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Perché Orfeo alla fine si voltò a guardare Euridice?

Il più antico dei miti di amore e morte continua a interrogarci. Genova ospita Orfeo Rave, prodotto dal Teatro della Tosse per Genova Outsider Dancer, Festival internazionale di danza

da Genova, Claudio Marradi

orfeo rave 1

Un sudario quadrato di sottili teli di nylon, come una fragile navicella di luce persa in uno spazio immenso, buio e silenzioso come un universo senza stelle. E’ in questo spazio claustrofobico che si consuma la prima stazione – in realtà la sala d’attesa di un aeroporto – di Orfeo Rave, riscrittura del più antico mito di amore e morte per la regia di Michela Lucenti, che ne cura anche le coreografie e di Emanuele Conte, autore pure dei testi con Elisa D’Andrea per la nuova produzione del Teatro della Tosse e di Balletto Civile, rappresentato dal 7 all’11 maggio sull’incongrua scena del padiglione Blu della Fiera del Mare di Genova. Una scommessa scenografica audace per lo spettacolo in prima nazionale che ha inaugurato Genova Outsider Dancer, Festival internazionale di danza che fino al 24 luglio elegge il capoluogo ligure a città che danza.

Il tempo di una breve conversazione telefonica in cui al ritorno di lui i due amanti si danno un appuntamento che non potrà essere rispettato, perché il volo non arriverà mai a destinazione (guasto meccanico, incidente, atto di terrorismo, non lo sappiamo) e i veli di plastica che chiudevano la vista vengono squarciati per rivelare un nastro trasportatore su cui cominciano a scorrere i danzatori.  Uno come quelli che negli aeroporti agevolano il transito dei viaggiatori diretti all’imbarco. Per uno degli amanti, come sappiamo, si tratta di quello definitivo, verso l’ultimo Gate, dal quale non si fa ritorno. Tutto intorno uno spazio vuoto di 11 mila metri quadrati che verranno saturati dall’energia dei danzatori mentre si trascinano dietro il pubblico in lungo e in largo, da cima a fondo, come del resto nella migliore tradizione degli spettacoli itineranti della Tosse, anche al seguito di un suonatore di chitarra elettrica montato su un mezzo industriale. Nove i quadri di cui si compone lo spettacolo con gli attori Maurizio Camilli, Enrico Campanati, Pietro Fabbri, Susanna Gozzetti, Maurizio Lucenti, Demian Troiano e i danzatori Fabio Bergaglio, Ambra Chiarello, Giovanni Leonarduzzi, Alessandro Pallecchi, Emanuela Serra, Giulia Spattini, Natalia Vallebona, Jaskaran Anand, Alberto Galetti, Giuseppe Claudio Insalaco, Antonio Marino, Marianna Moccia e Arabella Scalisi.

Struggente il momento in cui Orfeo cerca l’amata tra i lettini di una camera mortuaria i cui ospiti, svegliati uno dopo l’altro dal sonno eterno recitano le loro ultime parole, frammenti di quel discorso spezzato – e ormai comprensibile solo a loro stessi – al quale sono stati strappati nel momento del decesso. Accenneranno, tutti insieme, una tenera danza di lettini d’obitorio mentre unica a rimanere silenziosa, nell’abbraccio di Orfeo, sarà proprio Euridice. Perché è di lui e di nessun altro – ora e sempre – la potenza di una Parola e di un Canto capaci di estorcere perfino ad Ade la promessa di ciò che non può essere negoziabile: il frattempo di una dilazione dalla morte, il fuori tempo massimo di una vita che ritorna dal buio al calore del desiderio. Parola che si fa corpo e carne in una capriola all’indietro per guadagnare ancora qualche passo, un salto “mortale” sul margine stretto e mobile di quel nastro trasportatore su cui, ormai lo abbiamo capito, tutti scorriamo insensibilmente verso il varco da dietro il quale non ci resterà che salutare con la manina chi è rimasto di là della porta a vetri dietro di noi. Perché anche questa traduzione postmoderna rimane fedele a un mito che dalla sua fondamentale ambiguità trae la sua stessa forza, mentre pone ancora una volta agli spettatori la stessa domanda: perché alla fine Orfeo si volta indietro a guardare Euridice, rompendo il patto con il dio degli Inferi e così condannandola?

Oltraggiate dal rifiuto di Orfeo, il cui dolore lo chiude all’orizzonte ciclico del rinnovarsi dell’eros, le Baccanti si abbandonano, infine,  a un rave su un palco inclinato in cui ne dilaniano il corpo al ritmo ipnotico di una musica techno che riempie tutto il vuoto del padiglione. Fuori il silenzio spettrale del quartiere fieristico sprofondato nella notte, accanto il Palazzetto dello Sport, una specie di surreale disco volante di cemento spiaggiato a due passi dal mare, ormai fatiscente come le astronavi cariche di profughi alieni del film cult District 9 di Neill Blomkamp. Ancora coincidenze simboliche, se è vero che la terra d’origine del mito di Orfeo è quell’isola di Lesbos che è diventata primo approdo europeo del popolo in fuga dalla guerra di Siria. Sembra una sequenza febbrile di parole solo apparentemente casuali, pronunciate come in trance, che l’Europa continua a balbettare senza essere capace di articolare in un discorso compiuto di pietas verso uomini e donne, anziani e bambini scaraventati dalla brutalità della Storia in prossimità della fine di quel nastro trasportatore che non si ferma mai.

Essere indifferenti al loro destino non ci salverà.

 

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