lunedì 11 Novembre 2019

Davide Bowie è morto. Era fascista. Anzi no

Davide Bowie è morto. Era fascista. Anzi no

A 69 anni, è morto David Bowie, uno dei protagonisti della scena rock britannica del 900. Personaggio decadente, contraddittorio, comunque mainstream. Due interviste d’annata

di Popoff

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E’ cominciata con un’agenzia due minuti prima delle otto, sembrava una bufala.  Minuti di panico tra i fan di David Bowie. Con un post datato 10 gennaio ma pubblicato questa mattina verso le 7.30 (ora italiana) sulle pagine Facebook e Twitter ufficiali di DavidBowie, che totalizzano rispettivamente oltre 6 milioni di ‘amici’ e quasi 700.000 follower, e non ancora rimosso si annuncia la morte del musicista che sta dominando le classifiche di mezzo mondo con il suo nuovo album uscito pochi giorni fa e accolto da consensi unanimi della critica. Dopo una serie di commenti angosciati dei fan, le prime smentite (per ora non ufficiali) in cui si legge che Bowie è «vivo e vegeto» e che si tratta di una grande «bufala». Non la prima per il Duca Bianco che già in passato, come molte altre star, è stato dato per scomparso online e poi ‘resuscitato’. 

Pochissimi minuti dopo la moglie e il figlio smentiscono la versione della bufala: the Duke is died. E’ morto davvero.

David Bowie è «morto oggi pacificamente sostenuto dalla sia famiglia dopo 18 mesi di battaglia contro il cancro»: lo ha annunciato la famiglia della grande rockstar britannica sull’account Twitter ufficiale dell’artista. Bowie aveva 69 anni. La famiglia chiede di «rispettare la sua privacy». Protagonista per oltre 50 anni della scena musicale internazionale, come cantautore, polistrumentista, attore e compositore britannico, David Robert Jones (questo il vero nome di Bowie) era nato a Londra l’8 gennaio del 1947. Attivo dalla metà degli anni sessanta, Bowie ha attraversato cinque decenni di musica rock, reinventando nel tempo il suo stile e la sua immagine e creando diversi alter ego come Ziggy Stardust, Halloween Jack, Nathan Adler e The Thin White Duke (che in Italia è diventato più semplicemente il «Duca Bianco»). Dal folk acustico all’elettronica, passando attraverso il glam rock, il soul e il krautrock, David Bowie ha lasciato tracce che hanno influenzato tantissimi artisti. Artista prolifico come pochi, con uscite discografiche al ritmo di un disco all’anno, Bowie non si è mai adagiato sugli allori del successo raggiunto già a metà degli anni ’60, continuando a sperimentare fino all’album ‘Blackstar’ uscito pochi giorni fa. Ha attraversato e inventato generi anche molto fdiversi traloro: dal beat al R&B bianco, dal glam rock all’electro pop intellettuale, fino al rock colto e raffinato.

Come attore, dopo alcune piccole apparizioni, arrivò al successo nel 1976 come protagonista del film di fantascienza ‘L’uomo che cadde sulla Terra’ di Nicolas Roeg. Tra le sue interpretazioni più note si ricordano Furyo in ‘Merry Christmas Mr. Lawrence’ di Nagisa Oshima del 1983, ‘Absolute Beginners’ e ‘Labyrinth’ del 1986, fino a ‘Basquiat’ di Julian Schnabel del 1996, nel quale ha interpretato il ruolo di Andy Warhol. David Bowie si era sposato nel 1992 con la top model somala Iman Mohamed Abdulmajid. Aveva avuto due figli: Duncan Zowie Haywood (nato nel 1971 dal precedente matrimonio con Mary Angela Barnett) e Alexandria Zahra (nata nel 2000), ma considerata sua terza figlia anche Zulekha, nata dal precedente matrimonio di Iman. Nel 2008 è stato inserito al 23º posto nella lista dei 100 migliori cantanti secondo ‘Rolling Stone’, e tra i suoi brani indimenticabili ci sono ‘Life on Mars?’, ‘Space Oddity’, ‘Starman’ ed ‘Heroes’.

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Riccardo Bertoncelli, critico musicale di Linus degli anni d’oro, lo definì «un gattopardo caduto sulla terra».

«Credo fermamente nel fascismo. Il solo modo che abbiamo per vivificare questa specie di liberalismo ristagnante è di accelerare l’avvento di una tirannia di destra che sia totalmente dittatoriale. La gente diventa molto più efficiente se sottoposta a un regime. La televisione, credo che non ci sia bisogno di dirlo, è la cosa più fascista che ci sia. Anche i divi del rock sono fascisti. E Hitler è stato uno dei primi divi del rock». Questo lessero gli affezionati lettori di Playboy Usa quando fu pybblicata questa intervista a David Bowie. Era il marzo del ’76.

Qualche mese dopo, il Duca bianco era a Roma per una conferenza stampa cui presero parte anche Carlo Massarini e Beppe Videtti, già allora personaggi di spicco della stampa musicale.

Gli fu chiesto: Signor Bowie, lei in un’intervista a Playboy ha dichiarato: “Credo fermamente nel fascismo. Il solo modo che abbiamo per vivificare questa specie di liberalismo ristagnante è di accelerare l’avvento di una linea di destra che sia totalmente dittatoriale. La legge diventa molto più efficiente se sottoposta ad un regime.. Lei conferma di aver fatto questa dichiarazione? 
«No. Tutte le dichiarazioni da me fatte sono degli “avvertimenti teatrali”. lo sono completamente apartitico».

In rete si legge che quelle dichiarazioni – e la foto col braccio teso di Bowie – furono un ulteriore spinta alla nascita di RAR, Rock against Racism, Bowie si affrettò a smentire le dichiarazioni e dichiarò che il fotografo l’aveva ripreso mentre stava solo salutando, era ovvio che tutto ciò aumentò la pressione e favorì la nascita e lo sviluppo del movimento RAR.

Alessio Lega, cantautore italiano, segnala a Popoff che Bowie è stato anche l’autore di questi versi, era il 1989, il brano Under the god, i tempi quelli dei Tin Machine:

Gli skin heads imperversano

di nuovo nel condominio

Le teste rasate che vanno a scuola

Picchiando i Neri con una mazza da baseball
Il razzismo è tornato in auge
Merde bianche che innalzano 
bandiere Naziste
Mentre eri via, c’è stata la guerra
Questo è l’Occidente, abituatici
Mettono una svastica sopra la porta

Maurizio Acerbo, della segreteria nazionale del Prc, con un passato da dj, segnala una dichiarazione dello stesso Bowie di molti anni dopo le due interviste del ’73: «Io sono sempre rimasto un potenziale socialista, non uno attivo». La rivista del Swp britannico, SocialistReview, conferma recensendo, nel 2013 la mostra su Bowie ospitata al Victoria and Albert Museum di Londra.

Per alcuni esponenti della sinistra, il punto di inizio e la fine della storia di David Bowie è il suo  flirt, a metà degli anni 70, con l’iconografia di estrema destra e il suo simbolismo: le sue dichiarazioni in preda alla cocaina, sul credere “fortemente nel fascismo” o chiamando Hitler “una delle primi rockstare”. Ma la storia di Bowie – da Ziggy Stardust ad anziana statista del pop eclettico – è uno che mette in parallelo molti cambiamenti sociali nel dopoguerra la Gran Bretagna…(…) Ma verso la fine del decennio (gli anni 80, ndr) si è definito come “un potenziale socialista” e stava registrando “le accuse dell’Inghilterra della Thatcher”…

Ancora Acerbo, ricorda che Abbie Hoffman, quando uscì dalla clandestinità, chiese di incontrare Bowie per ringraziarlo dell’aiuto economico da parte della rockstar. Bowie rievocò l’incontro con Abbie qualche anno fa in un’intervista e lo stesso Hoffman cita Bowie come esempio positivo insieme a Lou Reed e Springsteen. Hoffman era il leader della contestazione giovanile negli Usa: fu arrestato durante la convention democratica a Chicago nel ’68 in cui il partito Yippie stava cercando di candidare alla presidenza un maiale di nome Pigasus. Durante il processo le trovate teatrali di Abbie Hoffman conquistarono spesso i titoli dei giornali, come ad esempio quando, invitato a deporre, prestò giuramento alzando il dito medio invece dell’intera mano. Il giorno della sentenza (le accuse vennero infine ribaltate dalla corte) Hoffman invitò il giudice a provare l’Lsd. Nel ’73, coinvolto in questioni di droga si dette alla clandestinità per sei anni.

Nel 2012 ci sarà anche il suo nome tra quello dei 277 illustri inglesi che hanno rifiutato il titolo di baronetto tra il ’51 e il 1999.

Di seguito le due interviste del 76 e 77.

 

 

 

DAVID BOWIE – se funziona gettalo via! – Carlo Massarini e Peppe Videtti, Rockstar, novembre 1977

Con i contorni ancora un po’ imprecisati fra eroe e anti-eroe, Bowie scende a Roma e parla del suo momento attuale: l’elettronica, l’abbandono del fascino delle maschere, la ricerca di un nuovo linguaggio, e sopratutto la voglia di cambiare continuamente

Cronaca romana di Peppe Videtti
David Bowie era sicuramente arrivato in Italia con il buon proposito di parlare della sua attuale posizione di musicista e dei capovolgimento che ha subito la sua ispirazione da due anni a questa parte. Mr. Bowie deve essere rimasto invece molto frustrato nelle sue aspettative, perché i giornalisti italiani non si sono mostrati particolarmente interessati ai suoi cambiamenti, ma si sono ostinati soprattutto a frugare nel passato, fra le dichiarazioni scandalistiche di quattro anni fa.
Alla conferenza stampa erano presenti in massima parte i giornalisti dei quotidiani e questo spiega il carattere piccante di molte domande, che sono andate inequivocabilmente a rivoltare l’argomento e ritrito dell’omosessualità, dei travestitismo, dei presunto spirito neo-nazi dei cantante. In pratica i quarantacinque minuti a disposizione sono stati soltanto una specie di farsa, perché i quotidiani hanno riportato il giorno successivo le solite dichiarazioni falsate dall’insopportabile bisogno di mettere in luce i fatti eclatanti di un personaggio che invece… ha dichiarato di averne fin sopra i capelli di essere una rock’n’roll star.
Così il poveretto è stato subissato da domande quali: Perché ti vesti da donna? E’ vero che guadagni tanti soldi? – Cosa ne pensi di questo e di quest’altro?
Sinceramente ci aspettavamo di più anche dallo special che il musicista aveva registrato per Odeon alla nostra televisione, invece la sorpresa è stata amarissima anche in questo caso.
Anche lì è ricaduto nel paradossale, con un attore che doppiava Bowie: neanche fosse stato Kirk Douglas Allora (W l’originalità!) gli hanno rimesso in bocca le dichiarazioni di un secolo fa e lo hanno fatto muovere in studio come un manichino. Temi principali: la sua bisessualità, la sua pazzia e i rapporti con la moglie, mentre sul video ruotavano i disegni delle copertine di tutti i suoi albums.
Signor Bowie è vero che lei è omosessuale?
No. Ha smesso di esserlo qualche anno fa. Mi viene voglia di farlo solo quando vado in Giappone.
Questo il tono degli argomenti trattati a Odeon, lo speciale TG2 “su tutto quanto fa spettacolo”. Evidentemente a loro serviva di più Bowie ai tempi di Ziggy; ma in mancanza d’altro si sono accontentati di manipolare quello di Heroes. Quella che riportiamo di seguito è un estratto della conferenza stampa tenutasi a Roma (alla presenza di dodici giornalisti). Le domande sono quindi state formulate a più voci e sono solo una superficiale anticipazione alla nostra intervista esclusiva.

