Fascisterie. Figli di una lupa minore

Fascisterie. Figli di una lupa minore

La foto shock di tredici bambini intenti a fare il saluto romano durante un campeggio del Veneto Fronte Skinheads in un paesino del trevigiano

da Treviso, Enrico Baldin

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Tredici bambini che fanno il saluto romano: questa la cartolina di chiusura di “Ritorno a Camelot”, manifestazione organizzata dal Veneto Fronte Skinheads tenutasi in un camping privato del piccolo comune di Revine Lago tra l’1 e il 4 settembre scorsi. A diffondere ieri la foto coi volti occultati dei minori di età presumibilmente compresa tra i sette ed i tredici anni il quotidiano locale “La Tribuna”.

Una immagine che spiega meglio di ogni altra come possano essere inculcati certi valori a chi dovrebbe crescere nell’innocenza e comunque con tutt’altri insegnamenti. Ma dall’altro lato una foto che apre uno squarcio sulla sonnolenza del dibattito nei media locali trevigiani, non nuovi a trattare l’argomento skinhead visto che la sede di Revine Lago era stata scelta anche in altre occasioni. Anche questa volta nei giorni e nelle settimane precedenti al raduno dei naziskin, lo striminzito dibattito nei media locali verteva essenzialmente sulla possibilità che vi fossero problemi di ordine pubblico o scontri tra opposte fazioni, e pertanto anche durante questa edizione di “Ritorno a Camelot” era schierato nelle strade di Revine un massiccio numero di forze dell’ordine. Pure stavolta, come negli anni precedenti, non vi è stato alcun problema di ordine pubblico; del resto le luci dei riflettori puntati e le forze dell’ordine schierate – oltre alla totale assenza di qual che sia provocazione – non davano adito in alcun modo ad alcun incidente.

Tutto filato come previsto dunque, con l’afflusso di centinaia di teste rasate da mezza Europa, coi soliti concerti degli ormai noti gruppi musicali di area, e coi dibattiti aventi come protagonisti personaggi a dir poco discutibili, dei quali scrisse negli scorsi giorni sul Manifesto l’esperto di movimenti neofascisti Saverio Ferrari. Così, tra croci celtiche e simboli runici, tra una conferenza storica condotta da ammiratori di Priebke e del regime nazista e un’altra con ospite un depistatore delle indagini sulla strage di piazza Fontana, tra fobie sul “fantomatico” gender e invasione di stranieri, l’evento si è svolto nell’intimità della ormai collaudata cornice lacustre di Revine Lago.

La popolazione di questo comune di poco più di 2000 abitanti parevano non avvertire alcun tipo di problema per la presenza di diverse centinaia di skinhead, anzi più di qualcuno si è gonfiato tasche e portafogli con gli introiti che hanno portato nelle birrerie, negli agriturismi e nei bed and breakfast. Anche stavolta quindi l’epilogo pareva scritto e come le altre volte, partigiani e organizzazioni di sinistra stavano per passare per gli intolleranti che vogliono negare la libertà di espressione altrui. Perché poco importa se esiste chi considera che le camere a gas servissero per “disinfettare”, poco importa se Hitler fosse stato “un grande statista”, poco importa se qualcuno senta il bisogno di “difendere la razza bianca”, poco importano quei collegamenti neppure troppo velati con quella destra eversiva che qualche decennio fa piazzava bombe o con i teppisti che menano le mani col favor delle tenebre; l’importante è che non lascino sporcizia e che non disturbino il vicinato. Anzi, cinque anni fa per farsi ben volere gli skinhead raccolsero pure alcune centinaia di euro che destinarono all’asilo parrocchiale e li consegnarono al parroco che imbarazzato decise di donarli ad alcune famiglie di immigrati in particolare difficoltà economica.

Stavolta però è arrivata quella foto a svegliare i trevigiani e i revinesi, un piccolo tarlo nelle loro coscienze: non è una festa come un’altra, non è solo questione di ordine pubblico, e peraltro non è solo questione di legalità (l’Anpi richiamandosi alla legge Mancino ha annunciato che si impegnerà in una azione legale contro i genitori dei minori). Quella foto in cui l’innocenza infantile viene brutalmente violentata da quel braccio teso, in uno stucchevole collegamento tra lo smemorato terzo millennio e quei regimi che insanguinarono l’Europa negli anni ’30 e ’40.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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