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Giacosa, quella casa in riva al palco

Gustavo Giacosa torna al teatro dell’Archivolto di Genova con La Maison

da Genova, Claudio Marradi

Casa, dolce casa. Riparo e protezione, luogo del riposo e degli affetti. Nido d’amore per sposini novelli. Punto di vista privilegiato sul mondo e dove, dalle inside del mondo, sentirsi al sicuro. O forse no. Non sempre almeno.

Non nella casa di Gustavo Giacosa che, dopo “Ponts Suspendus” del 2014, è tornato al Teatro dell’Archivolto di Genova con “La Maison”, seconda creazione della Compagnia SIC.12 fondata in Francia nel 2012 e secondo capitolo di una trilogia sulla simbologia dello spazio. Attore, danzatore, regista e figura storica della compagnia di Pippo Delbono, Giacosa mette in scena con gli attori e danzatori Emanuela Bonora, Fausto Ferraiuolo, Gustavo Giacosa, Akira Inumaru, Sergio Longobardi, François Ridard e Francesca Zaccaria un ambiente domestico decisamente inquietante, disegnato in una trama testuale e coreografica che si sviluppa tra teatro e cinema, musica e danza. E’ il ritratto di un luogo assediato dal rumore di una tempesta di vento come nei film horror, minaccioso nei suoi elementi più consueti, abitato dai sussurri di vapore del ferro da stiro e da imboscate della lavatrice, pronta a inghiottire gli incauti nella sua centrifuga. Teatro di nevrosi che si consumano nel silenzio quotidiano, fino agli improvvisi scoppi di violenza nei “raptus inspiegabili” raccontati con dovizia di particolari e commentati da esperti psichiatri e criminologhi nei talk televisivi. E’ la casa dell’infanzia che si ricorda da bambini, sempre troppo grande e dalle stanze troppo buie, dove in seno a naturalissime famiglie si consumano a volte inconfessabili agguati di orchi troppo naturalmente familiari. Abitazione visitata a sorpresa – ancora – da ospiti bizzarri, come un improbabile critico d’arte televisivo che scambia per installazioni d’arte contemporanea pezzi della mobilia e che forse ha semplicemente sbagliato location del suo servizio. E perfino, nella cifra di una intimità definitivamente deragliata fino a spalancarsi agli spazi siderali, da un alieno dai modi affettati che sorseggia tazze di tè. Guscio fragile a inutile protezione – infine – di vite inesorabilmente assediate dall’ospite più inquietante: una morte che verrà a bussare prima o dopo, una ad una, a tutte le porte del condominio.

Il lavoro di Giacosa si inscrive così pienamente in una tradizione novecentesca della poetica di uno spaesamento radicale della soggettività. Un senso di progressivo slittamento inarrestabile di tutto ciò che era familiare e riconoscibile, che dalle avanguardie artistiche è sgocciolato via via nel senso comune e nell’immaginario mainstream di tanta narrativa e fiction. Ma che torna proprio in questi giorni ad affacciarsi dalla realtà, visitandoci proprio all’ora di cena nel chiuso delle nostre, di case, nelle realissime immagini dei telegiornali. E’ la figura di chi vive lo spaesamento estremo, quella del profugo, che dalla propria casa si deve separare perché semplicemente questa non esiste più: sbriciolata dalle bombe e dai tiri di granate, insidiata nell’intimità dal mirino dei cecchini, resa inabitabile dalla pulizia etnica. Ma che sempre porterà con se come nostalgia – letteralmente “dolore della lontananza” – e desiderio di ritorno. Storia di oggi come di ieri, storia di sempre, dai Balcani al Medio oriente, ogni volta che si vogliono riscrivere i confini di un mondo che si voleva aperto ai magnifici destini della globalizzazione dei mercati e che si sveglia ogni giorno più rattrappito all’interno di identità etniche e religiose. Troppo utili e feroci per essere autentiche.

 

 

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