giovedì 15 novembre 2018

Com’era geniale quel “matt”

Com’era geniale quel “matt”

A cinquant’anni dalla morte, due mostre emiliane omaggiano Antonio Ligabue

di Maurizio Zuccari

Antonio Ligabue, Autoritratto, 1954

Lo chiamavano “al matt”, il matto. Oppure “al tedesch”, il tedesco, per via che veniva dalla Svizzera, dov’era nato e da subito era stato inghiottito nel tritacarne della vita. Pazzo, mendico, disperato. Come la sua pittura etichettata come naif, la parabola esistenziale di Antonio Ligabue (1899-1965) è tanto tragica quanto fuori dagli schemi. A cinquant’anni dalla scomparsa, Gualtieri, il paese della Bassa emiliana dove giunse adolescente e visse gli ultimi quarant’anni, omaggia il suo folle più noto con la nascita di una fondazione e una retrospettiva volta a metterne in luce il genio, anche a livello internazionale.

Nato a Zurigo da padre ignoto, Antonio vive, da subito, un’infanzia travagliatissima: un emigrante nativo di Gualtieri, Bonfiglio Laccabue, sposa la madre Elisabetta dandogli il proprio cognome, ma non per questo si risolvono i problemi in famiglia. Anzi, proprio in spregio al padrigno, da lui accusato della morte della madre e dei tre fratelli, il giovane muterà il suo cognome in Ligabue, giunto alla maggiore età. Affidato alle cure di una famiglia, è da questa respinto e denunciato per le stramberìe che lo portano assai presto al primo ricovero psichiatrico. Espulso dalla Svizzera, viene condotto nel paese natale dell’odiato padre putativo, dove conduce una tribolatissima esistenza. Ma lì, tra le gore del Po, conosce quel Martino Mazzacurati che gli fa dono di tavolozza e colori, introducendolo alla pittura a olio.

Una pittura intensa, drammatica e allucinata come il suo sfortunato autore che, pur deriso e osteggiato, vede critici e mercanti cominciare a interessarsi alle sue nature morte, al bestiario metà fantastico e metà mutuato dal quotidiano, ai paesaggi di una vita agreste che non cessa di celebrare neppure durante i frequenti internamenti. È quasi un risarcimento postumo, dunque, quello fatto a mezzo secolo dalla morte dal paese dove Ligabue condusse buona parte della sua vita tormentata. Un omaggio al pittore riconosciuto tra i più originali interpreti del Novecento, con una retrospettiva curata dal critico Sandro Parmeggiani, già direttore della fondazione Magnani Rocca di Reggio e ora della neonata fondazione, figlio di quel Cesare che curò la prima personale dell’artista, nel ‘55.

La rassegna propone oltre un centinaio di opere, alcune inedite, tra quadri, disegni, incisioni e sculture in bronzo e terracotta. I dipinti, un’ottantina, sono suddivisi in tre periodi, dal ‘28 al ‘62, e offrono l’intera panoramica della sua opera: animali e paesaggi, interni e autoritratti, pregna di pennellate corpose e toni amari e poetici, frutto di disagio e passione. E ancora Ligabue, accanto a un altro celebre folle, Pietro Ghizzardi, è al centro della bipersonale curata da Vittorio Sgarbi con cui Franco Maria Ricci inaugura il suo spettacolare labirinto della Masone, sette ettari di bambù a cielo aperto, nella tenuta di Fontanellato, in quel di Parma. Antonio Ligabue, Gualtieri (Reggio Emilia), palazzo Bentivoglio, fino all’8 novembre. Info 0522221869. Arte e Follia: Antonio Ligabue, Pietro Ghizzardi, Fontanellato, Parma, Labirinto della Masone, fino al 30 ottobre. Info www.labirintodifrancomariaricci.it.

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