L’Aquila, famiglie sigillate in casa da sei anni

L’Aquila, famiglie sigillate in casa da sei anni

L’Aquila, prima un feroce terremoto, poi vite “sigillate” dentro casa. Welfare urbano “ammazzato”. Nessuna ricostruzione dignitosa. L’Italia dello scempio balla ancora

di Isabella Borghese

 

Manifestazione contro i ritardi della ricostruzione del centro storico

 

Le ricordiamo tutte le prime immagini di L’Aquila seguite al terremoto del 6 aprile 2009, quando il sisma ha causato la morte di 309 persone, 1500 feriti, danni che hanno superato i 10 miliardi e per chiudere, non di certo in bellezza, oltre 60.000 sfollati. La crudeltà e la ferocia di quel giorno, ancora oggi, restano vivi.

A distanza di sei anni fa ancora più male soffermarci sullo stato attuale dei fatti: 19 le new town costruite all’epoca, dal progetto C.A.S.E., con una spesa pari a un miliardo di euro (complessi abitativi costati circa 2700 euro al metro quadro), ma da alcune di esse, è il caso di Cese di Preturo, molti sopravvissuti al terremoto, devono andare via, o restarci seppure, in qualche modo, “sigillati dentro”.

La realtà attuale è questa: sigilli a 800 balconi. Questo il primo dato che risalta. 800 i balconi pericolanti, un fatto accertato dopo il crollo di uno di essi proprio a Cese di Preturo, a settembre del 2014, dove per questo crollo c’è ancora un’inchiesta aperta. 39 gli indagati a causa di fornitura materiali scadenti e difetti di costruzione.  

E non è tutto. A voler approfondire ci sarebbero ditte che all’epoca hanno costruito le new town, ditte oggi fallite, che avrebbero dovuto occuparsi di fatto della manutenzione delle stesse palazzine per dieci anni. Ribadiamo il loro fallimento. Chi si occupa della manutenzione? Un solo fatto è certo: sono circa 700 le famiglie a rischio di restare senza tetto.

Dunque sigilli ai balconi in palazzine intere e al piano terra, esattamente nell’area che corrisponde ai balconi dei piani superiori. Case con sequestro in atto e di fatto, da sottolineare, famiglie che vivono “sigillate”, con l’impossibilità di uscire sul balcone.

Insomma, per L’Aquila e i suoi borghi non si può parlare e in modo assoluto di ricostruzione efficiente. Per i suoi sopravvissuti non si intravede ancora alcun segnale per una vita dignitosa.

Va tutto avanti male e con lentezza, causando un disagio sempre più forte nei cittadini. A oggi la spesa fatta è pari a  4 miliardi, ma secondo le dichiarazioni del sindaco Massimo Cialente  servirebbero ancora ben tre miliardi e mezzo. Il 2017 è segnato dallo stesso come obiettivo per la ricostruzione del centro storico e delle frazioni. Manca personale e per questo il sindaco stesso chiedere al governo di spostare gli impiegati da altri uffici.

Pessime notizie riguardano anche la situazione dei bambini:  dal 2009 6000 bambini sono tutt’oggi nei Musp, i Moduli a uso scolastico provvisorio, realizzati per rientrare nelle scuole nel settembre del 2009, eppure oggi mostrano i segni del tempo, tra disservizi e disagi.

“Per ora – spiega il sindaco – nessun istituto è stato ricostruito, ma i soldi per farlo sono nelle casse comunali, 44 milioni. Sono arrivati solo a metà 2013 e fino ad allora, per legge, non potevamo fare nessun progetto – aggiunge – -. A breve dovrebbero cominciare i lavori in due scuole ma la burocrazia per la ricostruzione pubblica ci fa perdere mesi”.

Migliaia, ieri sera, le persone che hanno sfilato con e fiaccole. Colpisce allora uno striscione tenuto stretto dai familiari delle vittime: “Il fatto non sussiste ma uccide”, c’è scritto e fa riferimento alla sentenza della Corte d’Appello nell’assoluzione di sei dei sette componenti della Commissione Grandi rischi.

“Credo che il clima sia cambiato. Il dolore oggi – ha dichiarato il sindaco Cialente – viene vissuto in modo più raccolto, anche se per questa occasione ha influito la concomitanza delle festività pasquali. Ma la commemorazione del 6 Aprile – aggiunge – deve diventare sempre di più un momento della storia di questa città. La presenza di persone come il sindaco di Pescara, Marco Alessandrini, e di altre figure istituzionali regionali come quella del presidente del Consiglio regionale, Giuseppe Di Pangrazio, è un bel segnale. Non mi aspettavo – conclude –  la presenza di rappresentanti del governo nazionale per via della Pasqua”.

L’Aquila e i suoi borghi hanno bisogno dell’Italia, di un paese attento che si prenda cura dei suoi borghi e della sua gente.

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