D – Signor Bowie, lei in un’intervista a Playboy ha dichiarato: “Credo fermamente nel fascismo. Il solo modo che abbiamo per vivificare questa specie di liberalismo ristagnante è di accelerare l’avvento di una linea di destra che sia totalmente dittatoriale. La legge diventa molto più efficiente se sottoposta ad un regime.. Lei conferma di aver fatto questa dichiarazione?
R – No. Tutte le dichiarazioni da me fatte sono degli “avvertimenti teatrali”. lo sono completamente apartitico.
D – Il Rock Decadente di cui tu fai parte ha dei precisi riferimenti culturali alle esperienze america- ne di Andy Warhol e dei Velvet Underground. Ma quale riferimento culturale ha secondo te il Punk Rock, se ne ha?
R – Mi domandate molte opinioni, come se le mie opinioni fossero necessariamente valide. Tuttavia penso che questi ragazzi guardassero quelli come me che guadagnavano un sacco di soldi, pensando magari: “costui guadagna bene, anche se non suona poi così bene. Posso farlo anch’io! Posso prendere una chitarra e mettermi a suonare”. Questo può anche essere un modo di esprimere la propria incapacità di fare altre cose.
D – Tu hai sempre suonato ciò che hai amato, o puoi farlo solo ora che hai una maggiore disponibilità finanziaria?
R – Esatto! Giusto! Quando io ho incominciato, suonavo esattamente ciò che volevo. E stato così fino al momento in cui mi sono accorto di avere un pubblico. Così è stata una grossa tentazione cercare di conquistare questo pubblico. Invece negli ultimi due albums sono tornato a fare ciò che amo ed è per questo che questi due lavori sono così ben riusciti e gli altri al confronto sono una porcheria.
D – Anche se prima di te nel rock’n’roll esistevano esempi di musica legata alla gestualità, tu hai avuto successo soprattutto per l’uso delle tue maschere. Come spieghi ciò?
R – Solo Dio lo sa! Probabilmente io ho superato una fase eminentemente rock’n’roll, rifacendomi al teatro brechtiano e a quello kabuki, e combinando questi elementi con la musica sono arrivato ad un terzo tipo di espressione che andava al di là del semplice fatto musicale, ma anche al di là dei semplice fatto teatrale.
D – Signor Bowie, lei canta abitualmente truccato e vestito da donna, trasformando la sua diversità in una componente estetica, ma la sua musica in definitiva cos’ha di diverso?
R – lo non mi sono mal truccato da donna sul palcoscenico!
D – Come ama truccarsi allora…
R – Ho fatto sei tournées e in ognuna ero un personaggio diverso. Ho interpretato Ziggy Stardust che è una combinazione tra un essere interstellare e un attore del teatro Kabuki. – (A questo punto un giornalista mostra a Bowie una fotocopia che lo riproduce truccato con un cerchio dorato sulla fronte). Oh no! Quello non è Ziggy. Quello è Alladin Sane. Poi ho interpretato Diamond Dogs che è una combinazione di un portoricano a New York con un essere furioso… e così via. La costruzione di questi personaggi è una combinazione meccanica e successiva. Ognuno tiene conto di quello prima e il successivo arricchisce e si aggiunge ai momenti precedenti.
D – Signor Bowie, dicono che tutti i suoi comportamenti musicali, personali e perfino quelli sessuali siano decisi dal suo ufficio stampa. E’ vero?
R – Ho letto molte cose che i giornalisti hanno travisato dai miei discorsi. Così mi ritrovavo la mattina. a leggere sul giornali cose che non avevo mai (letto e atteggiamenti che non mi apparteneva- no e mi dicevo: però, questo potrebbe essere interessante. Voglio provarlo”. Così adottavo queste maschere per crearmi una personalità che, come direbbe Burroughs, si muoveva in molte dimensioni che risultavano dalla giustapposizíone di tanti elementi.
D – Tu ami definire “provocazione” i tuoi dischi, le tue esibizioni ed ogni tuo gesto. Che cosa invece può provocare te? Cosa riesce a darti delle emozioni?
R – Se le cose sono troppo facili o tranquille io mi sento in una situazione pericolosa. Questo mi stimola verso un tipo di creatività più concreta.
D – C’è ancora del cinema nel tuo futuro?
R – Sì. Il prossimo anno dovrei interpretare Egon Schiele.
D – Ne L’uomo che cadde sulla terra hai interpretato il ruolo di un extraterrestre che arriva tra noi e riesce a costruire un impero finanziario grazie alle sue superiori possibilità, ma poi finisce spremuto dai suoi agenti-e annoiato da tutto. Questa storia riflette in qualche modo la tua vicenda di uomo segnato dall’industria dello spettacolo e dalla tua stessa commerciabilità?
R – Interpretando questo film ho avuto uno strano effetto. Si trattava di cose che io sapevo benissimo, però è stato come se qualcuno mi avesse costretto a rivivere questo senso di disagio.
D – Negli ultimi tempi hai vissuto prevalentemente a Berlino che sembra essere l’ultima città con uno Star-System particolarmente organizzato. Davvero hai trovato questa città così creativa, così magica, così piena di talenti?
R – Non c’è uno Star-System a Berlino. C’è soltanto un clima molto stimolante e creativo
D – Signor Bowie, quali sono state le premesse che l’ hanno portata a fare una musica così nuova e poco commerciale?
R – Rendetevi conto che da tempo io cercavo di comunicare con le vite sconosciute ed ero sicuro che erano là fuori. Adesso cerco di comunicare con me stesso.

Intervista di Carlo Massarini
La notizia si era sparsa fra mille reticenze, vaghe ammissioni e incerte conferme. L’aveva portata per primo giù in Italia il colto Videtti, che a Parigi oltre alle isterie di lggy prestava attento ascolto a tutto quello che si accennava nell’entourage RCA. “Bowie verrà fra qualche giorno a Roma… ” Alla Casa discografica la circospezione era grande, Bowie si tratteneva tre giorni, ma erano tutti pieni di appuntamenti e non era possibile… Sapete, quando le star si calano nella realtà l’apparatus che si mette in moto ha da invidiare ai capi di stato stranieri in visita solo i carabinieri e le macchine con bandierine. Ma per il resto siamo lì. il management guidato da Barbara de Witt imponeva la sua famosa efficienza e rigidità: “David non farà altro che le riprese di Odeon e una conferenza stampa. Quest’ultima sarà limitata a dodici persone non una di più, e durerà 45 minuti” (e non si sgarrerà di una virgola: nella saletta ci saranno solo dodici sedie e i “privilegiati” verranno introdotti con identificazione personale). Per un incontro esclusivo c’era da rimettere in moto un macchinario internazionale Londra-New York-Roma, e questo veniva fatto con un certo pessimismo.
Il venerdì la risposta: David Bowie è lieto di dare un’intervista esclusiva. Alle 4.30 al suo albergo, lunedì pomeriggio.
Se lo scenario Bowie se lo fosse portato dietro, non sarebbe stato all’altezza di quello trovato nell’antica caput mundi. Roma è indicata dagli americani (forse con un po’ di troppa faccia tosta) come la capitale della decadenza europea. E anche se ormai non sono più troppo sicuro sugli abusati confini della parola, sicuramente è di quella “decadenza” che David Bowie sottintende quando confessa il suo amore verso la vecchia Europa. Depositaria dell’antica cultura, delle tradizioni, dei posti dove le arti per duemila anni hanno plasmato la civiltà dell’uomo. L’America della Civiltà elettronica, dello show-biz clamoroso e colossale, Bowie se l’è lasciata alle spalle già da tempo, insieme alle maschere e al soul. L’influenza dell’era futurista dei sintetizzatori ha conquistato la fantasia dell’ eroe, ed ha invertito proporzionalmente il suo rapporto musica-estetica: al contrario dei rock-spettacolo, travestito, quando la musica si fa complessa, l’abito estetico torna lineare, il trucco svanisce insieme alla tintura per capelli, l’ispirazione torna ad essere quella delle città europee, palazzi antichi e alti, dove il cemento e il marmo e i mattoni non sono ancora sostituiti totalmente dall’acciaio, alluminio e vetro. L’uomo è percettivo: cerca di sapere quello che gli è intorno, anche se non gli è familiare, e mostra interesse riflessivo per quello che gli viene risposto, quando s’informa. Si rivela di cultura artistica molto personale ma altrettanto vasta,e si conferma come quella che una carriera così condotta. come la sua richiede: una mente fredda ma disposta a rendersi accessibile per un attimo, che sembra osservare gli altri tanto quanto gli altri studiano lui. In entrambi i casi è tanto: l’uomo-artista è di una professionalità impeccabile, e sa quanto di se stesso può e deve concedere ai media. E se sorprende la sua disponibilità totale (vedi come lo hanno addobbato a Odeon, o la calma glaciale alle domande più stupide o aggressivo rivoltegli da alcuni giornalisti e radiofonici), a poco a poco si scopre che Mr. Jones è uno dei più brillantipublicrelation men di se stesso che viva nel mondo dello spettacolo. A parte la sua cortesia e il suo sapersi adattare a ogni interlocutore, Bowie ha capito il meccanismo alla base: l’importante è far parlare di sé senza essere definitivi. La teatralità delle dichiarazioni dei passato è in coerenza con il suo personaggio e la sua continua mutazione.
Il rock’n’roll come tale è fine a se stesso, e la sola musica non può bastare a chi vuoi essere “artista”. Così si capiscono le sue aperture, ultima delle quali è il cinema, e la camaleonticità della sua facciata musical e, supporto formale di una operazione generalmente mentale, e che in questo momento lui definisce “la sperimentazione per un nuovo linguaggio”.
Bowie nell’ultimo anno ha viaggiato da una capitale europea all’altra: Londra, Mosca, Berlino, Parigi, Amsterdam, Roma. E’ qui per parlare dei suo nuovo “Heroes” ma nei tre giorni ci sarà tempo per altre cose, fra cui una visita segreta ad Antonioni.
E, come dicevo, lo scenario che il lunedì Roma gli crea è perfetto: cielo plumbeo e una fitta e leggera pioggia che inumidisce la città; Via Nazionale carica di traffico e di vecchi palazzi, il prestigioso albergo austero e di vecchio stampo, con i saloni d’ingresso sconfinati e alti quanto tre piani normali. Bowie fa notizia, e aspettano un breve colloquio giornalisti fra i più disparati, da quello dei programma di fantascienza a quello che Bowie non sa bene chi è, a parte che deve essere quello che si traveste come Renato Zero, e febbrilmente chiede informazioni.
L’attesa è discretamente lunga, e quando finalmente è giunta l’ora: è Barbara che scende a mostrarmi la strada. Al terzo piano, i corridoi percorsi dalla guida in velluto rosso sono altissimi e bui, le pareti color crema scuro si aprono su molte anonime porte. Un bussare chiaramente studiato mi introduce all’interno di una stanza in stile anteguerra, divani e poltrone ricamate, un tappeto per terra e una ampia lampada con base di legno.
David Bowie si introduce senza sussiego, e vista finalmente di persona è diverso dalle foto-copertina. Magrissimo e non molto alto, zoccoli olandesi e jeans a tubo rimboccati, camicetta di raso grigio, un filo di fondo tinta, capelli corti che aumentano l’aria da ragazzo. E’ cordiale e premuroso, spessissimo sentirò la sua risata tipicamente nervosa e prorompente, ogni volta che si instaurerà un attimo di reciproca comprensione su una persona o un discorso. Allontana l’interprete, anche Barbara va nella stanza attigua (presumibilmente a far scattare il cronometro), David cambia posizione sul divano tre volte in dieci secondi, e mi dice che, se ho molte domande, è meglio cominciare subito da quelle che per me sono più importanti.

