mercoledì 17 ottobre 2018

Morandi, soave facitore di coccetti e bottigliette

Morandi, soave facitore di coccetti e bottigliette

Giorgio Morandi, l’arcano, torna a Roma, a quarant’anni dall’ultima volta, per una retrospettiva al Vittoriano, fino al 21 giugno

di Maurizio Zuccari

2Natura morta

L’arte, come la vita, è zeppa d’arcani. Tra questi – maggiore o minore al pari d’una carta dei tarocchi, fate voi – va annoverato Giorgio Morandi (1890-1964). Praticamente fin dai primordi il pittore e fine incisore bolognese ebbe la ventura d’affabulare alcuni tra i maggiori critici coèvi, falciando una messe di consensi entusiasti tra gli addetti ai lavori. Alla sua morte l’amico e sodale Roberto Longhi, deus ex machina della critica felsinea, disse che alla fine del secolo sarebbe rimasto un manipolo di pittori riconosciuti come tali, e lui non sarebbe stato secondo a nessuno. E Cesare Brandi paragonò la sua scomparsa a uno di quegli schianti di colossi in un bosco, al posto dei quali resta una radura e un sottobosco di piante nane. Un vuoto destinato a restare incolmabile per decenni, insomma.

Insomma, una delle prove più alte della pittura d’ogni tempo, anche se il vasto pubblico continua a mirare con sospetto le sue tele – i visitatori però non fanno testo, se non nelle classifiche delle grandi mostre – ma Morandi non era tipo da badare al pubblico. Anzi le mostre per lui erano un accidente e un fastidio, una distrazione quasi, all’arte ombelicale prodotta nel chiuso della sua camera di via Fondazza, a Bologna, guardato a vista finché fu in vita dalle tre sorelle Anna, Dina e Maria Teresa. Tutto preso, senza che mai nessuno lo vedesse dare una pennellata, a pittare e ripittare sempre gli stessi polverosi coccetti – conchiglie e bottiglie, radi paesaggi e insomma tutta una natura che più morta non si potrebbe – capaci di mandare a nausea il più volenteroso tra il pubblico e a bestia il più benevolo tra i critici. Eppure.

Eppure, nonostante – anzi, per – i suoi soggetti reiterati fino alla noia e alla paranoia, a tutt’oggi è difficile imbattersi in un giudizio men che lusinghiero sul massiccio e soave facitore di coccetti e bottigliette. Morandi resta un artista pienamente moderno, internazionalmente considerato tra i più grandi del ‘900 italiano. Al punto che, dopo la retrospettiva al Mit di New York del 2008, persino Barack Obama ha voluto due suoi oli per la Casa Bianca. Ma ai potenti, oltre che ai critici di vaglia, Morandi è sempre stato caro. Alla vigilia della guerra la terza Quadriennale romana dei papaveri in camicia nera gli concesse l’onore d’una sala tutta sua. Dopo la guerra, la buonanima di Mattei teneva nell’ufficio all’Eni una sua bella natura morta dietro la scrivania. Sarà per quelle tonalità tanto eteree e dimesse, quegli oli ingrigiti che trasmettono mestizia a ogni ambiente e spettatore ma, proprio per questo, non sfigurano in una dispensa come in uno studio medico o avvocatizio. Buoni a ogni stagione, così (neo)democristiani.

Così, senza un refolo di critica e un po’ di retorica, torna Morandi a Roma, a quarant’anni dall’ultima volta, per una retrospettiva al Vittoriano (fino al 21 giugno, info comunicareorganizzando.it) che mette assieme un centinaio di dipinti – tra i quali alcuni del periodo cezanniano e dechirichiano, oli metafisici – i meno morandiani e più vivaci tra i suoi lavori – paesaggi di Grizzana e fiori, oltre alle immancabili nature morte. E una cinquantina di incisioni, con alcune matrici originali. Ed è questa una peculiarità della retrospettiva curata da Maria Cristina Bandera, direttrice della fondazione Longhi e già curatrice delle recenti rassegne internazionali, che mette in mostra una panoplìa d’opere rappresentative del glabro vissuto del pittore di via Fondazza.

È la vita del pittore a colmare il vuoto delle nature morte, diceva Jean Cocteau. Una definizione che non pare attagliarsi a Morandi. Dopo gli esordi dagli echi cezanniani e dechirichiani e una frequentazione futurista, tangente come ogni afflato di vita, Morandi trova il modo di farsi riformare sul fronte della Grande guerra, per una malattia che non gl’impedisce di continuare a dipingere nature morte al chiuso della sua stanza. Della sua adesione al fascismo, tiepida come tutto, scarna testimonianza è la collaborazione all’Italiano, “quindicinale morale della rivoluzione fascista” diretto da Leo Leonganesi (accanto ai bei nomi della letteratura d’allora e di poi, tra i quali Gadda, Malaparte, Ungaretti, Comisso) che prende forma in ventidue tavole edite nel ‘29 tra le prose del Sole a picco di Cardarelli, premio Strega un ventennio dopo con Villa Tarantola.

Opposta a tanta tangenza di vita è la summa del suo ideale di lavoro, espresso già in un’intervista del ‘37: quello che conta è l’essenza delle cose, andare fino in fondo. Della solitaria presenza alla Quadriennale del ‘39 s’è detto. Gli esiti sfortunosi della guerra mussoliniana lo costringono a lasciare la casa bolognese per riparare nelle campagne di Grizzana – dove negli ultimi anni di vita sarà il suo vero studio d’artista – a ritrarre calancosi paesaggi, non meno esaltati dalla critica delle nature morte alle quali tornerà finita la guerra, fino alla fine. Nature morte o paesaggi chiama del resto ogni opera, con rare eccezioni e grave assillo dei curatori, che gli garantirà notorietà imperitura. Al pari di Picasso ma, a differenza di lui, quanto di più distante dai clamori e clangori della mondanità, quanto di più lontano dall’era dell’apparire come improcrastinabile sostituto all’essere.

Tutta una vita paramonastica, la sua, dedita all’essenza di quattro cocci reiterati per decenni, protagonisti d’un casalingo teatrino metafisico, prima d’essere rinchiusi in un bugigattolo canto alla stanza di via Fondazza, sostituiti da altri oggettucoli. Ma in quei cocci c’è l’essenza della pittura, dicono i critici in coro. Di più, l’elegia della vita. In quelle morte nature sempre uguali eppure diverse – un’ombra, una luce, un tono di grigio appena – c’è la pittura pura, la vita stessa. L’ostinata voluttà di fermare il corso delle cose e il tempo, al punto da sacrificarsi a esse. Al teatrino degli oggetti come metafora del teatro della vita, rigettata oltre il limitare della sua monacale essenza. Un arcano, Morandi. Maggiore o minore, fate voi.

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