Quando l’incanto dell’ambiguità abita la fotografia

Quando l’incanto dell’ambiguità abita la fotografia

55, 167 Ritratto di Leonor Fini. Pittrice, scenografa, scrittrice, illustratrice argentina di origini italiane. Libera, dissacratoria, amante della vita e spaventata dalla solitudine

di Gabriele Agostini

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Leonor Fini è pittrice, scenografa, costumista, scrittrice, illustratrice e disegnatrice argentina di origini italiane. Nata a Buenos Aires il 30 agosto del 1907 e morta a Parigi il 18 gennaio del 1966. Vita movimentata, Trieste, Milano, Parigi, New York, Roma, numerosi gli incontri con artisti e intellettuali del calibro di Arturo Nathan, Carlo Sbisà, Edmondo Passauro, Achille Funi, Andrè Breton, Salvador Dalì, Paul Eluard, Max Ernst… Il suo legame con il teatro, i suoi romanzi surrealisti, la sua passione per il disegno e la fotografia, i suoi tanti amori, il suo essere libera e dissacratoria, ma anche il suo originale concetto di fedeltà e il suo amore per la vita, da sempre così legata alla madre e così spaventata dalla solitudine, tracciano alfine lo specchio di una personalità d’artista unica che valica i confini della pittura per collocarsi di diritto tra i grandi del Novecento.   Molte fotografie del novecento sono analizzate, studiate e raccontate. Si studia la fotografia nella storia, la fotografia e la storia, la storia nella fotografia. La fotografia come fonte, come agente e come strumento. Si analizza il rapporto complesso tra arte e fotografia, tra fotografia ed arte. Si indaga sulla produzione di un autore, cogliendone tutte le suggestioni. Ci si interroga sulla sua vita, si cerca di segnarne gli incontri, le frequentazioni. Molte immagini escono divengono delle icone. Ma come possiamo definire una fotografia se questa diventa un teatro abitato dalla sola autorevolezza registica e interpretativa delle pulsioni creative, comunicative e performative, del soggetto ripreso? E se questo esclude il fotografo dall’atto creativo riducendo lo stesso alla sola funzione di operatore passivo atto a far funzionare unicamente l’apparecchio fotografico? Possiamo dire che l’opera, la fotografia, passa da oggetto di ammirazione a oggetto di meditazione, dall’ordine della materia all’ordine dello spirito, dal godimento all’annientamento.   Gran parte delle foto si caratterizzano per le metamorfiche messe in scena di carattere surrealistico, in alcune immagini si anticipa e si palesa quello che sarà la sua ricerca pittorica. In altre, prevale l’autorappresentazione e la dualità che riveste il travestimento in relazione alle proprie vicende biografiche.   Di indubbio interesse è il rapporto di Leonor Fini con la fotografia. Fin da subito ne intuisce la specificità e il potenziale. Ad essa si affida per la certificazione delle sue istanze votate alla performance, e la diffusione della propria immagine. Numerose sono le collaborazioni con i fotografi. Tra i tanti spiccano: Wanda Wulz, Man Ray, Henry Cartier-Bresson, Veno Pilon, Dora Maar, Charles Henri Ford, Erwin Blumenfeld, Eddy Brofferio, Lee Miller, Andrè Ostier, Richard Overstreet, Arturo Ghergo, Georges Platt Lynes, M.C. Orive, Horst P. Horst e Cecil Beaton.   In ogni immagine la domanda che Leonor rivolge alla fotografia è quella di legare indissolubilmente la sua figura, il suo volto alla maschera, al travestimento.   Una fotografia in particolare si caratterizza come presa di posizione di genere, anticipando temi che saranno narrati negli anni Settanta da parte di numerosi fotografe/i militanti.

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La foto in questione è quella che vede Leonor inquadrata dal basso verso l’alto, lungo un vettore ottico obliquo. La fotografia è di autore ignoto, la tecnica usata e il livello di precisione escludono che possa trattarsi di un autoritratto, come taluni hanno affermato. Nessun fotografo, nel corso del tempo, ne ha mai rivendicato la paternità. Il gesto compiuto, la mano destra che tocca la propria immagine riflessa dallo specchio, diviene il centro ottico d’interesse dell’immagine. Il volto è algido, il momento solenne. Il contatto delle dita si carica di un potere magico. Siamo in presenza di una pratica ancestrale capace di proiettarci in una realtà altra. Nella duplicazione dell’immagine e del gesto il suo sguardo si riflette ritornando a lei e al contempo, di riflesso allo spettatore. fig19 Siamo ammaliati, restiamo imprigionati, pronti a soccombere. Giocare con la propria immagine, è lo strumento principale per esprimere la dislocazione del sé attorno al proprio spazio, al proprio ruolo, al ruolo di genere. Leonor non bacia se stessa, il proprio volto, come nei disegni di Fernard Khnopff. Il gesto di Leonor è più antico, arcaico, ci rimanda alla storia dell’uomo, al mito.

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Leonor come Lamia, come Medusa. La sua immagine oscilla tra il dionisiaco e l’apollineo. Più Medusa che Lamia, come si conviene ad un inizio di Novecento ancora intriso di romanticismo crepuscolare del secolo che lo precede, ma pronto ad esplorare e a farsi attraversare da introspezioni psicanalitiche e suggestioni orientali che caratterizzeranno i primi anni del Novecento. Leonor fulmina con lo sguardo. La sua forma corporea è celata, abbigliata e abitata da una sontuosa e bellissima iridescente veste setosa che, drappeggiandosi sui fianchi, trasuda pathos e un’intensa carica erotica. Giovane voluttuosa dea dell’amore, capace di plagiare e di condurre alla perdizione, all’autodistruzione, all’annichilimento. fig21 Baccante, strega che usa e dispensa nella sua illimitata libertà malìa, artifici, energia, eros, thanatos. Baccante, strega forte e gravida di fascino e furore. fig22 Strega torbida e pregna di una sfrenata foga emotiva. Ci consegniamo consapevolmente a te, per essere sopraffatti e condannati a una eterna e muta presenza. Siamo testimoni di Philie e Neikos. Chi ci ha posseduto ha perso da sempre la sua ombra. Pietrificati saremo chiamati ad abitare la fotografia, a durare nella solitudine, nella eterna e infinita irrilevanza. fig23

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