Carlo Massarini Come ha preso forma il cambiamento di atmosfere dei tuoi ultimi album?
David Bowie Posso spiegarlo facilmente: per i primi album il mio interesse era rivolto a scrivere dei luoghi comuni della fantascienza, come razzi, marziani, pianeti. Le cose fisiche di proprietà di questo genere letterario. Poi, nel periodo fra Diamond Dogs e Young Americans, mi sono interessato più degli effetti del progresso sulla nostra società: la tecnologia, lo sbriciolamento… sul palco avevo il crollo fisico della città, delle nostre individualità così confuse dalle macchine. Negli ultimi due mi sono interessato al possibile sviluppo di una nuova lingua per il rock, che catturi il pensiero dei cittadino urbano, frammentario se comparato con il pensiero lineare in nostro possesso fino a soli cento anni fa. L’uomo prima pensava in frasi, ma ora il linguaggio è concepito per immagini composite, come ad esempio puoi trovare in William Burroughs. L’uomo pensa ancora, naturalmente, ma in maniera diversa, e ci deve essere un linguaggio nel quale identificarsi, anche se inconsciamente. Questo è quello che sto sperimentando: il linguaggio della fantascienza.
C.M. – E ovviamente la musica elettronica ha una parte, in tutto ciò…
D.B. – Una parte grandissima, sì. Sono stato attento a come avvicinarmi all’elettronica, perché spesso è usata più che altro per ampliare i limiti della musica tradizionale. Il synt, ad esempio, è sfruttato più per la riproduzione degli archi che per quello che è, ovvero una riproduzione di tessiture sonore inascoltate prima d’ora: questo è un nuovo linguaggio. Eno, naturalmente, oltre ad essere un grande amico, è uno dei pochi sintetizzatorísti che comprende la natura dei linguaggio contemporaneo.
C.M. – Eno non è un tecnico dei suo strumento, ma lavora con la fantasia…
D.B. – Vedi, noi siamo molto vicini perché nessuno dei due si considera un musicista. Ma ci consideriamo artisti. Eravamo entrambi pittori, e abbiamo deciso che la pittura non era un media moderno; era arcaico, ci doveva essere qualcos’altro. Proviamo con il rock’n’roll, facciamolo funzionare, diamogli una nuova dimensione!
C.M. – E’ stato lui a introdurti alla musica elettronica, o gente come i Tangerine Dream?
D.B. – Ho sempre ascoltato Brian sin dai tempi dei Roxy Music, perché sono sempre stato colpito dalle sue performances strane ed eccentriche sia con quel gruppo che successivamente da solo. Non sono mai stato un fari dei Tangerine Dream, ma mi piace molto il lavoro di Edgar Froese in particolare; è un altro buon amico, che purtroppo oggi vive lontano, negli States… lo penso che fra l’uomo e la macchina si dovrebbe sviluppare una relazione d’affetto: fino all’avvento delle macchine l’uomo aveva un rapporto con il suo strumento, lo capiva, se la chitarra o anche l’arco si rompeva li riparava. Ora, distaccati come siamo dalle macchine, se si rompe il computer, sei fatto.
C.M. – La collaborazione si è estesa ad un altro “spirito romantico”, Bob Fripp…
D.B. – Ooh, il romantico per eccellenza! Bob, a differenza di Brian e me, è (tecnicamente) un virtuoso. Ma gli piace, quello che facciamo. La sua attitudine è quello del vecchio professore che si siede in fondo allo studio sorridendo; è molto vivo, e credo che ci sia stato un continuo scambio di cose da dirsi, in maniera molto libera. Ma se ci avvieremo verso un incesto, ci separeremo senza indugi. (Faccio appena in tempo a citare No Pussyfooting, e Bowie riparte di slancio). E’ uno dei miei album preferiti, un grande lavoro, assolutamente eccellente. L’importante è collaborare con gente con cui non ci sia meccanicità né interferenze troppo personali. Sto per produrre una band americana; i Devo: sono eccezionali, immaginati un potenziale di cinque Eno messi insieme!
C.M. – Quando è uscito Hunky Dory, sono stato tra quelli che hanno visto in te uno degli artisti più importanti degli anni ’70, prima ancora di Ziggy. Per qualche tempo devo dire che ho pensato ti fossi perso, come figura influente, suonavi una musica commerciale, a volte addirittura sciocca. Ora sembra che i fili siano stati ripresi…
D.B. – Sono pienamente d’accordo. In mia difesa, Vostro Onore, devo dire che non sono mai riuscito a fare una cosa che presumevo potesse avere successo dal punto di vista commerciale, sono sempre stato felice ma sorpreso quando funzionava… Questo perché la mia insistenza a mantenermi al passo coi tempi mi spinge ad entrare in aree diverse prima ancora che io abbia finito con la precedente. Ma seguire questa curvati molto importante: -Se funziona, gettala via!.. E’ un approccio di tipo cibernetico: anche se il tuo cuore rimane legato emotivamente, devi continuare a cambiare. A meno che tu non voglia rilassarti e ascoltarti, allora puoi rimanere con la musica che hai scelto! ma io non sono addentro la musica per la music .. lo voglio usarla. Alcuni dei miei album sono stati di successo, altri in parte, alcuni per niente. Ma sono tutti lì, e in retrospettiva hanno tutti un significato. C’è una logica, sì, senz’altro, e posso dire di aver seguito una linea. E’ come la pittura: a un artista non piaceranno mai più di tre o quattro tele, ma le tue opere stanno li, non puoi rinnegarle.
C.M. – “Young Americans” non è un album di rhythm’n’blues molto buono; eppure alcuni dei tuoi testi sono fra i più sinceri che tu abbia scritto. Sembra che siano però passati inosservati per la superficialità dell’insieme… 
D.B. – Sì, la gente… una cosa che forse ti darà fastidio è che non una sola lirica è uscita dalla mia testa: sono costruite in una maniera molto particolare. lo volevo fare magari due o tre affermazioni, e le stendevo giù, poi tutto veniva tagliato e ricomposto. Non sapevo come presentarle alla gente, allora ho pensato di accostarle a un neo-soul, e vedere se la gente continuava a considerarle canzoni. Quando ho visto che venivano accettate come canzoni soul, ho capito che la gente si identifica con immagini sparse, senza nemmeno accorgersene.
C.M. – Sei sempre così analitico su quello che fai?
D.B. – Oh yeah – ride di cuore – … non ci posso fare nulla, deve essere la mia natura di Capricorno!
C.M. – Cosa ti ha spinto per tutta la vita, ambizione?
D.B. – Ambizione mai, era bruciante solo all’inizio, quando ancora dovevo farmi ascoltare. Pensavo di avere qualcosa di importante da dire. Quando ho acquisito questa posizione ho cominciato a usare la mia musica per terapia, per capirmi. Sono privo di ambizione, adesso; ho fatto tutto quello che volevo – a livello di ambizione -, ora ci sono molte cose che voglio portare a termine, sul piano artistico.
C.M. – Quanto è influenzata la tua evoluzione dall’insuccesso commerciale o di critica?
D.B. – Sono testardo al punto che “Low” è stato il meno venduto di tutti, negli U.S.A., e mi ha spinto a fare questo! E la prima volta che non mi sono velocemente spostato verso un altro genere di musica, perché non è riuscita a comunicare come volevo, e, ho pensato che non mi sposterò, la farò comunicare. Appena funzionerà… -ride – … capisci?
C.M. – C’era differenza, nel fare i tuoi primi album? 
D.B. – No, anche allora lottavo per riuscire a comunicare.
C.M. – Eri ricco?
D.B. – Oh, no! Era una tipica esistenza da studente d’arte. Allora scrivevo le mie canzoni per catturare l’immaginazione di chi mi ascoltava; ora ho invertito il rapporto, scrivo per me stesso, e se una cosa mi piace, penso che a qualche parte ci sarà. qualcun’altro a cui piacerà. Forse una volta non ero pienamente d’accordo con tutto quello che scrivevo, ma sapevo che avrebbe avuto effetto: questo è cambiato con la mia evoluzione come autore. Ora il ciclo è completo.
C.M. Immagino tu sia un po’ più benestante, adesso… 
D.B. In linea di massima, sì… ci pensa un attimo oh certo, non devo più preoccuparmi, e questo è bello. E’ un buon lubrificante per il macchinario – ride – per fare tours impossibili per i meno ricchi, per trovare i migliori musicisti e tecnici, per fare Ipso più indulgenti, anche se ora tendiamo a farli più velocemente e spontaneamente possibile. La mia maniera di trattare coi denaro è di investire tutti i guadagni in un anno nei progetti del successivo.
C.M. Sei passato attraverso molti cambiamenti, come sentivo dal nastro della conferenza… anzi, come mai ti vesti sempre da donna?
D.B. Risata collettiva … ho sentito molte risposte interessanti che apparentemente avrei dato, anche se non le ho mai sentito. Hai letto i quotidiani di oggi? (si riferisce al Corriere della Sera). Ti ricordi che io abbia detto che a Berlino ci fosse solo un’altra star morta in circostanze misteriose 32 anni fa?
C.M. No. Ma dato che ci siamo – ha! – mi racconti questa storia dell’intervista a Playboy?
D.B. lo sono totalmente apolitico: per me quella era un’osservazione teatrale sullo stato del mio paese. Era una predizione Orwelliana: avevo notato che nessuno l’aveva citato, e pensavo fosse il tempo di farlo…
C.M. Molto pericolosa, come osservazione… 
D.B. Sì, ma non era un’affermazione (statement). Era un’osservazione che da allora lo è diventata, che è un altro esempio di come lo stesso! e ride.
C.M. Come ti è venuta in mente?
D.B. Avendo visitato la Gran Bretagna dopo quattro anni di assenza, ho trovato estremamente triste poter fare un parallelo fra la situazione inglese di adesso e quella tedesca di prima della guerra. stessi problemi economici, stesse preoccupazioni e conflitti razziali. Mi ha impaurito, perché ho visualizzato cosa poteva succedere. Nel tempo di pochi mesi, è uscito fuori il partito nazifascista, e pensato che avevo ragione, se la gente non se ne rendeva conto.
C.M. Ma te lo auguri? 
D.B. Oh my God! Sei pazzo? No.
C.M. Nel primo album c’era una canzone vaga mente politica, Cygnet Committee: ha niente a che fare con il Bowie di adesso?
D.B. A riguardarla era molto profetica: la “Love Squad; si è trasformata in un movimento di destra. Veramente inquietante. Che è poi quello che la canzone ipotizzava. C.M. Un’altra figura del passato è l’Homo Superior… 
D.B. Per me era l’anticipazione della completezza della relazione di pensiero fra gli uomini, visto nella prospettiva di adesso.
C.M. Questo te lo auguravi?
D.B. No, era un’idea molto grafica. Ma penso ancora adesso che.questa è la direzione, e che sia molto pericoloso farsi intimidire dalle macchine: nessuno le porterà via, per cui dobbiamo imparare ad avere una relazione con loro. E’ idiota e naif pensare di tornare a coltivare i campi e vivere in fattorie, al giorno d’oggi. Una buona maggioranza diventerà loro schiavo se non capiranno le facilitazioni che ci offrono, e se non saremo ben disposti noi nei loro confronti.
C.M. I tuoi cambiamenti di personaggi sono stati pericolosi?
D.B. Pericolosi? per cosa?
C.M. Per la tua mente.
D.B. Sì. All’inizio pensavo di restringere le maschere al palcoscenico, ma c’è stato un periodo, in America, in cui le maschere facevano irruzione in me stesso. Diventarono parte della mia persona, e quello è stato un periodo dal quale sono dovuto Uscire molto in fretta, prima di diventare totalmente nevrotico. Il ritorno all’Europa mi ha aiutato a liberarmi di questi scheletri nel mio guardaroba.
C.M. – Credi che fossero americane, come concezione? 
