Ue-Germania, se l’economia si trasforma in scienza morale

Ue-Germania, se l’economia si trasforma in scienza morale

Forse stiamo tornando alla Guerra dei Trent’anni, tra cattolici negligenti e spendaccioni, e protestanti con un approccio morale all’economia

di Roberto Savio*

Europa-Germania

La nuova Commissione Europea sembra più un esperimento per tenere in equilibrio forze opposte piuttosto che una istituzione che dovrebbe essere guidata con un certo tipo di governance. Probabilmente l’Europa finirà paralizzata da conflitti interni, l’ultima cosa di cui ha bisogno.

Durante la presidenza di José Manuel Barroso (2004-2014), la Commissione, organo esecutivo dell’Unione Europea, è diventata sempre più marginale in ambito internazionale, impantanata in divisioni interne tra il nord e il sud del blocco.

Torniamo alla Guerra dei Trent’anni (1618-1648) di quasi quattro secoli fa, tra cattolici e protestanti. I cattolici sono considerati negligenti e spendaccioni, mentre dal lato protestante c’è un approccio morale all’economia.

La Germania, per esempio, ha trasformato il debito in un “peccato” finanziario. La grande maggioranza dei suoi cittadini appoggia la postura irriducibile del governo tedesco secondo cui il sacrificio fiscale è l’unica via di salvezza e l’incombente decelerazione economica rafforzerà questo sentimento.

Come risultato, la gestione interna della crisi di governabilità dell’UE ha, in gran parte, spinto l’Europa verso confini marginali del mondo.

Non si capisce che interesse possa avere l’Europa a spingere la Russia verso una alleanza strutturale con la Cina e, in un momento così fragile, imporre a sé stessa perdite nel commercio e negli investimenti con Mosca che, il prossimo anno, potrebbero arrivare a 40 mila milioni di euro.

La prestigiosa rivista Foreign Affairs, la bibbia della élite degli Stati uniti, ha pubblicato un lungo e dettagliato articolo dell’accademico John J. Mearsheimer, intitolato Perché la crisi in Ucraina è colpa dell’Occidente, che documenta come l’invito all’Ucraina di unirsi all’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO), sia stato l’ultimo di una serie di passi ostili che hanno spinto il presidente russo, Vladimir Putin, a bloccare un chiaro processo di intrusione.

Mearsheimer dubita che tutto ciò corrisponda a interessi a lungo termine degli Stati Uniti, al di là di alcuni piccoli circoli, e si domanda perché l’Europa gli assecondi. Ma la politica, al momento, ha solo un orizzonte a breve termine e le priorità sono condizionate da questa visione.

Un buon esempio è come gli stati europei (ad eccezione dei paesi del nord), hanno via via tagliato risorse destinate alla cooperazione internazionale.

Non solo la Spagna, l’Italia e il Portogallo – e ovviamente la Grecia – hanno praticamente eliminare i loro contributi di aiuti allo sviluppo, ma anche l’Austria, il Belgio e la Francia hanno seguito l’esempio. Mentre la Cina sta investendo sempre di più in Africa, America Latina e, chiaramente, in Asia; con una strategia dove il termine “cooperazione” non sarebbe il più appropriato.

Ma l’esempio migliore dell’incapacità dell’Ue di restare in sintonia con la realtà è l’ultimo taglio al programma Erasmus, che fino ad oggi aveva permesso ogni anno, a decine di migliaia di studenti, di viaggiare in altri paesi europei. I tagli avvengono in un momento in cui ovunque stanno nascendo partiti antieuropei . E pensare che un milione di bambini sono nati da coppie che si sono conosciute grande a queste borse di studio

In realtà l’educazione, la cultura e l’assistenza sanitaria soffrono per la continua riduzione della spesa pubblica. Come disse in una sua famosa frase Giulio Tremonti, ministro delle finanze durante l’era di Silvio Berlusconi, “la cultura non si mangia”.

Le risorse finanziare pro capite per la cultura nel sud dell’Europa è attualmente la settima parte rispetto a quelle messe in campo nel nord del continente.

