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Gli abusi impuniti dei caschi blu

Il rapporto delle Nazioni Unite sugli abusi sessuali commessi ad Haiti segue di pochi giorni gli scandali che hanno travolto la missione di peacekeeping nella Repubblica Centrafricana

Di Carlo Perigli

caschi bluQuando l’aguzzino è proprio chi dovrebbe garantire la tua incolumità e traghettare il tuo paese verso la pace. Così, a pochi giorni dallo scandalo che ha colpito i peacekeepers nella Repubblica Centrafricana, accusati a vario titolo di abusi sessuali sui minori, emerge un progetto di studio redatto dall’Ufficio dei Servizi per la Sicurezza Interna delle Nazioni Unite – OIOS – che traccia i caratteri di una situazione analogamente disgustosa ad Haiti. Nel documento, del quale alcune parti sono state rivelate da Ap e Reuters, viene rilevato come lo sfruttamento  sessuale in cambio di aiuti di vario genere – vengono indicati ad esempio cibo, soldi, gioielli e profumi – sia una prassi piuttosto consolidata da parte di alcuni soldati dislocati nell’isola centroamericana.

Stando a quanto riportato da Deutsche Well, che a sua volta cita parti del rapporto pubblicato dalla Reuters, “il materiale ottenuto da due Paesi in cui operano missioni di peacekeeping dimostra che il sesso transnazionale è piuttosto diffuso, anche se sottostimato nei vari documenti”. Nello studio vengono riportati 480 episodi avvenuti tra il 2008 e il 2013, un terzo dei quali ha riguardato bambini. Sessantasei i casi denunciati nel 2013, mentre l’anno scorso sono stati cinquantuno. La progressiva diminuzione degli episodi non sembra tuttavia in grado di stabilire il venir meno del fenomeno. Difatti, prosegue il rapporto, “nonostante le progressive riduzioni riportate, queste sono in parte spiegabili con la mancata denuncia di alcuni casi, [considerato che] l’efficacia dell’azione contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale viene ostacolata da un’architettura complessa, da ritardi prolungati e da una collaborazione insufficiente da parte delle vittime”.

Leggendo le parti al momento disponibili del documento sembra che, oltre alla prassi in sè, il problema principale sia costituito dall’assenza di un meccanismo imparziale in grado di garantire la punibilità dei colpevoli. Un particolare non da poco, che anzi mette in discussione il ruolo di controllo che le Nazioni Unite dovrebbero ricoprire sulle truppe dislocate dalle proprie missioni. Dubbi pressanti, che arrivano a pochi giorni dall’annuncio dell’istituzione di un’inchiesta esterna ed indipendente da parte del Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon sulle presunte aggressioni commesse dai soldati francesi nella Repubblica Centrafricana. Un tono analogo è stato espresso di recente anche dall’Alto Commissario per i Diritti Umani Zeid Ra’ad Al Hussen. “È importante svolgere un controllo approfondito di quanto avvenuto in passato – ha dichiarato – ma anche far capire il messaggio che atti così terribili non saranno ripetuti in futuro. Abbiamo bisogno di capire fino in fondo cosa è stato fatto – ha proseguito l’Alto Commissario – da chi e dove. Si deve garantire la responsabilità penale per i crimini gravi, a prescindere da chi li commette”.

A ben vedere, il problema di fondo sta nell’incapacità delle Nazioni Unite di agire di fronte a denunce di abusi sessuali, indagando e punendo i colpevoli. Se da un lato il diritto internazionale riconosce ai soldati che operano sotto l’egida dell’Onu l’immunità funzionale di fronte ai tribunali dello Stato ospitante, tale barriera non vale per eventuali giurisdizioni internazionali. Tuttavia, gli Stati hanno preteso in diversi casi di giudicare i loro soldati, “minacciando” un’eventuale rifiuto di partecipare alle successive missioni di peacekeeping. In questo senso è lampante ciò che avvenne nel 2009, quando, come riportò all’epoca il Corriere della Sera, 50 caschi blu, provenienti da missioni e paesi non meglio specificati, vennero giudicati dai tribunali interni. Ebbene, a fronte delle dure condanne richieste dalle Nazioni Unite, la pena massima fu rappresentata da otto mesi di carcere.

 

 

 

 

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