D.B. No, ma capire da dove venivo mi ha aiutato a riscoprire me stesso. Erano un prodotto della mia visuale su come l’America riesca o meno a procedere a fianco dell’età tecnologica, così alcune di esse riflettevano caratteri americani. Tutti gli scrittori sembrano affascinati dall’America, perché sembra essere il compendio di quello che succederà. Anche se adesso questo ruolo mi sembra essere più dell’Europa, e l’America sta diventando alquanto arcaica…
C.M. – Stai parlando della società o degli individui?
D.B. – Sono strettamente legati… ma odio essere specifico, perché preferisco una descrizione impressionistica piuttosto che frasi scolpite: uno dei nostri problemi è che tendiamo a dare una definizione precisa prima ancora di aver compreso tutto quello di cui stiamo trattando.
C.M. – E’ possibile averne dieci, di minuti? 
D.B. – Uhmmm, credo di sì. Non ti preoccupare, vai avanti.
C.M. – Senza dubbio Heroes. è un album molto suggestivo, ma ascoltandolo ho avuto la sensazione che vi siano molti frammenti che non definiscono di preciso il tuo gusto personale: alcune cose sono i tipici tuoi ruoli, altre sono palesemente influenzate da Eno…
D.B. – Sì, io… (Bowie non dice mai no a una critica) … cambierei influenze” con collaborazione”. Certo, c’è molta della visualizzazione di Eno, in particolare su “Low”, ma sia le immagini che le idee sono principalmente mie. Conoscevo le aree di cui volevo scrivere, e Eno si è coinvolto per dar loro una espressione. E’ il discorso inverso fatto a proposito dell’album di lggy, che alcuni hanno ingiustamente definito un album di David Bowie con l’aiuto di Iggy – tutto il seme embrionale era suo, io l’ho solo aiutato. E comunque, non credo ci sia nulla di male, a me piacciono le collaborazioni, di questi tempi. Agli inizi ero molto orientato verso il rimanere isolato artisticamente, mentre adesso, invecchiando, m i piace lavorare con altra gente, esplorare reciprocamente i campi d’interesse, creare dell’attrito… Per l’altra parte della tua domanda, credo di dare un valore nuovo alla musica elettronica intorno alla quale sto lavorando, è un processo di sperimentazione.
C.M. – Questo anticipa la mia domanda se ti consideri un artista evolvente…. 
D.B – Credo che sia un momento molto stimolante, per me. Spero che sia lo stesso per Eno e Fripp, ma credo siano d’accordo nel dire che stiamo creando qualcosa di eccitante: non so che aspetto avrà il “mostro” – ride -, né quante teste avrà; ma è eccitante, e quando smetterà di esserlo, ci sposteremo di nuovo. Ho la più alta stima per chi, senza curarsi se una cosa abbia successo o meno, ha il coraggio di non riposarsi sugli allori, ma vuole essere continuamente un artista contemporaneo, E quando dico contemporaneo intendo contemporaneo, non intendo dell’altr’anno. Il passo dei cambiamenti è così veloce, ora, che lo stile di vita di una persona può cambiare completamente in nove mesi – perché la musica dovrebbe parlare di una realtà di un anno prima?
C.M. – E’ la prima volta che ti sei posto nel ruolo di un artista sperimentale e non… 
D.B. – Di un personaggio!
C.M. – …uhm, sai, anche se questa è un’altra domanda… –
David si alza di scatto e sparisce alla ricerca delle sue predilette Gitanes, una frazione di secondo dopo è già tornato -… 
D.B. – Come ti dicevo sono interessato a trovare un nuovo linguaggio, dopodiché ricomincerò a parlare di certe situazioni. Ma non prima di aver trovato la formula con cui narrarle. Così ora devo essere David Jones per valutare quale linguaggio usare in futuro.il rock’n’roll era eccitante allora, perché l’informazione era nuova, ma dopo vent’anni è diventato arcaico. E come un libro che leggi, e dici “wow, che gran finale!.: quando lo leggi una seconda volta pensi ” è sempre la stessa fine, come mai questa volta non ha avuto nessun impatto su di me? Perché allora non andarsi a comprare un altro libro ?!
C.M. – La tua risposta mi apre una nuova prospettiva, ma la domanda originale era che per la prima volta non li poni da maestro ma da sperimentatone dilettante di fronte a quelli che in un campo specifico sono dei pionieri.
D.B. – Sì, credo sia per gli stessi motivi che dicevo adesso: credo sia inutile sviluppare un linguaggio se non hai altre persone a cui parlare.
C.M. – Dal mio punto- di vista la musica tedesca, dopo un periodo di ricerca intensa, sta spostandosi verso schemi faciloni. Concordi? 
D. B. – Sì, ma vorrei sapere chi abbia sparso la voce che io sia un grosso fan della musica tedesca: in realtà mi piace solo E. Froese, a parte i Kraftwerk di cui apprezzo l’humour. Ma li preferivo prima della scissione che ha originato i Neu.
C.M. – Negli ultimi tempi non sei comparso molto spesso in pubblico in prima persona…
D.B. – Sono sempre più disincantato dalle esibizioni in pubblico e, devo ammettere, più vado avanti e più sento la necessità di pormi dietro le quinte, di guardare cosa succede piuttosto che fado in prima persona…
C.M. – Immagino tu sia più vicino alla posizione,di un regista…
D.B. – Yeah – ride confermando con il capo immagino che voglia dire proprio questo. Beh, la vecchiaia … ! Certo, amerei avere la possibilità di fare una regia cinematografica o teatrale,- non ne ho ancora le capacità tecniche, ma forse questo lo renderebbe ancora più interessante. Mi piace l’idea di mettere la gente sbagliata nei mestieri sbagliati, credo che abbia molto senso, nella nostra era.
C.M. – Quando hai fatto il film L’uomo che cadde sulla terra, hai scelto un copione che era una nuova prospettiva su un vecchio tema, la figura interstellare… 
D.B. – Sì, questo è il motivo per cui l’ho scelto. Quando mi hanno offerto “Stranger in a Strange Land. (titolo originale dei libro) mi ha interessato perché cercavo una forma di fantascienza interiore piuttosto che spaziale, perché questo è quello a cui io mi riferisco, da sempre. Per questo ho.legato .molto in fretta con il regista Nicholas Roeg. Non ero d’accordo con tutto quello che diceva lui, e lui con quello che dicevo io. Ma abbiamo avuto un buon rapporto.
C.M. – Come è stata l’esperienza come attore? 
D.B. – Soffocante. Volevo continuamente alzarmi e dirigere io stesso, non ero mal stato nella situazione di dover star seduto e zitto, molto dísciplinatamente… Mi sarebbe piaciuto farlo io, quel film! Ma ho imparato molto e vedere Nick lavorare.
C.M. – So che non è destinato a rimanere un lavoro isolato…
D.B. – Sì, il mio nuovo eccitante progetto è un film molto, tranquillo sul pittore espressionista Egon Schiele. Mi hanno offerto la parte qualche tempo fa, e cominceremo a girare a Vienna l’anno prossimo. Sarà interessante.
C.M. – Qual è il tuo punto di vista sullo show-biz americano? 
D.B. – Assolutamente folle, e non riuscirei mai a vivere in quell’ambiente. Credo che quelli che si trasferiscono a Los Angeles siano totalmente fuori della loro testa, pazzi, devono essere dei masochisti! E stata la mia esperienza spirituale più traumatizzante, i nove mesi che ho trascorso là. La ricerca degli spazi aperti mi sembra un lusso decadente che uno presume di essere in diritto di concedersi appena non ha fatto i soldi, ma per me è come tagliarsi via dalla realtà quasi totalmente. Credo che si riveli nel loro lavoro.
Barbara entra molto decisa nella stanza ormai per la seconda volta, David la prega di dargli un po’ di tempo. Gli occhi di Barbara esprimono stupore. L’intervistatore esprime il suo sentito ringraziamento. La conversazione continua… 
D.B. – Queste domande sono molto significative per me… so che in me c’è molto movimento, molta frammentazione, molti vuoti di comprensione verso quello che è intorno, e queste cose mi spingono a usare la musica come maniera di analizzare le mie sensazioni..
C.M. – Il punk rock è cominciato come reazione a divi spettacolari e coreografici come Bowie stesso, ma ora anche loro si stanno creando i loro idoli… 
D.B. – Sono un po’incerto su tutta questa faccenda, ci vedo molto punk e poco rock! Credo che sia come l’avantgarde degli anni ’60: pochi la vivevano ma molti la teorizzavano. Penso nasca da una necessità positiva di cambiare per cui creiamo prima il fenomeno e riempiamolo poi con artisti e gruppi” Hanno creato una categoria prima di trovare la gente da metterci dentro. E difficile parlare di punk rock perché non si sa esattamente di cosa si stia parlando: se di una moda, o di un comportamento strettamente londinese e comunque molto limitato, o se si parla di una nuova ondata. Prima di pronunciarmi voglio che mi faccia effetto, che mi insulti o mi scuota. Tentano disperatamente di dire qualcosa, ma non sono sicuri esattamente cosa; così c’è una canzone buona in un disco, magari, il resto sono tentativi, sperimentazione, voglia di essere riconosciuti. Barbara entra per la terza volta, come l’ultimo gong. David la invita a sedersi, io prometto di fare in fretta, ma si fa per dire.
C.M. – Ziggy era una figura mitica, e recentemente ti sei allontanato da loro… 
D.B. – Sì, certo. Ziggy è stato un mito, ma mi ha fatto capire quanto i miti siano facili da creare, e quanto possono condizionare il lavoro creativo di un individuo. Mr. Stardust. è stato un piacevolissimo compagno di lavoro, ma non ho voluto che interrompesse il mio processo evolutivo.
C.M. – Quale è l’importanza dei miti nello show-business?
D.B. – Chiedilo a qualcuno nello show-business!
C.M. – Ti senti realizzato come uomo-artista nella tua nuova dimensione?
D.B. – Come artista sono completamente e Sempre frustrato, ma come uomo ho passato la trentina e non sono mai stato così felice. Mi piace il mio attuale ambiente), che è viaggiare: non ho casa né proprietà, e non ho intenzione di stabilirmi da nessuna parte. Quando lo farò, dovrò seriamente pensare se continuare o meno a considerarmi un artista. La mia prossima destinazione è il Giappone. L’atmosfera ora ,a parte un sottile senso di professionalità, è piuttosto distesa, e allungo una serie delle domande…
C.M. – So di rovinare tutto proprio alla fine, però già mi sento sufficientemente originale per non aver tirato fuori questa domanda fino ad ora… Lou Reed, e lggy!
D.B. – Grandi risate dei presenti… in pratica noi tre… Lou è stato la mia guida a New York: dopo essermi fatto la mia idea, avere lui a mostrarmi la “sua” New York mi ha aperto una prospettiva nuova, che ha mutato molti dei miei miti americani. Iggy: ascoltarlo è stato come sentire la forma delle cose da venire (.shape of things to come), nessun dubbio. E il mio migliore amico, con Eno. L’ultima domanda mi viene in mente quando già alla porta bussa il prossimo, peraltro in clamoroso ritardo nella sequenza degli appuntamenti, e che Bowie si appresta a ricevere con imperturbabile disponibilità nonostante sia palese che il Bowie lui forse l’ha sentito si e no nominare.
C.M. – Tu ti sei sempre circondato di colore, ma le tue copertine più recenti hanno spesso le tinte dei bianco e nero… 
D.B. – Ho voluto impedire alla confezione di bloccare la strada a quello che volevo dire; di nuovo, tentare di smitizzare quello che stavo facendo: tutto quest’ultimo periodo è stato una rivalutazione di quello che avevo fatto e dei linguaggio che avevo usato in precedenza. Anche da vivo sono tornato alla luce bianca, ho eliminato tutte quelle inutilità arcaiche che erano vitali allora, e sono inutili adesso. Averle sul palco sarebbe portare con me il passato.

