Cine e città: guardare Roma da un cinema

Cine e città: guardare Roma da un cinema

Buio in sala,  un libro che parla della città dei cinema, da quelli d’essai a quelli occupati, sgomberati, trasformati in bingo o banche. Parla l’autore, Stefano Scanu

di Gaia Sapienza

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Roma, la città del cinema e dei cinema. Un universo di oltre cinquanta sale che ogni anno inaugurano o falliscono, proiettano anteprime, terze visioni, che vengono occupate, sgomberate, riconvertite in bingo, banche o complessi residenziali.

Nell’estate più calda degli ultimi dodici anni ma soprattutto nell’epoca del cosiddetto cinema espanso in cui i film vengono ormai consumati sul display di un telefonino come sullo schermo di un treno ad alta velocità, facendo tramontare per sempre il mito della sala buia e della condivisione, l’autore decide di esplorare la capitale per riscoprirli e mapparli raccontando le loro storie e quelle di chi ci lavora come in una piccola guida tutta romana.

Stefano Scanu nasce, vive, lavora come libraio e scrive a Roma. Nel 2014 ha pubblicato una raccolta di poesie intitolata Come un albero in un’ampolla per Giulio Perrone editore. Questo è il suo secondo libro.

Buio in sala. Come nasce il tuo interesse per questo tema?

Fin da bambino ho sempre avuto una predisposizione naturale a ricordare in quale sala avevo visto un determinato spettacolo, come se l’esperienza del film si fondesse con il luogo in cui mi trovavo e il contenitore in un certo senso alimentasse il contenuto. I cinema generano memoria, sono il tempio in cui una piccola comunità di spettatori condivide al buio e in silenzio, come in un rituale, la stessa storia. Ecco, a me interessa questo aspetto sociale e penso che i cinema siano il punto migliore da cui osservarlo.

Come hai selezionato i cinema di cui hai trattato nel libro?                                        

Ho scelto quelli che secondo me hanno una loro unicità che li rende esemplari. Osservati tutti insieme compongono un insolito ritratto della capitale. Entrare al Nuovo Olimpia, per esempio, è un po’ come espatriare; un cinema in cui da anni si proiettano solo film in lingua originale e in cui la grande comunità di stranieri romani si rifugia per ritrovare dei suoni famigliari. L’Ambasciatori invece è l’ultimo cinema a luci rosse di Roma, visitarlo è come fare un salto indietro agli anni ’70, quando l’idea di tabù sessuale era molto diversa da oggi. O ancora il cinema Caravaggio, praticamente ricavato dalla cripta della parrocchia di Santa Teresa del Bambin Gesù, dove durante il film si possono sentire le campane che richiamano i fedeli a messa.

Oltre a essere una guida la tua mappatura racconta una città in cui la vecchia sala cinematografica ha subìto dei grandi cambiamenti, eppure qualcosa resiste ancora…

Più che resistere direi che la vecchia sala si adatta ai tempi e si trasforma, il cinema non è più il luogo esclusivo in cui vedere un film; oggi possiamo farlo in un museo, sullo smartphone o su un treno ad alta velocità. In molti casi non siamo più noi ad andare verso il cinema ma viceversa. È per questo motivo che alcune delle sale che racconto nel libro rappresentano più delle idee che dei luoghi fisici; è  il caso del Kino, del Grandangolo o del cosiddetto Multisala Tor Pignattara che fa del quartiere una grande sala itinerante in cui “ogni muro è uno schermo e ogni stanza un cinema”.

Ci sono sale scomparse del tutto, riconvertite in bingo, vendute alle banche, altre che resistono: vedi l’Azzurro Scipioni, o il cinema dei Piccoli… Quale idea ti sei fatto sul perché alcune sale resistono altre no?

Credo che dipenda dalla loro identità, dal progetto che portano avanti in modo coerente andando a riempire degli spazi vuoti nell’offerta culturale della città. Il dei Piccoli oltre a essere il più piccolo cinema del mondo, è l’unico a Roma che offre una doppia programmazione in cui spettacoli per ragazzi e film di qualità convivono nello stesso microscopico spazio. L’Azzurro invece trasmette tutta la sicurezza e l’intimità di una casa in cui sei sempre sicuro di trovare il suo gestore, Silvano Agosti, e dei film classici che difficilmente potrai vedere sul grande schermo.

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Quali sono le storie dei cinema che ti hanno di più colpito e perché? Possiamo fare un ragionamento politico, oltre che culturale? 

La storia del Palma, un cinemino alle porte di Roma attraccato sul lago di Bracciano, sembra quella del Nuovo Cinema Paradiso: un’azienda di famiglia fondata negli anni ’40 da nonno Fabio che sistemando un grosso proiettore marca Balilla nella sua falegnameria, trasformò la bottega di famiglia in un cinematografo. Oggi sono arrivati alla terza generazione di gestori e il Palma continua a fare cinema e a galleggiare sul lago.  Oppure il Filmstudio di Trastevere, vero e proprio laboratorio cinematografico impegnato nella controcultura e in cui negli anni si sono formate intere generazioni di registi e autori. Fu in quel cinema che nel 1975 Nanni Moretti esordì proiettando Io sono un autarchico.

6. Il kino, questa sala che racconta un cinema dove si può guardare un film, mangiare e bere, ricorda i vecchi cinema. Riporta anche all’aggregazione, poi il dubbio è: sala o multi sala, le persone non vanno al cinema… Come risponderesti?

Il Kino è un luogo in cui l’esperienza del cinema non si esaurisce uscendo dalla sala ma continua al piano superiore, nelle discussioni che nascono tra i tavoli del suo bistrot. È come se tutte le suggestioni del film si dilatassero in questo continuo scambio tra vino, cibo e celluloide. Per quello che mi riguarda non si tratta di uno scontro tra multiplex e cineclub, hanno semplicemente due vocazioni diverse: il primo ha come scopo principale quello di proiettare i film che il mercato offre, il secondo invece è interessato a comunicare un’idea attraverso i film che proietta. Per ciò che riguarda la crisi delle sale direi che è vero quando dici che le persone non vanno più al cinema ma semplicemente perché è il cinema che va da loro.

A chi si rivolge il tuo libro?

Alle persone che vogliono vedere Roma da un’altra prospettiva, a quelle per cui Alcazar, Farnese, Tiziano, Delle Province non sono solo dei nomi ma anche delle storie, e soprattutto a chi quando parla di cinema pensa alla sala più che al film.

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