venerdì 21 settembre 2018

La finanza ecclesiastica. Una povertà di “Paglia”

La finanza ecclesiastica. Una povertà di “Paglia”

Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio della Famiglia, rinviato a giudizio per associazione a delinquere finalizzata a turbativa d’incanto, truffa e appropriazione indebita

di Nicola Della Lena

BenedettoXVI_vincenzo_paglia(1)Sarà che in pochi sanno come il Cristianesimo sia in realtà nato come religione delle classi patrizie, preoccupate dal dissolvimento dell’Impero Romano e in cerca di un culto che garantisse loro la salvezza nonostante l’imminente perdita della posizione sociale acquisita, ma in tanti al nome di Cristo e delle tante religioni ispirate a questa mitica figura associano un’ideale pauperistico che mal si concilia con il Cristianesimo reale. Anzi, per una bizzarra legge del contrappasso, più la Chiesa parlano di poveri, più ha a che fare con montagne di soldi. E dove ci sono i soldi, si sa, c’è spesso anche il malaffare.

L’Umbria, terra di santi, mistici ed eremiti, dove scenari di una natura incantata sono costellati di pievi e meravigliose abbazie, è l’osservatorio ideale per analizzare il funzionamento della macchina evangelica che, mentre quotidianamente parla di povertà, maneggia cospicue montagne di denaro.

Denaro benedetto, potrà dire qualcuno. Fatto sta che sull’Umbria si sono abbattuti nell’ultimo anno scandali finanziari che hanno riguardato due tra le più grandi organizzazioni del “Cattolicesimo dei poveri”: la Comunità di Sant’Egidio e l’Ordine Francescano.

Assisi, la città del santo patrono d’Italia, San Francesco, è infatti recentemente balzata alle cronache nazionali per un nuovo miracolo di moltiplicazione. A moltiplicarsi però stavolta non sono stati pani e pesci, ma investimenti in società coinvolte in traffici illeciti, come armi e droga. Così la curia generalizia di Roma dell’ordine dei Frati Minori è finita sull’orlo della bancarotta. I controlli dei frati che avrebbero dovuto vigilare al fine di garantire una gestione del patrimonio oculata e responsabile sono stati deboli e inefficaci al punto da richiedere un intervento dell’autorità civile che, non potrà giudicare i casi di preti pedofili, ma in compenso all’occorrenza può servire per sbrogliare vicende come questa, dove risultano peraltro coinvolti anche i lavori di ristrutturazione dell’hotel e ristorante di lusso Il Cantico, a due passi dalla Basilica di San Pietro e da Casa Santa Marta, la residenza di Papa Francesco.

L’altro capitolo della saga del malaffare della “Chiesa dei poveri” riguarda Vincenzo Paglia, eminente esponente della Comunità di Sant’Egidio (da dove proviene anche l’ex ministro del Governo Monti, Riccardi) e attuale presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, da alcuni giorni rinviato a giudizio con accuse quali associazione a delinquere finalizzata a commettere i delitti di turbata libertà degli incanti, truffa, esercizio abusivo del credito e appropriazione indebita.

I fatti contestati risalgono all’epoca in cui Paglia era il vescovo della diocesi di Terni. Dodici lunghi anni, nei quali il prelato è stato di gran lunga il più importante esponente politico locale. Quello a cui, per intendersi, il presidente del Consiglio regionale umbro, Eros Brega (appena rieletto), indagato per scandali finanziari legati alle celebrazioni di San Valentino e poi prosciolto (chissà se sul proscioglimento ha pesato il fatto che fosse un abituale commensale del capo della Procura di Terni, Cesare Martellino?) telefonava per confessargli come volesse mandare a casa il sindaco di Terni, Di Girolamo, anche lui del Pd.

La presenza a Terni di Paglia ha avuto fine quando è divenuta di dominio pubblico la notizia di un clamoroso ammanco nelle casse della curia di circa 20 milioni di euro, a seguito di un intricatissimo vortice di operazioni immobiliari e finanziarie che hanno richiesto l’invio a Terni di un nesso apostolico, mons. Vecchi, prima di procedere all’elezione di un nuovo vescovo.

Paglia, nel frattempo, viene sapientemente allontanato dall’Umbria e promosso a Roma per ricoprire l’incarico attuale.

Al centro della vicenda che dovrà portare l’ex vescovo di Terni a comparire davanti a un giudice c’è la milionaria compravendita del Castello di San Girolamo, svenduto dal Comune di Narni (TR) a un groviglio di società immobiliari nelle quali è coinvolta anche la Diocesi di Paglia, a circa un terzo del valore di mercato.

L’ipotesi è che l’ex vescovo abbia saputo dell’affare dall’ex Sindaco di Narni, anche lui rinviato a giudizio. Non a caso sono coinvolti anche alcuni dirigenti comunali narnesi.

Ora si tratta di capire chi abbia effettivamente pagato il milione e 760.000 euro necessario all’acquisto dell’edificio, in che modo il groviglio di società coinvolte avesse a che fare con Paglia e come mai il castello sia stato acquistato a un prezzo stracciato.

Poco stupore però. L’indagine che ruota intorno all’acquisto del castello di Narni potrebbe avere alcune analogie inquietanti, anche se al momento non c’è stata nessun altro rinvio a giudizio. È il caso del meraviglioso ex monastero agostiniano di Santa Monica, ad Amelia (TR). Un’istituto che, secondo i piani di Paglia, avrebbe dovuto essere trasformato in una struttura volta a ospitare appartamenti, uffici, un albergo, una sala congressi, un ristorante e una chiesa (visto mai).

La vicenda ricorda molto quella narnese, al centro dell’interesse della Procura, al punto che anche qui troviamo coinvolte le stesse società immobiliari: Baldelli, Galletti e Isam.

L’acquisto del Santa Monica tuttavia sfuma per il crollo di una parte della struttura e la conseguente apertura di un contenzioso concluso con il pignoramento della struttura, liberata dalle grinfie di Paglia e riconsegnata alla cittadinanza grazie alla giornata di Primavera Fai, due anni fa.

Ora Paglia è chiamato a produrre le proprie memorie difensive. In pratica, una geografia del potere riassumibile nella rima (quasi) evangelica “date a Dio quel che è di Dio, che al resto ci penso io”.

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