da un numero di Rockstar del 1977, ripreso dal sito del fan club italiano di Bowie

e, ancora dal sito, ecco l’intervista a Cameron Crowe di Playboy

 

DAVID BOWIE intervistato da Cameron Crowe
Playboy, settembre 1976

Candida conversazione con il cantante-unisex più famoso del mondo. ribelle, anticonformista, spregiudicato: è il grande profeta della rivolta totale del pop Un tempo, era un consumato cantante folk dai capelli dorati. Poi il frivolo direttore di un gruppo pop sul genere dei Beatles. Poi un compositore e cantante di ballate, decisamente bisessuale. Poi ancora un ingombrante chitarrista androgino dai corti capelli rossi accompagnato da un gruppo che si chiamava “I Ragni di Marte “. Poi un cantante “soul “. Poi un attore del cinema.., e per finire un presentatore alla Sinatra, brillantemente conservatore. David Bowie, lo possiamo dire con tutta tranquillità, farebbe qualsiasi cosa pur di riuscire. E adesso che è riuscito, farebbe qualsiasi cosa pur di conservare il successo. A 29 anni, David Bowie (nato David Jones a Brixton in Inghilterra) è molto di più di qualsiasi divo del rock. In realtà è un calcolato manipolatore dei mass-media, privo di qualsiasi senso di tatto o di intimidazione. La sua carriera, eclettica e bizzarra, non ha che un obiettivo: catturare l’attenzione del pubblico. Se non avesse questa, senza dubbio appasssirebbe e si spegnerebbe (possibilmente davanti a un folto pubblico di spettatori). Nell’aprile 1975, Bowie annunciò clamorosamente che rinunciava al rock. “E’ una noiosa strada senza uscita. Non farò più dischi di rock’n’roll né tournées. Non voglio più essere un inutile, fottuto cantante di rock “. Era la seconda volta che faceva un tale annuncio. La prima volta l’aveva fatto a Londra, nel 1972, durante un bis, a un affollato concerto all’aperto: subito dopo incise Diamond Dogs e si impegnò per una tournée americana di tre mesi. questa volta Bowie fece il discorso d’addio in modo ancora più spettacolare. Il novembre scorso combinò un’intervista via satellite dalla sua casa di Los Angeles con il più popolare intervistatore inglese, Russell Hart, per annunciare che aveva un nuovo album di rock’n’roll, Station to Station. Come se non bastasse, aggiunse, borbottando, che sarebbe partito per una tournée di sei mesi intorno al mondo. Nel frattempo il governo spagnolo chiedeva di poter usare il satellite per annunciare la morte del generalissimo Franco. Bowie, come un ragazzino dispettoso, rifiutava di concedere la linea. Non si può certo dire che Bowie sia molto amato nel mondo della musica: eppure ha lasciato la sua impronta. Quando si presentò per la prima volta su un palcoscenico americano, nel ’72, in spalla al suo chitarrista, era truccato in piena regola e indossava un abito deliziosamente femminile. Nacque immediatamente un genere nuovo, il rock sofisticato, il rock ” a scossa “, il rock non più innocente. Mick Jagger e i Rolling Stones,Elton John, Alice Cooper, Todd Rundgren, Lou Reed, Queen, Roxy Music, Slade, T. Rex e Cockney Rebel lo imitarono. Avendo travolto tutti in quella sua prima tournée degli Stati Uniti, non gli ci volle molto perché il suo 33 giri su un dannato semidio del rock, The Rise and Fall of Ziggy Stardust and The Spiders from Mars, balzasse in testa alle classifiche. I suoi tre album precedenti, fermi fino a quel momento, cominciarono a vendere vertiginosamente. La stampa non perse tempo a proclamare Bowie il più grande avvenimento dopo i Beatles. Con la stessa velocità si mise ad attaccare il fenomeno. Insinuavano che c’era forse qualcosa di poco… pulito nel gruppo bisessuale di Bowie. Il mondo musicale e i critici fecero immediatamente lega per ribellarsi alla decadenza di Bowie. Ma nel frattempo lui aveva assunto una nuova facciata, anche se ugualmente ridicola: quella di ” disco soul”. Dall’oggi al domani, questo fragile, sfacchinato cantante di rack puro si gettò sui “blues” . E funzionò. Collezionò due grossi successi, Young Americans e Fame. E finalmente arrivò il riconoscimento finale: fu uno dei pochissimi bianchi ad essere invitato al ” Soul Train”. Per favorire questa larga base del suo successo, Bowie aveva assunto la posa del vecchio uomo di scena con pantaloni neri e gilé indossato sopra una camicia bianca. Station to Station raggiunse il traguardo di vendita di 500.000 dollari. La successiva tournée intorno al mondo, finita da poco, e’ stata un “tutto esaurito ” ad ogni tappa. Adesso, proprio nel momento dell’apice, questo re-regina del rock minaccia di mantenere la promessa, una volta tanto. Ha sempre sostenuto di essere un vero divo del cinema: la sua esibizione nel recente film di Nicolas Roeg (Walkabout, Don’t look now, Performance) ha avuto molti apprezzamenti, La scelta di Bowie per il ruolo principale e’ stata, secondo il New York Times, “ispirata. Bowie recita magnificamente “. Così ci è parso che fosse arrivato il momento di metterci al passo con la crociata di Bowie-come lui la chiama-per conquistare il mondo. Abbiamo quindi mandato Cameron Crowe, giornalista e collaboratore dei Rolling Stones, a intervistare il più arrogante superdio che abbia mai invaso i mass-media degli anni ’70. Ecco quanto ci riferisce: “Le mie conversazioni con Bowie ebbero inizio già ai primi del ’75. Alcune di queste sedute furono addirittura delle specie di maratone. Per quanto stimolante fosse la conversazione, dopo un’ora che stava seduto Bowie non riusciva più a controllarsi. “Non potremmo fare una piccola sosta?”, scoppiava. Senza neppure aspettare la risposta, balzava in piedi e scattava via: a volte per scrivere una canzone o due, a volte invece per buttare giù un quadro. Una volta terminò la seduta chiedendo una lista di 20 oggetti scelti a caso. Gliela diedi. Lui studiò la lista per 10 secondi, me la restituì e la recitò a memoria. Dall’inizio alla fine e viceversa. ” Bowie è sottilmente affascinante, sia in compagnia di un noioso pezzo grosso del cinema, sia di un altro musicista, sia di un completo sconosciuto. E’ del tutto conscio di essere una formidabile macchina di citazioni. Tanto più sono scioccanti le sue rivelazioni, dai suoi incontri omosessuali alle sue tendenze fasciste, tanto più lui se ne compiace. Sa benissimo che cosa vogliono gli intervistatori e ha l’ abilità di dare loro esattamente questo. La verità che ne scaturisce non può che essere incoerente “.

