domenica 18 novembre 2018

I gatti dei Cure, l’affaire Lamare e i matti di Stonehearst

I gatti dei Cure, l’affaire Lamare e i matti di Stonehearst

Cronache romane di un cinema che fa festa, ottavo giorno. Popoff vi racconta il Festival Internazionale del Film di Roma.

di Giorgia Pietropaoli

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«Non so qual è il suo problema, ma mi detesta./No, è tua madre». La nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma è ormai agli sgoccioli. Giunti all’ottavo giorno (23 ottobre) si percepisce la stanchezza anche nel programma. Così, abbiamo iniziato la mattinata cercando rifugio nella sezione autonoma Alice nella città con il film (in concorso) All cats are grey (in originale Tous les chats sont gris) della regista belga Savina Dellicour. Il titolo della pellicola è ispirato a una canzone dei Cure, la band preferita dalla giovane protagonista, la quindicenne Dorothy (Manon Capelle). Dorothy sta crescendo e vorrebbe trovare il padre biologico che non ha mai conosciuto. L’incontro con Paul (Bouli Lanners), un detective privato («Non è un lavoro palloso come quello dei nostri genitori») le darà l’occasione per cercarlo. «Tu sai perché le persone spariscono?».
E non solo. Perché Dorothy avrà la possibilità di risolvere i conflitti con la madre e di scoprire un nuovo amico.

«Non sento niente./Io ti sento e ti tengo stretta./ Mi sarebbe piaciuto, se fossi stato tu mio padre». La regista affronta la ribellione adolescenziale senza pregiudizi o sentenze. Sbatte sullo schermo la fragilità dei giovani e le loro insicurezze, mostrando come queste, spesso, siano generate da una mancanza di comunicazione tra genitori e figli. «Il modo in cui voi adolescenti alzate le spalle mi dà ai nervi».
Dellicour non sfrutta gli input melodrammatici che la trama tende e piazza (più volte) come trappole mortali e questo fa un gran favore al film che non scade mai in dissertazioni sul dolore e sulla solitudine. Seguire Dorothy vuol dire scoprire la necessità che le giovani generazioni avvertono quotidianamente. Di essere capiti, ascoltati, abbracciati (e i ragazzi che, in sala, emettevano versi rumorosi e maleducati, probabilmente, sono tra quelli che ne avrebbero più bisogno).
Di essere compresi, anche solo attraverso un disco o una canzone. «Voglio farti ascoltare una cosa…».


Il trailer del film La prochaine fois je viserai le coeur

Dopo il Belgio di Savina, è il turno della Francia di Cédric Anger, che è in concorso nella sezione Mondo Genere con La prochaine fois je viserai le coeur. La pellicola s’ispira alla vera storia di Alain Lamare, un serial killer che, alla fine degli anni Settanta, ha terrorizzato gli abitanti del dipartimento dell’Oise uccidendo giovani donne a caso.
«La prossima volta mirerò al cuore e non alle gambe». Il film segue le inchieste della gendarmeria e della polizia arricchendole con il punto di vista dell’assassino, un uomo schizofrenico e tormentato da visioni che odia l’umanità, soprattutto le donne, ree di provocare con il loro abbigliamento strane reazioni nell’altro sesso.

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«Sono un killer e, in quanto, tale ucciderò. Distruggerò e ucciderò finché non mi uccideranno». Il plot e il personaggio di Lamare (interpretato da un capace Guillame Canet) offrono spunti interessanti che purtroppo si perdono in una messa in scena priva di suspense, di colpi di scena e che culmina in un finale privo di qualsiasi attesa o tensione. «Un uomo non è mai gentile».
Il regista oscilla tra noir e thriller senza amalgamarne i rispettivi componenti. I rapporti tra i personaggi sono banali, noiosi e tendono ad allungare il brodo invece di migliorarlo. Anche i momenti più ironici («Conosce quest’uomo?») si perdono, svalutati, in una sceneggiatura lineare che non trova mai il suo attimo d’oro. «Sono libero di un’irreale libertà». È un peccato, soprattutto per Canet che, in parte, spreca il suo talento. Anger doveva mirare al cuore invece ha continuato a colpire le gambe.


