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Libro-rivista di racconti, inchieste, riflessioni

Il primo numero, ottimo anche come idea regalo, è già pronto e si intitola Cocktail partigiani. Parole in fondo al bicchiere, un volume di Gabriele Brundo, scrittore-barman genovese corredato da illustrazioni di una dozzina di disegnatori, da un ricettario di cocktail a base di Amaro Partigiano e da alcune riflessioni su produzione e consumo di alcol e letteratura.

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E se la mafia fossimo noi?

“La mafia siamo noi”, il libro di Sandro De Riccardis prova a smontare la retorica della Lombardia “calvinista” e la cortina di di coperture, depistaggi, omissioni e svarioni: chi cerca la mafia trova sempre la borghesia

di Federigo Borromeo

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Un giudiziarista, nel gergo dei mass media, è colui che si occupa di cronaca nera e di crimine nei quotidiani. Sandro De Riccardis fa questo mestiere in quel di Milano con puntate/escursioni anche in altre città. E’ un mestiere fatto anche di corridoi e di attese al tribunale ovvero in questura, sempre alla ricerca di fonti affidabili e informati, certe volte all’addiaccio nei luoghi squallidi dei delitti o di eventi criminali gravi. Dalla sua bisaccia di fatti e ricordi De Riccardis distilla quelli di mafia e crimine organizzato nel suo volume appena uscito “La mafia siamo noi” (add editore). L’inizio del libro è taglia-fiato perché smonta le retorica di molto associazionismo antimafia politically correct, che in taluni casi si rivela addirittura un grancassa delle mafie: viene descritto quanto avvenne a Milano recentemente col circolo Arci “Falcone-Borsellino”, che ospitava le cene della struttura portante della ndrangheta milanese. L’attività antimafia di impulso non giudiziario o inquirente è una cosa seria, ruvida, rischiosa, difficile: chi non ricorda Fava e la splendida figura di Peppino Impastato, lontani miglia dall’animabellismo imperante!

Anche il mito della Lombardia industriosa, quasi calvinista, sostanzialmente avversa al crimine organizzato viene spazzato via; scrive de Riccardis a proposito dell’omertà della Lombardia “dai tempi dei 154 arresti dell’indagine Infinito del 2010, oltre 500 affiliati alla ndrangheta sono finiti in carcere in Lombardia. prima e dopo lo storico blitz del 13 luglio 2010, mai un imprenditore si è presentato in procura o alle forze dell’ordine per denunciare una minaccia o un attentato”. Anzi troviamo un capitolo a tutto tondo “la Borghesia mafiosa” dove si parla del ruolo di complicità o di copertura di stuoli di ingegneri, geometri, medici, cancellieri, magistrati, imprenditori. Il ruolo della mafia del mattone, in romano si direbbe i palazzinari, parte dalla famigerata situazione di Foggia e zone limitrofe sotto i riflettori dagli anni 90 per estendersi come analisi al Nord Italia.

Anche per i luoghi del divertimento ormai in mano sovente alle mafie, discoteche, happy hour, ristoranti c’è un capitolo a tutto tondo, che evidenziano i veri aspetti peculiari: il riciclaggio e lo spaccio. Sempre a proposito del Nord De Riccardis parla dell’omicidio del giugno 1983 del Procuratore Bruno Caccia a Torino, attribuito in un primo momento e comodamente alle BR: fu un omicidio extra moenia della ndrangheta (su Caccia è uscito di recente un documentato libro di Paola Bellone , Tutti i nemici del procuratore, l’omicidio di Bruno Caccia), forse solo in questi mesi si potrà far luce fino in fondo su questo omicidio, non prescrittibile, sulle cui indagini ci sono state per decenni nebbie di coperture, depistaggi, omissioni e svarioni a bizzeffe.

Forse nel volume si sente l’assenza di una dettagliata descrizione del crocchio di interessi a Milano tra fascisti, ultrà e grande spaccio di eroina e cocaina; ma forse servirebbe lo spazio di un libro a parte.

De Riccardis passa infine al vaglio alcune iniziative vere di attività antimafia di talune associazioni e di gruppi cattolici di base territoriali. Attività senz’altri interessanti, ma che rivelano delle disarmanti evidenze. Per esempio c’è il caso dei ragazzi del Cortocircuito in Emilia che si mettono a cercare dati sui giornali, con le visure della Camera di commercio e quelle catastali e le certificazioni antimafia dapprima su una strana discoteca e arrivano alla Ndrangheta; sempre con lo stesso sistema controllano la situazione di alcuni appalti pubblici e trovano aziende affidatarie i cui dirigenti erano sotto inchiesta in altra Procure d’Italia. Ma il problema è proprio questo: non ci vuole molto a rinvenire le tracce delle mafie, per i casi più complessi occorre la Guardia di Finanza, lo SCO, le verifiche sui movimenti da capitali di parte di Bankitalia, le intercettazioni. Manca la volontà politica di fare male veramente alle mafie. Ma questo non è cosa di questo libro, questo è compito della scienza delle finanze e della politica, oggi avvitate su altro. Ricordo di aver posto qualche anno fa a un economista, oggi Ministro PD, ex PCI, del Governo Gentiloni: qual è il ruolo vero nel PIL italiano delle mafie e come si può intervenire? La risposta fu netta e  laconica “Il problema sostanzialmente non esiste”.

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