PLAYBOY: Cominciamo con la domanda che ho l’impressione lei cerchi di evitare: in che misura la sua bisessualità è una realtà e in che misura è un trucco? 
BOWIE: E’ vero, sono bisessuale. Non posso però negare di avere sfruttato questo fatto molto bene. Penso che sia la cosa migliore che mi sia mai successa. E anche divertente. Comunque sviscereremo a fondo quest’argomento.
PLAYBOY: Perché lei dice che è la cosa migliore che le sia mai successa? 
BOWIE: Bene, per esempio, le ragazze in genere presumono che io abbia mantenuto la mia verginità eterosessuale per qualche ragione particolare. Così non fanno tutte che tentare di riportarmi all’altra sponda. “Su, David, non è poi così male. Lascia che te lo provi”. O ancora meglio: ” Ti faremo vedere noi”. Io faccio sempre finta di essere tonto. Dall’altra parte-sono sicuro che lei vorrà sapere anche dell’altra parte-quando compii quattordici anni, improvvisamente il sesso divenne molto importante per me. Non mi faceva nessuna differenza con chi o con che cosa lo facevo, purché fosse un’esperienza sessuale. In genere si trattava di qualche bel ragazzo scelto in qualche scuola. Lo portavo a casa e me lo facevo sul mio letto al piano di sopra. E questo era tutto. Il mio primo pensiero era: “Bene, se mai finirò in prigione, saprò come passarmela”.
PLAYBOY: Il che non sarebbe stato molto piacevole per i suoi compagni di cella più normali.
BOWIE: Sono sempre stato molto sciovinista anche nei giorni in cui ero ossessionato dai ragazzi. Ma ero sempre un gentiluomo. Ho sempre trattato i miei ragazzi come delle vere signore. Li ho sempre educatamente scortati e in realtà penso che se fossi un po’ più vecchio-se avessi quaranta o cinquant’anni-sarei un perfetto protettore per qualche ragazzino di Kensington. Avrei anche un cameriere di nome Richard da far trottare ai miei ordini.
PLAYBOY: Ma quanto di tutto ciò dovremmo credere? La sua precedente agente, la famosa Cherry Vanilla, sostiene di avere dormito con lei e che lei non è affatto omosessuale, ma che le piace far “pensare” che le piacciono gli uomini.
BOWIE: Mi piacerebbe proprio conoscere quest’impostore di cui parla Cherry, ma di sicuro non sono io. Comunque è una bella citazione. Cherry è abile quasi quanto me nell’usare i mass-media.
PLAYBOY: Resta però il fatto che non la si è mai vista con un amante di sesso maschile. Come lo spiega? 
BOWIE: Mio Dio, ho smesso di essere omosessuale molto tempo fa. Per un po’ di tempo lo ero al 50 per cento, adesso ho delle tentazioni solo quando sono in Giappone. Che bei ragazzini ci sono in quel paese! Ragazzini? Non sono poi tanto giovani. Hanno sui 18-19 anni. La loro mentalità è davvero straordinaria. Sono tutti omosessuali fino ai venticinque anni, poi di colpo diventano samurai, si sposano e fanno centinaia di bambini. Io adoro tutto questo.
PLAYBOY: Come mai, in un momento in cui nessun altro nel mondo del rock avrebbe osato neppure alludervi, lei ha scelto di sfruttare la bisessualità? 
BOWIE: Direi che è stata l’America a costringermi. Una volta, in un’intervista – penso che fosse il 1971 – qualcuno mi domandò se ero omosessuale. Al che risposi: “No, sono bisessuale”. Questo tipo, uno scrittore di una casa editrice inglese, non aveva la più pallida idea di che cosa volesse dire. Così dovetti spiegarglielo. Naturalmente il tutto venne stampato e così ebbe origine tutta la storia. Che tempi! Il Settantuno fu davvero un ottimo anno per l’America. Il sesso faceva ancora scalpore e tutti volevano vedere il fenomeno. Ma ignoravano completamente quello che facevo. Prima che io comparissi in scena, si parlava pochissimo della bisessualità e del “gay power”. Senza volerlo, io diedi il via a tutto ciò. Al tempo del mio arrivo in America, la parola “omosessuale” non si sentiva mai. Ci sono voluti un bel po’ di scandali e di dicerie sul mio conto perché gli omosessuali si decidessero a dire: “Disconosciamo David Bowie”. E lo fecero, mi sembra ovvio. Sapevano benissimo che non rappresentavo ciò per cui si battevano. Nessuno capiva il mio modo europeo di vestire e le mie pose asessuate, androgine. Tutti gridavano: “E’ truccatissimo e indossa degli stracci che sembrano vestiti”. Tuttavia non fui io il primo a pubblicizzare la bisessualità.
PLAYBOY: Chi lo fu?
BOWIE: Dean. James Dean lo fece, molto bene e molto abilmente. Ho delle mie intuizioni personali su questo fatto. Probabilmente Dean mi assomigliava molto. Elizabeth Taylor me lo disse una volta. Non era per nulla un menefreghista, né il ribelle che impersonò con tanto successo. Non voleva morire. Però credeva negli eccessi, negli estremi come mezzo per raggiungere una dimensione più profonda della propria personalità. James Dean impersonò proprio quello che oggi è così rispettabile, cioè il prostituto uomo. Era parte del suo incredibile magnetismo. Un fempo batteva Times Sq. per guadagnare abbastanza da poter frequentare la scuola di Lee Strasberg e -diventare un Marlon Brando. La reputazione che aveva non era certo delle migliori. Io lo ammiro immensamente e questo dovrebbe rispondere alla domanda che lei potrebbe farmi sul fatto che io abbia o meno degli eroi.
PLAYBOY: Ma lei non fa fatica a convincere gli altri a crederle? Prendiamo, per esempio, i suoi molto pubblicizzati addii al mondo dello spettacolo. Lei si è ritirato due volte, giurando che non avrebbe mai avuto più niente a che fare col rock’n’roll. Eppure ha appena terminato una tournée di sei mesi per lanciare il suo recentissimo album Station to Station. Come spiega queste contraddizioni? 
BOWIE: Semplicissimo, dico bugie. E’ facilissimo da fare. Non c’è niente che abbia importanza eccetto quello che io sto facendo in quel dato momento. Non posso certo ricordarmi tutto quello che dico. Non me ne frega niente. Né posso ricordarmi quanto ci credo e quanto non ci credo. L’unica cosa che mi importa è di crescere come persona. Non ho la minima idea di cosa sarò l’anno venturo: un pazzo scatenato, un figlio dei fiori, un dittatore o un reverendo, chi lo sa. E questo è quel che mi impedisce di annoiarmi.
PLAYBOY: Che parte hanno avuto le droghe nella sua musica?
BOWIE: La musica non è che un’estensione di me stesso, quindi la domanda dovrebbe piuttosto essere: “Che cosa mi hanno fatto le droghe?” Penso che mi abbiano solo fottuto. In un modo piacevole, intendiamoci, e non mi è certo dispiaciuto di provarle.
PLAYBOY: Lei è quindi d’accordo con quel critico che ha definito il suo album Young Americans come un fottuto 33 giri di un fottuto divo del rock? 
BOWIE: In verità, l’album che più ha risentito delle droghe è The man who sold the wor1d. Allora ero davvero partito. Young Americans viene subito dopo, ma fa già parte del periodo che sto vivendo adesso, dal punto di vista della droga. The man l’ho fatto proprio nel periodo in cui avevo questa passione per l’hashish. Non appena ho smesso di fumare, mi sono reso conto che spegneva la mia immaginazione e questo fatto segnò la fine delle droghe leggere.
PLAYBOY; Quanto lei mi dice non mi sembra però credibile, visto che è stato recentemente arrestato a New York per possesso di marijuana. 
BOWIE: Stia tranquillo, non era mia. Non posso dire molto di più, ma le assicuro che era delle persone che si trovavano con me quando la polizia ha fatto irruzione nella stanza. Che porci! Che ironia, essere arrestati per possesso di erba quando quella roba mi fa davvero vomitare. Tanto è vero che non la tocco da un sacco di tempo.
PLAYBOY: Però nella sua canzone Station to Station c’è un riferimento alla cocaina.
BOWIE: É vero. Dice: “Non sono gli effetti collaterali della cocaina… Penso che sia l’amore”. Immagino che le stazioni radio la censurino.
PLAYBOY: No, non credo. Aveva delle riserve su questa frase? 
BOWIE: No, assolutamente.
PLAYBOY: Ma qualcuno la potrebbe interpretare come una difesa dell’eroina. E’ forse questo il messaggio? 
BOWIE: Io non ho messaggi di nessun tipo. Non ho veramente nulla da dire, né suggerimenti o consigli da dare. Mi limito a dare qualche idea che costringa la gente ad ascoltarmi ancora per un po’. Ma alla fine sono “loro” a trovare il messaggio e così mi risparmiano la fatica. Tutta la mia carriera è stata così; posso sempre fare quel che voglio senza che mi succeda mai nulla.
PLAYBOY: Lei sostiene che le piace lavorare tutto il tempo, eppure fa uscire soltanto un album all’anno. Che cosa fa in tutto questo tempo? 
BOWIE: Scrivo canzoni, sceneggiature e poesie. Dipingo, faccio fotografie, mi amministro, recito, produco, registro, a volte viaggio. Potrei darle sui due piedi almeno cinque album nuovi fiammanti. Ho accumulato tanto di quel materiale! Non faccio che lavorare.
PLAYBOY: Ma lei non si riposa mai? 
BOWIE: Se lei mi sta chiedendo se non faccio mai vacanze la risposta è no. Io mi rilasso lavorando: e su questo punto sono serio. Ho sempre pensato che la sola cosa da fare fosse di provare a vivere come “Superman”. Come persona normale mi sentivo davvero troppo insignificante. Non potrei vivere pensando che la sola cosa che importa nella vita è di essere una “brava” persona. Ho sempre pensato: “Cazzo, non voglio essere l’ennesimo, onesto Joe, voglio essere un essere superiore e migliorare, i miei attributi del 300 per cento… Penso che sia possibile farlo”.