Il trailer del film Stonehearst Asylum

«Credo che, tra tutte le malattie dell’uomo, la pazzia sia la più terribile». Tocca a Stonehearst Asylum, dell’americano Brad Anderson (Session 9, L’uomo senza sonno), e in concorso nella sezione Mondo Genere, chiudere il secondo (e ultimo) giovedì del Festival. «Come ogni criminale si dichiara innocente, ogni donna pazza si dichiara sana di mente». È la vigilia di Natale del 1899 quando a Stonehearst Asylum, un manicomio innevato e isolato, giunge Edward Newgate (Jim Sturgess munito di baffetti e occhiali). Edward è laureato in psichiatria e vorrebbe esercitarsi nella professione insieme al professor Lamb (un sempreverde Ben Kingsley) per imparare il suo innovativo metodo che ha soppiantato le cure barbare del dottor Salt (Michael Caine -e di lui basterebbero anche solo cinque minuti). Fin da subito il giovane è attratto dalla bella Eliza Graves (un’affascinante Kate Beckinsale) che si trova lì perché ha aggredito il marito, un uomo potente e facoltoso dagli appetiti violenti. Allo stesso tempo Edward si accorge che, in quel posto, qualcosa non torna e che nei sotterranei dell’ospedale viene custodito un pericoloso segreto.

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«La maggior parte dei nostri pazienti è qui perché crea imbarazzo alla sua famiglia». Il film è liberamente tratto dal racconto Il sistema del dr. Catrame e del prof. Piuma di Edgar Allan Poe. «Abbiamo un conte che si crede una teiera». Brad Anderson dirige con maestria un cast di tutto rispetto, mantenendo e trasportando sul grande schermo le atmosfere gotiche di fine Ottocento tipiche di Poe. Non fa solo questo. S’impegna anche a esibire lo scontro tra la psichiatria moderna e quella “medievale” scherzando con i personaggi e ridicolizzandoli in alcune scene, rimanendo sì fedele ai canoni del film di genere ma arricchendoli con riflessioni che non si prendono mai troppo sul serio, mirate a enunciare che non esiste un uomo che non possa essere curato. «Tenete un uomo in gabbia e diventerà un animale. Ridategli la sua libertà e ritroverà la sua umanità».

Anderson, in ogni caso, commette qualche errore: marca troppo gli aspetti più romantici (è forse l’epoca che lo richiede? La stessa, tra l’altro di The Knick di Steven Soderbergh –ne abbiamo parlato qui), fa accavallare tanti colpi di scena che mettono a rischio la compattezza delle posizioni e, a un certo punto si ha come l’impressione di una perdita di colpi. Ci si passa comunque sopra grazie a una buona sceneggiatura e all’interpretazione degli attori che riescono a mantenere alta l’attenzione anche quando il manicomio sembra stia per sgretolarsi. O per andare a fuoco.
«Siamo tutti matti ma alcune persone non sono abbastanza matte da ammetterlo».

ALL CATS ARE GREY
Regia di Savina Dellicour
Con Manon Capelle, Anne Coesens, Dune de Braconier, Danièle Denie, Alain Eloy, Bouli Lanners
Drammatico, 85 min
Belgio, 2014
Voto Popoff: 3/5

LA PROCHAINE FOIS JE VISERAI LE COEUR
Regia di Cédric Anger
Con Guillaume Canet, Ana Girardot, Jean-Yves Berteloot, Alice de Lencquesaing, Jean Paul Comart
Drammatico, 111 min
Francia, 2014
Voto Popoff: 2/5

STONEHEARST ASYLUM
Regia di Brad Anderson
Con Kate Beckinsale, Brendan Gleeson, Michael Caine, Jim Sturgess, Ben Kingsley
Thriller, 109 min
USA, 2014
Voto Popoff: 3,5/5

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