giovedì 19 Settembre 2019

C’è coltan, niente pace per il Congo

C’è coltan, niente pace per il Congo

Il coltan è una miscela di minerali indispensabile nella produzione di cellulari e pc. Per questo la Repubblica Democratica del Congo è colonizzata dalle multinazionali che pagano prezzi da fame

di Enrico Baldin

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Non c’è pace per l’Africa e non c’è pace per la Repubblica Democratica del Congo. A parlare, per questo Stato grande otto volte l’Italia, è la sua storia recente e meno recente fatta di guerre deportazioni e schiavitù, sono i suoi confini insanguinati da conflitti che si riflettono anche dentro il territorio nazionale, sono gli occhi di chi ha visto e ha ben stampato in testa cosa succeda in quel vasto pezzo di Africa centrale.

Dapprima, a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, fu proprietà personale dell’allora re del Belgio Leopoldo II che, pur senza mai essersi recato in terra congolese, fece sterminare chiunque si sottraesse al suo regime schiavistico messo in piedi per la raccolta del caucciù: in ventitre anni gli saranno attribuiti 10 milioni di morti, più della Shoah. Poi il colonialismo belga, durato fino al 1960 quando Patrice Lumumba – tra i protagonisti di quell’indipendenza sopraggiunta sull’ondata delle guerre anticoloniali combattute in mezza Africa – da primo ministro alzò la testa di fronte all’ONU rivendicando dignità per i congolesi e la lotta all’imperialismo. Quella di Lumumba fu una parentesi breve: il Belgio arma i secessionisti del Katanga, gli Stati Uniti danno appoggio ai ribelli e un colpo di stato con mandanti esterni fece deporre e condannare a morte Lumumba aprendo la lunga era del colonnello Mobutu. Da parte sua Mobutu soppresse ogni libertà nel sangue, impose un regime basato sul culto della sua personalità e pressato dall’occidente riaprì le porte dei giacimenti del sottosuolo alle multinazionali.

Coltan in the Congo

Ma la polveriera esplose ancora negli anni ’90 con due sanguinose guerre condizionate dalle situazioni roventi ai confini ed in particolare in Rwanda teatro di uno dei più dolorosi conflitti della storia recente: Tutsi e Hutu scappati dal loro paese si stermineranno anche oltre confine, portando anche il governo congolese a partecipare alla guerra esplosa ad est. Non mancheranno truppe Ugandesi, Angolane e degli stati del Burundi, del Rwanda stesso e successivamente del Ciad, della Namibia, dello Zimbawe. Otto nazioni coinvolte, almeno una ventina di etnie armate, oltre cinque milioni di morti e diversi milioni di profughi, il vergognoso utilizzo dei bambini soldato (si calcola ne siano stati armati 20 milioni durante le due guerre). La Repubblica Democratica del Congo (RDC), già di per sé in ginocchio, troverà un nuovo presidente, Joseph Kabila succeduto al padre assassinato, e tantissima povertà. Gli indicatori più recenti parlano chiaro: solo il 45% degli abitanti ha accesso all’acqua potabile, solo il 25% può accedere a cure sanitarie adeguate, più di un terzo della popolazione è analfabeta, otto bambini ogni 100 muoiono entro il primo anno di vita. Il 71% degli abitanti della RDC vive sotto la soglia di povertà.

Quando si dice che l’Africa grida di dolore non è né un modo di dire, né riguarda una situazione momentanea. La RDC oggi è uno stato ricchissimo ma poverissimo allo stesso tempo. Ricchissimo di risorse del sottosuolo sfruttate da multinazionali occidentali, poverissimo di ciò che è necessario per vivere decentemente. Abbiamo parlato della situazione di questo Stato con Richard Ngoy referente di alcuni progetti di pace interreligiosa e di inserimento delle donne, e con Richard Kitengie che è ordinario di etica all’università di Kananga. I due sono stati presenti in Italia negli scorsi giorni su invito della Rete Radiè Resch che coopera con diverse associazioni congolesi.

«La situazione è ancora ora piuttosto complicata» ci dice Ngoy. «A est, nella zona del Kivu, il conflitto non si è mai fermato, nel resto del paese non si può parlare di tranquillità». Il presidente Joseph Kabila è in carica ininterrottamente dal 2001. Ad inizio del nuovo millennio venne redatta una Costituzione che imponeva le elezioni, svoltesi nel 2006 e nel 2011, ma su cui hanno gravato forti sospetti di brogli. A gennaio di quest’anno Kabila tentò la forzatura: cambiare la legge elettorale per prolungare il suo secondo mandato prossimo allo scadere. La cosa non passò, si dimisero ministri, parlamentari del suo gruppo e il governatore della provincia del Katanga; e manifestazioni di piazza svoltesi in tutto il paese vennero represse dalla polizia nel sangue, i morti furono 42. Nel periodo delle manifestazioni inoltre venne soppresso anche l’uso di internet e degli SMS. «Quanto accaduto a gennaio ha creato consapevolezza nella popolazione» dice a Popoff il professor Richard Kitengie che ventila il rischio di un colpo di mano del Presidente: «Nel 2016 si va a nuove elezioni e Kabila ha terminato i suoi mandati, ma temiamo voglia cambiare la Costituzione per fare un altro quinquennio al potere». Nulla di nuovo per il contesto africano. Basti pensare che in due paesi confinanti – il Congo Brazaville e il Burundi – è accaduta la stessa cosa. Ma nel paese la difficoltà di organizzare l’opposizione è tangibile: «Agiscono bande di paramilitari in tutto il paese che andando oltre i ruoli delle forze dell’ordine sopprimono qualsiasi tipo di organizzazione che sia in qualche modo contraria al governo».

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A gravare sul paese inoltre sono le situazioni instabili ai confini dove, fatta eccezione per Tanzania e Zambia che vivono un periodo di stabilità, tutti i paesi si trovano in fasi di conflitto interno o vivono focolai post guerra che sono micce sempre pronte ad accendersi. Ma ciò che appare ancor più grave è la riduzione a schiavitù dei bambini impiegati in attività estrattive, specie nelle miniere in cui non di rado si muore. La RDC oltre a oro, diamanti e minerali, estrae l’80% del coltan mondiale. Il coltan è una miscela di minerali largamente utilizzata nella produzione di telefoni cellulari e computer, e questo è il motivo principale per cui la RDC è di fatto colonizzata dalle multinazionali che pagano prezzi da fame, e spesso scambiando armi, per estrarre il coltan. «Noi, le organizzazioni umanitarie, chiediamo venga messa la parola fine allo sfruttamento dei bambini, chiediamo che ci sia la tracciabilità dei prodotti estratti dalle multinazionali», ci dice ancora Kitengie. Che conclude esprimendo sul suo paese una affermazione tanto dolorosa quanto eloquente: «Il Congo è diventato come un parco in cui tutti i predatori del mondo si son dati appuntamento».

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1 Comment

  1. Avatar
    pellerey mario

    non ho mai capito bene perchè la Svezia e la Norvegia ad esempio, senza risorse minerarie, come il Congo, e turistiche, come l’italietta, sono solo 8/10 milioni, ma vivono tanto bene da far invidia a mondo intero, US compresi…………l’unica arma che ha il popolo è il non riprodursi………….ma le varie confessioni lo negano……..no pasaran

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