PLAYBOY: Potrebbe allora darci qualche esempio di questo auto-miglioramento? 
BOWIE: Quando ho cominciato a scrivere non ero capace di mettere insieme più di tre o quattro parole. Adesso penso di saper scrivere molto bene. Vado scoprendo che ogni volta che guardo qualcosa e penso che è stato un uomo a farla, mi rendo conto di poterla fare anch’io, forse meglio. Altro esempio: non sapevo nulla di cinema. Ma proprio nulla. Così decisi di procurarmi un mucchio di film, i più belli, e me li studiai da solo. É stata un’ottima idea. Adesso posso dire di avere una conoscenza approfondita dell’arte cinematografica. Sono diventato un ottimo attore e sarò un eccellente regista e produttore. É tutta questione di decidere che cosa si vuol fare.
PLAYBOY: Scusi, ma lei non dubita mai di se stesso? 
BOWIE: Adesso quasi mai. Due anni fa mi resi improvvisamente conto che non ero che un prodotto del mio personaggio. Così decisi di ristabilire la mia identità e pian piano mi sono spogliato delle sovrastrutture. Ogni settimana, seduto sul letto, sceglievo una delle cose che non mi piacevano o che non capivo. E nel corso della settimana facevo il possibile per liberarmene.
PLAYBOY: Qual è stato il primo bersaglio di quest’operazione?
BOWIE: La mia mancanza di humor, mi sembra. E poi l’arroganza: non capisco perché io mi debba sentire superiore a tutti. Su questo punto devo raggiungere una conclusione che non ho ancora raggiunto. Ma così sono costretto continuamente a scavare dentro di me ed è un’ottima terapia.
PLAYBOY: Ma il fatto di sezionarsi e squartarsi tutto il tempo alla fine non la rende un po’ schizofrenico? 
BOWIE: Se sono schizofrenico? Una parte di me probabilmente lo è, ma l’altra parte è solida come una roccia. In realtà non sono affatto schizofrenico. Penso però che le forme del mio pensiero siano molto frammentarie, mi pare ovvio. Spesso penso a cinque o sei cose contemporaneamente. E tutte si interrompono l’una con l’altra. Non va certo molto bene quando si è alla guida.
PLAYBOY: Non ha mai avuto problemi a decidere quale sia il suo vero io? 
BOWIE: Ho imparato a vivere con me stesso. Francamente non so dove sia il vero David Jones; è un po’ come il gioco delle bucce di pisello. Il problema è che ho così tante bucce che mi sono dimenticato come è fatto il pisello. In tal modo non lo riconoscerei neppure se lo trovassi. Il fatto che sono famoso mi aiuta a dimenticare il problema di trovare me stesso. Questa è la ragione principale per cui voglio assolutamente essere ammirato e per cui continuo a lottare e a sfruttare il mio cervello artisticamente. Voglio assolutamente lasciare una traccia, nel mio… campo s’intende. Io ce l’ho fatta solo fingendo. Posso considerarmi responsabile per la nuova scuola di impostori che è nata con me. Loro sanno chi sono, non è vero, Elton? Sto scherzando, anzi non scherzo. Vede cosa voglio dire: anche questa era un’affermazione “pretenziosa”: vera o falsa che sia, scommetto che la scriverà. Il fatto è che la gente si annoia se le si danno cose in cui predominino l’analisi intellettuale e il pensiero analitico. Ma se le sì dà qualcosa di pretenzioso, se ne starà lì attentissima. È la sola cosa che sia ancora in grado di scioccare, proprio allo stesso modo di Dylan quattordici anni fa, o del sesso, molti anni fa.
PLAYBOY: Lei sta forse dicendo che il sesso non sciocca più? 
BOWIE: Suvvia, dico, il sesso non è mai stato veramente scioccante, lo era solo la gente che lo praticava. Adesso nessuno ci fa più caso:, la gente non fa che chiavarsi in continuazione. La sola cosa in grado di scioccare al giorno d’oggi è l’estremo: bisogna proprio colpirli sulla testa perché reagiscano.
PLAYBOY: È questa la sua formula magica del successo? 
BOWIE: È sempre stata questa. Non è mai cambiata. Per esempio, quel che ho fatto col mio Ziggy Stardust è stato di impaccare un credibilissimo cantante di celluloide, molto meglio di quanto abbiano mai fatto gli altri, i Monkees per esempio. Voglio dire che il mio cantante di celluloide era molto meglio di quello di qualsiasi altro. Ed era quello di cui c’era bisogno in quel momento. E lo è ancora adesso. La maggior parte delle persone desidera che i suoi idoli e i suoi dei siano vuoti all’interno come giocattoli da poche lire. Perché mai lei pensa che gli adolescenti sono come sono? Vanno in giro come formiche, masticando gomma americana e seguendo una moda diversa ogni giorno: questo è il massimo della profondità cui vogliono arrivare. Quindi non c’è da stupirsi se Ziggy è stato un gran successo.
PLAYBOY: É questa la ragione per cui lei ha detto di essere diventato Ziggy a un certo momento? 
BOWIE: Senza neanche pensarci un minuto. All’inizio impersonavo quel personaggio soltanto sulla scena. Ma poi tutti cominciarono a trattarmi come se io fossi Ziggy, come se fossi “Il Massimo”, come se veramente fossi in grado di dominare intere masse. Davvero pauroso. Però mi sono risvegliato abbastanza presto.
PLAYBOY: Non ha mai paura di perdere i suoi fans, non pensa mai che loro si stufino di ascoltarla?
BOWIE: Ma loro devono capire che io non sono mai stato un musicista.
PLAYBOY: Ma che cosa è allora? 
BOWIE: La sfortuna è che ho sempre desiderato di essere un regista. Ma poi i due mass-media si sono intrecciati nel mio inconscio, di modo che facevo dei film in dischi. Questo fatto produce l’album di concetto, che alla fine diventa un po’ come un cavallo da tiro. Adesso so che quando faccio un album devo fare un album che mi piaccia musicalmente; altrimenti preferisco fare un film. Molti dei miei album di concetto come Aladdin Sane, Ziggy e Diamond Dogs sono riusciti solo al 50 per cento. Avrebbero dovuto essere anche visivi. In realtà penso che gli attori più dotati in circolazione siano proprio i cantanti di rock. E sarà proprio dal rock che verrà fuori una nuova era del cinema.
PLAYBOY: Ma lei ha detto che trovava il rock deprimente, sterile e perfino cattivo. 
BOWIE: Ma è deprimente, sterile e perfino cattivo, in ultima analisi. Tutto quel che contribuisce alla stasi è cattivo. Quando il rock ha in sé l’elemento familiare, non è più rock, è solo rumore bianco, canto funebre. Guardi per esempio la musica “disco”: non è che uno stupido ritmo senza fine. E’ davvero pericolosa. Così ho proseguito sulla mia strada. Ho messo in chiaro che io sono un uomo di spettacolo, David Bowie, e non soltanto l’ennesimo, noioso cantante di rock. Ho fatto un film con Nicolas Roeg, The man who fell to earth, e ne farò molti altri, non mi lascerò sfuggire nessuna occasione. Il momento che ci si sente al sicuro, si è morti. E’ finita. Ed essere al sicuro è l’ultima cosa che io voglio. Voglio andare a letto tutte le sere dicendo: “Se mai mi sveglio di nuovo, posso almeno dire di avere “vissuto” finché ero vivo”.
PLAYBOY: Torniamo alla musica “disco”. Lei dice che è un canto funebre, eppure il suo Fame è stato il disco più venduto dell’anno scorso e quest’anno Golden Years è in testa alle classifiche. Come lo spiega?
BOWIE: Adoro la musica “disco”. E’ il delizioso modo di evadere di un fuggitivo. Mi piace molto purché non la si senta alla radio giorno e notte, come in questi giorni. Fame era un bluff incredibile. Però ha funzionato, cosa davvero lusinghiera. Andrò avanti a fare di tutto fino a quando sbaglierò. E se riesco, me ne vado lo stesso. Sono stralunato all’idea che la gente balli coi miei dischi. Ma siamo onesti, bisogna riconoscere che i miei blues sono decisamente plastici. Anzi direi che Young Americans, l’album che contiene Fame, è il disco “soul” più plastico che ci sia sul mercato. Ma se lei mi avesse fatto sentire Young Americans cinque anni fa e mi avesse detto: “Questo album è di R e B”, avrei riso come un matto.
PLAYBOY: E se avessi detto: “Questo sarà il suo album fra cinque anni?”.
BOWIE: Avrei buttato fuori di casa lei e il disco.
PLAYBOY: Che cosa pensa della versione di Barbra Streisand della sua canzone Life on Mars? 
BOWIE: Terribile. Mi spiace, Barb, ma era davvero atroce.
PLAYBOY: Lei non è certo famoso per i suoi rapporti cordiali con i suoi colleghi. Eppure si è detto che lei è andato in Europa per passare un periodo con Bob Dylan. E’ vero?
BOWIE: Questa poi! Se sono anni che non mi muovo da questo maledetto paese! Ho visto Dylan a New York sette od otto mesi fa. Non abbiamo molto da dirci. Non siamo affatto buoni amici, anzi penso che lui mi odi.
PLAYBOY: Come vi sieti incontrati?
BOWIE: Eravamo andati a casa di qualcuno dopo una serata in un night. Eravamo andati tutti a trovare questa persona. Non mi ricordo chi fosse. E c’era anche Dylan. Ero in uno stato mentale un po’… verboso. E così andai avanti a parlargli per ore e ore. Non so se lo divertivo o lo spaventavo o gli facevo schifo. Non aspettavo mai risposte: andavo avanti a parlare di tutto e di tutti. Poi gli diedi la buona notte. Non l’ho più sentito da allora. 
PLAYBOY: Ma Dylan che impressione le ha fatto? 

