mercoledì 19 dicembre 2018

La rivoluzione di Jean-Claude Izzo

La rivoluzione di Jean-Claude Izzo

Davvero la fortuna del noir è legata al fallimento delle rivoluzioni? Quindici anni fa moriva Izzo. Ecco come lo ricorda lo scrittore genovese Bruno Morchio

di Bruno Morchio

 Clément Belin dalla versione a fumetti di Marinai perduti
Clément Belin dalla versione a fumetti di Marinai perduti

In un breve, lucidissimo articolo della preziosa, piccola antologia Aglio, menta e basilico (edizioni e/o, 2006) Jean-Claude Izzo fa risalire il noir mediterraneo alle origini della grande letteratura occidentale, dall’assassinio di Abele alla tragedia greca. Quindi, subito dopo, indica due scrittori del Novecento, convenzionalmente non ascritti al genere, quali precursori della letteratura noir: James Cain (Il postino suona sempre due volte) e Albert Camus (Lo straniero).

Vengono in mente le parole di Coleman Silk, il personaggio de La macchia umana di Philip Roth, pronunciate nella prima lezione del corso che gli costerà il posto di docente, quando riferendosi all’Iliade afferma che: «la letteratura occidentale comincia con una lite tra due uomini che si contendono una donna, una banale lite da bar».

La letteratura occidentale, afferma Izzo citando la Bibbia e L’Edipo Re, comincia con un crimine. Al di là della genericità del riferimento e della sua contestualizzazione geografica mediterranea, il ragionamento contiene una verità profonda che costituisce la vera rivoluzione di Izzo.

Una rivoluzione letteraria prima ancora che politica e morale. Se rileggete la trilogia marsigliese vi accorgerete che il filo rosso che fa procedere la storia, la tragica e disperata lotta di un outsider come Fabio Montale contro poteri criminali infinitamente più forti di lui, che vantano appoggi nell’apparato dello Stato, nella politica, nell’economia e nella finanza, altro non è che pura funzione narrativa (nel senso che Propp attribuiva al termine), costituisce la struttura del racconto ma è ben lungi dall’esaurirne il significato.

jean claude izzo
jean claude izzo

Questo non vuol dire che l’epopea tragica di Montale non sia importante, ma su questa “impalcatura” si agglutina una prosa ricca di suggestioni, che delinea caratteri e personaggi, evoca ambienti e atmosfere, affonda il bisturi in pezzi di società facendo emergere tutta la miseria e la ricchezza di un’umanità entusiasta o dolente, e lo fa utilizzando un linguaggio scarno, necessario, ma imbevuto di suggestioni letterarie. La prosa di Izzo è frutto della ricchezza di esistenza e di letteratura di cui lo scrittore è portatore.

Il noir è stato rivoluzionato dall’opera di Izzo anzitutto sul piano della struttura narrativa. Man mano che l’azione progredisce il panorama si allarga e si arricchisce di figure, relazioni e vicende che non servono a complicare l’intreccio ma ad aprire scenari umani carichi di risvolti tragici dove non viene mai meno lo stupore di fronte alla bellezza dell’esistenza.

«Ognuno trova in Montale l’amico che cercava (…) Spesso mi dicono che è cupo e pessimista, ma il più bel complimento che mi fanno regolarmente è che, quando si chiude Solea, si ha una fottuta voglia di vivere».

Izzo non descrive quasi mai i personaggi, li rappresenta nel loro parlare, pensare e agire, e così li rende vivi e veri. Anche le sue descrizioni del paesaggio non sono mai oggettive, ma contengono un nucleo lirico, illuminate come sono dalla voce del protagonista-narratore. La Marsiglia di Izzo è intrisa di affettività e di memoria, e questo la rende unica, quanto di più lontano dalle categorie del pittoresco e del descrittivo. La musica, la cucina, il vino, il pastis, le relazioni amorose sono funzionali a illuminare il conflitto tragico tra la vita e la morte, e perciò sono così ampiamente sviluppati. A Izzo non interessa fare promozione eno-gastronomica più di quanto gli interessi invogliare il turista a visitare Marsiglia. «I ristoranti dove vado volentieri raramente figurano sulle guide» scrive. E più volte ripete che Marsiglia non è una città per turisti.

