gli ricordi quello che faccio per la sua chiesa. Ultimamente sembra distratto».
Hurcherson (si evolverà, prima o poi?) è insulso e sbiadito nel ruolo di Nick, un protagonista che agisce in maniera del tutto anonima e incomprensibile, persino ridicola quando si ritrova a dover fuggire per salvarsi la vita. Dove si è mai visto il sequestro di una volante con annesso poliziotto piazzato nel sedile posteriore? No comment. Nel complesso, questo “paradiso perduto” rappresenta, dunque, un’occasione e un personaggio sprecati che avrebbero potuto regalare una storia avvincente e storicamente rilevante. Se non fosse per quel poco di Benicio si potrebbe subitaneamente dimenticare. «Quando mi accorgerò che Dio esiste sarò io, Pablo Escobar, che terrò d’occhio lui».

Dopo la Colombia e la cocaina, è il turno del Perù e dei desaparecidos. In NN, film in gara nella sezione Cinema d’Oggi, il regista Héctor Gálvez narra la disperazione e il dolore provocati dalla tragedia dei desaparecidos.
«È la quarta volta che crede che abbiano trovato il corpo di papà». Fidel (Paul Vega) è il leader di un team di antropologi forensi. Nell’ultima riesumazione di cui il gruppo si sta occupando, i resti di un corpo destano particolare interesse: nella tasca della camicia è stata trovata, infatti, la fotografia, perfettamente conservata, di una ragazza. Trovare l’identità di quell’uomo e consegnare le sue ossa ai familiari diventa, per Fidel, di primaria necessità per impedire a quei resti di finire dimenticati in uno scatolone con una targhetta che riporta la dicitura “NN”.

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«Stanotte l’ho sognato. Mi diceva che aveva freddo. Può coprirlo lei, dottore?». Gálvez s’imbarca in un compito difficile cui adempie con meticolosa linearità. Forse troppa per un tema che avrebbe potuto aspirare a toni d’inchiesta e realizzare una sceneggiatura incalzante, dal sapore politico. Il regista decide di ripiegare sul dramma personale, sulla tragedia della scomparsa e sul dolore che si protrae nell’attesa di conoscere il destino di una persona cara, perduta da tempo. «Come ti sentiresti se di dessero solo un pezzo di rotula dopo venticinque anni?».
In questo, Gálvez riesce alla perfezione, trasmettendo dosi di ansia e angoscia a volontà, che in alcuni momenti, diventano addirittura soporifere. Avremmo voluto vedere altri ritmi, qualche dito puntato e, soprattutto, tanta denuncia. Così non è, e limitarsi a condividere il dolore con i protagonisti ci sembra cosa assai ingiusta e non bastevole. «Nulla di ciò che è accaduto ai vostri familiari è colpa vostra».


Il trailer di Angels of Revolution

La giornata si è conclusa con la consegna del Marc’Aurelio del Futuro a Alexej Fedorchenko che ha presentato il suo nuovo film Angels od Revolution (in originale Angely Revoluciji), in concorso nella sezione Cinema d’Oggi. «L’Italia, per me, è legata al nome Marco. Per via di Piazza San Marco, a Venezia, che rappresenta una sorta di mito; poi ho conosciuto Marco Müller, che ha voluto questo film qui, al Festival di Roma; e adesso ho un Marc’Aurelio, che prima era solo la storia, adesso so che rappresenta anche il futuro», ha dichiarato con commozione il regista russo.
«Solo l’arte può sottometterli al potere sovietico». È il 1934 e Polina la rivoluzionaria (Darya Ekamasova) è stata convocata per una nuova missione: convertire gli Ostiachi e i Nenci, due popolazioni indigene, alla nuova ideologia di liberazione. Polina parte alla volta della Siberia, seguita da un gruppo di sei artisti per cercare di trasmettere la dottrina sovietica e, allo stesso tempo, sottomettere le etnie al potere centrale, che intende sfruttare le risorse economiche di quella parte di mondo.

ANGELSofREVOLUTION

«L’ira autentica, come l’amore autentico, ci suggeriscono a volte soluzioni strane». Fedorchenko narra con maestria e la giusta dose di surrealismo un episodio realmente accaduto (la rivolta di Kazym) e elevato a metafora di un tema più ampio: l’incomprensione tra culture diverse e l’impossibilità di sradicare usanze, costumi e tradizioni di un popolo per trapiantarne, di punto in bianco, una civiltà nuova di zecca. Il regista, nella costruzione dei suoi personaggi, rievoca i più grandi artisti dell’avanguardia russa (ad esempio Dziga Vertov e, soprattutto, Sergej Michajlovič Ejzenštejn, che con il suo Que viva Mexico! aveva rotto definitivamente con la linea culturale del regime stalinista) e ne mostra l’ascesa e la fatale discesa, il loro fallimento in un’impresa che, nel loro profondo, sentivano essere sbagliata.
«Ogni verdura ha la sua stagione». Angels of Revolution è un’opera (e capolavoro) complessa e di ampio respiro, che utilizza i tempi del teatro d’avanguardia al fine di abbracciare le arti, l’arte; quell’arte che, durante la dittatura di Stalin, si era trasformata in una formula controllata e confezionata allo scopo di arginare e sopprimere il pensiero critico e qualsiasi forma di sperimentazione. Fedorchenko, al contrario, sperimenta e rende omaggio, così, a un movimento soffocato sul nascere e terminato in modo tragico. «Siamo morti da tanto tempo e ora veniamo a prendervi».

ESCOBAR: PARADISE LOST
Regia di Andrea Di Stefano
Con Benicio Del Toro, Josh Hutcherson, Brady Corbet, Claudia Traisac, Carlos Bardem
Thriller, 120 min
Francia/Spagna/Belgio, 2014
Voto Popoff: 1,9/5

NN
Regia di Héctor Gálvez
Con Paul Vega, Isabel Gaona, Antonieta Pari
Drammatico, 95 min
Francia/Germania/Perù, 2014
Voto Popoff: 2/5

ANGELY REVOLUCIJI (ANGELS OF REVOLUTION)
Regia di Alexej Fedorchenko
Con Darya Ekamasova, Oleg Yagodin, Pavel Basov e Georgy Iobadze
Drammatico, 113 min
Russia, 2014
Voto Popoff: 5/5

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