BOWIE: Vorrei sapere che impressione ho fatto io a lui! Io ero convinto che quel che gli dicevo fosse molto importante, cosa che comunque penso sempre. E’ molto tempo, davvero, che nessuno mi colpisce veramente.
PLAYBOY: Vuol dire che c’è stato un altro musicista che l’ha colpito? 
BOWIE: Sì, Gil Evans e forse Ricky Ricardo. Mi piace molto conoscere altri artisti ma è difficile che mi colpiscano particolarmente. Mi colpiscono invece le persone normali, cioè le persone che non partecipano al gioco del potere. So benissimo che il gioco del potere scatta immediatamente, ma in questo campo so di essere meglio di tutti loro e quindi non mi interessano, insomma tra me e gli altri non c’è competizione.
PLAYBOY: Come le è venuto in mente di diventare un cantante rock?
BOWIE: Vuole la verità? Ero in bolletta sparata. Così entrai nel rock perché era un modo piacevole di fare soldi e di guadagnare tempo in attesa della mia prossima mossa. Prima ero un pittore, studiavo arte all’Istituto tecnico di Bromley. Ho provato anche a lavorare nella pubblicità, ma era “osceno”. Il punto più basso che abbia mai raggiunto. Me la cavavo molto bene col sassofono e così pensai: “Proviamo il rock”. Col rock ci si può divertire e in genere si guadagna abbastanza da vivere. Specialmente ora. Erano i giorni della “moda”: avere dei bei vestiti era molto importante.
PLAYBOY: Ma i bei vestiti costano cari. 
BOWIE: A quell’epoca non tanto. Abitavo vicino ai bidoni della spazzatura sul retro di Carnaby Street; Carnaby Street era molto di moda, prima che tutti la scoprissero. Ci stavano i sarti migliori di quel momento: erano tutti italiani, raffinatissimi, e se qualche camicia non aveva un bottone o aveva il minimo difetto, finiva nella pattumiera. Bastava andare in giro a tirare fuori la roba dai bidoni per farsi degli interi guardaroba gratis. C’era solo da attaccare un bottone o da rifare una cucitura. Mi ricordo di quando rubavo tutto perché volevo, a tutti i costi, essere vestito alla moda. A quell’epoca cercavamo tutti di diventare degli Elvis Presley e non si faceva che passare da una piccola banda all’altra. Sono passato da vari gruppi: uno si chiamava “David Jones and the Buzz”, un altro “David Jones and the Lower Third”, un altro ancora era di mimi e si chiamava “The Feathers”.
PLAYBOY: E’ vero che è stata sua moglie Angela a farle avere il suo primo contratto con una casa discografica? 
BOWIE: Andò così: ci conoscevamo perché uscivamo con lo stesso ragazzo. Una volta, un altro dei suoi ragazzi, un talent scout della Mercury Records, la accompagnò a uno spettacolo alla Roundhouse, dove per caso suonavo anch’io. A quest’individuo io non piacqui affatto, ma lei invece mi trovò bravissimo. In breve, lei minacciò di lasciarlo se lui non mi faceva un contratto. E lui me lo fece.
PLAYBOY: E come si risolse poi la situazione con il vostro comune ” boyfriend”? 
BOWIE: Angela ed io ci sposammo e continuammo a vederlo entrambi.
PLAYBOY: Perché l’ha sposata? 
BOWIE: perché mi ero reso conto che era una delle pochissime donne con cui potessi vivere per più di una settimana. E’ davvero piacevole tornare a casa da lei. Io sono un tipo molto esigente, non necessariamente dal punto di vista fisico, ma da quello mentale. Sono molto energetico, molto intenso in tutto quello che faccio. Nessuno ce la fa a vivere con me, dopo un po’ se ne vanno tutti.
PLAYBOY: Ma lei si era veramente innamorato di Angela?
BOWIE: Io non sono mai stato innamorato. Forse una sola volta ed è stata un’esperienza orribile. Era come essere malati; ero completamente prosciugato, Incancrenito, una cosa davvero odiosa. Mi sembra che l’amore sia solo negativo: si prova rabbia, gelosia, eccetera; insomma tutto, tranne che amore. É un po’ come il cristianesimo o qualsiasi altra religione da questo punto di vista.
PLAYBOY: In che cosa crede lei? 
BOWIE: Credo in me stesso, nella politica, nel sesso…
PLAYBOY: Visto che si mette al primo posto, si considera un pensatore originale?
BOWIE: No, nel modo più assoluto. Piuttosto sono un ladro di buon gusto. La sola arte che mi va di studiare è quella da cui posso portare via qualcosa. Ma penso che il mio plagio dia buoni frutti. Perchè un artista crea? Io la vedo così, se uno inventa qualcosa lo fa con la speranza che la gente usi la sua invenzione. E l’arte dovrebbe essere altrettanto pratica. L’arte può essre un riferimento politico, una forza sessuale, qualsiasi tipo di forza, ma si deve poterla usare. Che cosa diavolo vogliono gli artisti? Dei pezzi da museo? Per quanto mi riguarda, più vengo imitato, più mi sento lusingato. Ma certo sollevo molti scontenti, quando esprimo la mia ammirazione per altri artisti con frasi tipo: “si, lo userò” oppure: “Sì, l’ho preso da lui (o da lei)”. Mick Jagger, per esempio ha paura di entrare nella stessa stanza in cui ci sono io, se sta anche solo “pensando” una nuova idea. Sa benissimo che gliela porterei via subito.
PLAYBOY: A proposito è vero che Jagger una volta le disse che aveva in mente di affidare a Guy Pellaert la copertina dell’album dei Rolling Stones e che lei se lo accaparrò immediatamente per il suo Diamond Dogs, che uscì prima? 
BOWIE: Mick è stato davvero stupido. Non avrebbe mai dovuto mostrarmi qualcosa di nuovo. Ero andato a trovarlo e la sua casa era piena di quadri di questo tipo. Mi chiese: “Che cosa ne pensi? “. Gli risposi che mi sembravano incredibili. E telefonai immediatamente a Pellaert. Nel nostro mestiere non si può che essere bastardi.
PLAYBOY: Ci sono altri artisti che le piacerebbe prendere? 
BOWIE: Sì, volevo che Normann Rockwell mi facesse una copertina. E lo vorrei ancora. In origine, lo volevo per la copertina di Young Americans. Riuscii ad avere il suo numero di telefono e lo chiamai. Rispose la moglie e io dissi: “Salve, sono David Bowie eccetera”. Le chiesi se il marito poteva farmi una copertina. Lei, con voce tremula, da vecchia, fece: “Mi spiace, ma Normann ha bisogno di almeno sei mesi per i suoi ritratti”. Così dovetti rinunciarci.
PLAYBOY: Alcuni psichiatri definirebbero il suo comportamento “coercitivo”. Non la spaventa il fatto che nella sua famiglia ci sia un ramo di pazzia? 
BOWIE: In effetti mio fratello Terry è ricoverato in un manicomio. Vorrei poter pensare che la pazzia dipende dal fatto che la nostra famiglia è costituita da geni, ma temo che non sia vero. Alcuni di loro, anzi molti, sono dei nessuno. Però la pazzia mi piace. Per esempio è molto simpatico sfoderarla nei cocktails. Tutti provano una certa simpatia per una famiglia di matti, tutti dicono: “Oh sì, anche la mia, famiglia è pazza”. Ma la mia lo è veramente, non si può scherzare su questo punto. La maggioranza sono pazzi, o sono già in manicomio o ci stanno andando o ne sono appena usciti.
PLAYBOY: Ma loro che pensano di lei? 
BOWIE: Non lo so proprio. Non vedo nessuno di loro da anni. Mio padre è morto e credo che l’ultima volta che ho parlato con mia madre fosse due anni fa. Non li capisco, non sono più loro a dover capire me, ma viceversa.
PLAYBOY: Lei ha dichiarato più volte di credere nel fascismo. Eppure sostiene anche di voler diventare primo ministro d’Inghilterra: è forse un’altra sua manipolazione dei mass-media? 
BOWIE: Mio Dio, ma tutto è manipolazione dei mass-media. Certo vorrei fare della politica e un giorno la farò senz’altro. Mi piacerebbe moltissimo essere primo ministro. Ma è anche vero che credo fermamente nel fascismo. Il solo modo che abbiamo per vivificare questa specie di liberalismo ristagnante è di accelerare l’avvento di una tirannia di destra che sia totalmente dittatoriale. La gente diventa molto più efficente se sottoposta a un regime… E io non sopporto la gente che perde tempo. La televisione, credo che non ci sia bisogno di dirlo, è la cosa più fascista che ci sia. Anche i divi del rock sono fascisti. E Hitler è stato uno dei primi divi del rock.
PLAYBOY: In che modo? 
BOWIE: Ma ci pensi un attimo. Guardi i suoi film, il modo in cui si muoveva! Penso che fosse bravo quasi quanto Jagger. Era davvero sorprendente: non appena saliva sul palcoscenico, il pubblico impazziva. Buon Dio, non era un politico, era anche lui un artista dei mass-media. Usando insieme politica e teatro, ha creato un apparato in grado di dominare e controllare lo show per ben dodici anni. Non ce ne sarà un altro pari a lui: è riuscito a mettere in scena un intero paese. A me piacerebbe essere primo ministro, ma penso che prima dovrei cambiare il mio paese. Non voglio certo essere primo ministro del vecchio paese. Prima dovrei creare lo Stato in cui mi piaccia vivere. Sogno anche di potere comprare un giorno compagnie e stazioni televisive, di possederle e di controllarle.
PLAYBOY: In Rolling Stone lei dice che le piacerebbe usare la musica “per governare il mondo… in modo subliminale”. Ci dica qualcosa di più.
BOWIE: Penso che la pubblicità subliminale sia fantastica. Se non fosse stata proibita, sarebbe subito stata usata in politica. E io, in questo campo, sarei stato bravissimo. Immagini, per esempio, uno schermo vuoto che la gente possa fissare per un’ora e mezzo senza veder nulla: sono sicuro che alla fine uscirebbero con la convinzione di aver fatto un’esperienza incredibile. Naturalmente per Rolling Stone ho ricevuto una montagna di lettere di disapprovazione. Ma, ai suoi tempi, le ebbe anche Dalì, il quale era perfettamente conscio di quello che faceva con i suoi quadri. Si sarebbe forse dovuto costringerlo a dipingere dei vasi di fiori? Secondo me, quelli che vorrebbero che si dipingessero soltanto quadri comprensibili al proletariato sono completamente fuori strada. É come quando Hitler faceva togliere dai musei i quadri moderni. Non si deve aver paura dell’arte. Il rock’n’roll è soltanto rock’n’roll, ma la gente pensa che sia sacro. Certamente non si può negare che abbia un’influenza enorme sui ragazzini. Ma ormai i dischi sono una cosa del passato e chissà che cosa succederà in futuro.
PLAYBOY: Ci dica come vede il futuro della musica. 
BOWIE: Verrà certamente incontro alla sensibilità dei lavoratori. Quest’idea è veramente eccitante. Si tratterà di suono come struttura, piuttosto che di suono come musica. Il gruppo che preferisco è una banda tedesca che si chiama Kraftwerk e che suona una musica di rumori per “aumentare la produttività”.
PLAYBOY: Rinuncio a capire! Parliamo invece di film. Come mai ha deciso di fare ‘The Man Who Fell To Earth’?
BOWIE: Quando ho letto il copione, sono subito stato affascinato dal personaggio di Newton, che ha molto in comune con me. Aveva paura delle macchine, ma amava la velocità; fisicamente era emaciato, insomma c’erano molte caratteristiche comuni. Un solo problema: non mi piaceva il copione.
PLAYBOY: E allora? 
BOWIE: Nicolas Roeg, il regista, venne a casa mia qualche settimana dopo avermi mandato il copione. Arrivò puntuale e io non c’ero. Dopo otto ore circa, mi ricordai dell’appuntamento e così arrivai con nove ore di ritardo, sicuro che lui se ne fosse andato. Invece era seduto in cucina. Se n’era stato lì tutte quelle ore, senza muoversi mai dalla cucina. Io ero davvero imbarazzato e pensai che lo sarei stato per sempre. Lui mi chiese che cosa pensavo del copione e io risposi che lo trovavo un po’ sdolcinato. Lui ci rimase malissimo. Poi cominciò a parlare e fui subito convinto di trovarmi di fronte a un genio. Devo però confessare che ancora adesso non capisco tutte le sfumature che Roeg ha messo nel film il suo livello artistico è troppo superiore al mio.

 

 

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3 Comments

  1. Avatar
    eugenia

    Ero una ragazzina quando dalla radio dei miei genitori, una radio enorme, antica che troneggiava in cucina, ho ascoltato per la prima volta una musica e una voce che mi hanno perforato il cervello, lasciato senza fiato, con le lacrime agli occhi e una sensazione urgente di nascondere ai miei l’emozione che stavo provando: non sapevo chi fosse, ero senza cultura musicale, avevo quattordici anni e trovavo per la prima volta chi sapeva esprimere l’indicibile dei soprassalti emotivi del mio cuore di adolescente … io non capisco perché dell’aggettivo “decadente”, non capisco perché il linguaggio dell’arte debba essere piegato alla limitatezza del linguaggio della politica: l’universale è spesso racchiuso in una pagina della “Recherche” o in una canzone come Space Oddity.

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  2. Avatar
    Saverio Paletta

    Ripeto il commento già postato ma stranamente illeggibile (spero sia un caso): “Siamo nel 2016 e ancora trattate questi argomenti con i toni e modi dei più beceri anni ’70?”.
    Aggiungo: ha senso risvegliare zombi come Massarini e Bertoncelli?

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