L’essenzialità della prosa non è funzionale allo sviluppo lineare dell’intreccio d’indagine, ma allo sforzo di lasciar emergere sulla pagina situazioni drammatiche cariche di sentimenti (nostalgia, dolore, rabbia, disperazione, amore). I personaggi sembrano persone conosciute, la loro forza e le loro debolezze si evidenziano con una immediatezza che stupisce e che rende Izzo uno scrittore difficile da imitare senza cadere inevitabilmente nella maniera à la Izzo.

Perciò il richiamo alle origini della letteratura non è un semplice espediente retorico. Gli schemi del giallo vengono ribaltati per costruire un romanzo che al centro non ha la risoluzione dell’enigma, ma la fatica e la tragedia del vivere. I riferimenti a Sofocle, Cain e Camus non sono accidentali: il tema della lotta contro il destino, di cui il crimine costituisce parte integrante, porta il romanzo noir sul terreno della grande letteratura. L’artificio abilmente confezionato dalla narrativa di genere, il giocattolo enigmistico, sparisce dalla scena e perde la sua funzione centrale: tenere il lettore incollato al libro fino all’ultima pagina. È una caratteristica innovativa non soltanto rispetto al giallo anglosassone, da Poe ad Agatha Christie, ma anche alla letteratura hard boiled di Hammett e Chandler, a cui Manchette aveva riconosciuto una forte impronta morale (l’ultima letteratura morale del Novecento), ma che pure conserva la preoccupazione di costruire un plot complesso basato sulla ricerca del movente e dell’assassino. Che poi nell’hard boiled movente e omicidio risultino spesso frutto di complessi meccanismi sociali, indagati con inflessibile determinazione, non cambia la sostanza della struttura compositiva del testo.

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In Izzo no. Quasi tutto ciò che nel plot è essenziale è noto fin dall’inizio e al lettore non importa svelare nulla. È la dimensione tragica della vita quella che occupa il cuore della pagina. L’attenzione è calamitata dalle passioni che si agitano nei personaggi e dai drammi che ne segnano esistenza e relazioni.

Tutto questo funziona perché, a dispetto della apparente immediatezza con cui la soggettività dei personaggi (in primis l’io narrante) si affaccia sulla pagina, la scrittura è intrisa di sottile perizia letteraria. E veniamo così al secondo pilastro della rivoluzione operata da Izzo nel genere: la lingua. Conosciamo i periodi brevissimi, costituiti talvolta da una sola parola, che conferiscono alla scrittura di Izzo una forte impronta poetica, segnatamente lirica. Una parola chirurgicamente esatta, che denota e circoscrive l’oggetto, ma insieme intensamente evocativa. Questa lingua asciutta, basica, ha poco a che fare con la scrittura di grado zero che Manchette ritrova tra le ragioni della grandezza di Hammett: in Hammett la descrizione minuziosa e neutra è ispirata da un behaviorismo che diventerà uno dei marchi di fabbrica del noir («Spinsi la porta ed entrai. Il rumore dell’acqua veniva dal lavandino. Guardai nel lavandino»): la scrittura come referto asettico che denuncia i crimini della società. Per Izzo è l’esatto contrario: lirismo e pathos danno continuamente voce alla intensa sofferenza che quei crimini provocano negli esseri umani. Se Raymond Chandler e Manuel Vázquez Montalbán hanno arricchito e nobilitato il genere con un cospicuo apporto di letterarietà, Izzo lo ha stravolto con una massiccia iniezione di poesia.

Insomma, con Jean-Claude Izzo non solo salta la gabbia del giallo (già divelta dall’hard-boiled che da subito ha smesso di credere nel binomio verità-giustizia), ma saltano i canoni formali del genere.

Perciò quando si parla di noir mediterraneo si pensa a uno stuolo eterogeneo di autori i cui tratti comuni sono l’appartenenza geografica e l’impegno politico, volto a scavare nella realtà e a smascherarne la ferocia (Manchette insisteva sul fatto che la fortuna del noir è storicamente legata al fallimento delle rivoluzioni anti-borghesi).

Perché se ci muoviamo sul terreno della forma Izzo resta un esempio unico e inimitabile.

Bruno Morchio
Bruno Morchio

 

 

 

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