Nel suo ultimo bilancio l’Italia, che secondo l’Unesco, Organizzazione Onu per l’educazione, la scienza e la cultura possiede il 50% del patrimonio culturale europeo, ha deciso di creare 100 posti di lavoro in campo archeologico con un salario lordo mensile di 430 euro. Una cifra che è la metà del salario mensile di una lavoratrice domestica a 20 ore settimanali.

I politici italiani non lo dicono esplicitamente, ma pensano che c’è già tanta ricchezza patrimoniale che non c’è necessità di maggiore investimento, perché comunque i turisti continueranno ad arrivare nel paese. Di conseguenza, la risorsa economica impegnata per tutti i musei italiani è vicina a quella impegnata per il solo Metropolitan Museum di New York.

Si potrebbe affermare che in un momento di crisi le risorse per la cultura si possono congelare perché ci sono necessità più urgenti. Ma per mantenere l’Europa all’interno della competizione internazionale non c’è necessità più urgente se non quella di assicurare il futuro dei suoi cittadini. E tuttavia, gli investimenti pubblici per la ricerca e lo sviluppo necessari per quell’obiettivo, subiscono tagli anno dopo anno.

Esaminiamo la situazione al 2009

In Italia le  università hanno subito un taglio complessivo del 20%, che significa una riduzione dell’80% nella contrattazione e del 100% nei progetti, mentre il 40% delle risorse per i dottorati sono scomparse.

La Spagna ha ridotto gli investimenti in ricerca e sviluppo del 40%, che si traduce in un taglio percentuale uguale in finanziamenti di progetti e del 30% in risorse umane.

La Francia ha ridotto del 25% i contratti nei centri di ricerca e del 20% nelle università. Meno del 10% dei progetti presentati ricevono finanziamenti per assenza di fondi.

Dal 2011 la Grecia ha ridotto le risorse per i centri di ricerca e le università del 50%, mentre ha congelato i contratti per i ricercatori.

In Portogallo, durante lo stesso periodo, università e centri di ricerca hanno subito tagli del 50%, il numero delle borse per dottorati è caduto del 40% e i corsi di post-laurea del 65%.

E’ importante ricordare che la Strategia di Lisbona, programma per la crescita e il lavoro adottato nel 2000, aspirava a fare dell’Unione Europea, entro 10 anni, “l’economia più competitiva e dinamica del mondo, basata sulla conoscenza, capace di crescere economicamente in forma sostenibile, con più e migliore lavoro e con maggiore coesione sociale”.

Obiettivi non certo raggiunti nel 2010, al contrario l’Europa continua la sua marcia indietro.

La Strategia di Lisbona aveva fissato, per esempio, che il 3% del Pil sarebbe stato assegnato a ricerca e sviluppo. Ma l’Europa meridionale dedica a queste voci meno dell’1,5%.

Una eccezione degna di nota è la Gran Bretagna. L’attuale governo, che lavora in stretta sintonia con la City finanziaria e le imprese, ha finanziato con 6 mila milioni di euro il progetto “Strategia di innovazione e ricerca per la crescita”, con il placet del settore privato.

La Cina incrementa costantemente le risorse in ricerca e sviluppo, ora rappresentano il 3% del Pil, ma ha già pianificato di raggiungere il 6% entro il 2020, in soli sette anni. La Cina è diventata il maggior produttore di pannelli solari, provocando il fallimento di molte imprese statunitensi e europee.

L’Europa sta compromettendo il suo futuro di competitor internazionale per compiacere gli interessi della Germania? Oppure è che la politica sta perdendo di vista i boschi mentre si discute la quantità di alberi da tagliare per arrivare a un compromesso tra cattolici e protestanti?

Sicuro è che si sta trasformando l’economia in una scienza morale, e questo rende l’Europa un mondo insolito.

*Co-fondatore e ex direttore di IPS. Fondatore di Other News. Fonte Other News, traduzione di Marina Zenobio

 

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