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Da Porta Lame a Cosa Nostra, passando per Nassiriya

Dall’Arma ai servizi e da lì a Cosa nostra. Per molti era l'”eroe di Nassiriya” altri ne ricordano la durezza in ordine pubblico a Bologna. S’è scoperto che era al servizio di un boss mafioso

di Claire Lacombe

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Ieri tra Gela e la Germania c’è stato un imponente blitz antimafia con decine di arresti per reati vari che vanno dal narcotraffico fino alle estorsioni nel settore agroalimentare che arrivavano a gestire una parte di rilievo delle attività dei mercati ortofrutticoli di Roma Guidonia e di Fondi, non tralasciando il mercato ittico siciliano.

L’indagine, iniziata tre anni fa, ha portato esattamente a 37 arresti tra la Sicilia, il Lazio, la Lombardia, il Piemonte, l’Emilia Romagna e la Germania. In manette anche quello che investigatori ed inquirenti ritengono l’attuale reggente del clan, Salvatore Rinzivillo. Uscito dal carcere di Sulmona dopo aver scontato una condanna per mafia, il presunto boss si era stabilito a Roma. Qui aveva intessuto una serie di relazioni e faceva gli interessi del clan, seguendo le direttive dei fratelli Antonio e Crocefisso, attualmente detenuti con regime di 41 bis. E nella rete di relazioni di Rinzivillo c’erano anche l’avvocato romano Giandomenico D’Ambra, trait d’union tra mafiosi e professionisti, definito dal gip «archetipo dell’esponente della area grigia», e due appartenenti ai carabinieri, Marco Lazzari e Cristiano Petrone, il primo all’epoca dei fatti contestati in servizio in una delle agenzie d’intelligence, il secondo al Ros. Secondo l’accusa i carabinieri  avrebbero fornito al boss informazioni relative alle vittime delle estorsioni e alle loro attività commerciali. Lazzari, inoltre, avrebbe anche gestito i contatti con gli altri affiliati del clan, tra cui un esponente in Germania. Stando alle accuse l’ex 007 avrebbe anche effettuato una serie di sopralluoghi al Cafè Veneto, in via Veneto a Roma, nell’ambito di un’estorsione al titolare Aldo Berti – che poi ha denunciato la vicenda – che ha portato l’imprenditore a versare al clan 180mila euro. Marco Lazzari, 47 anni, romano di nascita, in virtù delle sue “pubbliche funzioni e dei poteri di accertamento” risolveva i problemi “correlati agli affari illeciti” dei mafiosi.

Veniamo al dettaglio dei due carabinieri coinvolti. Cristiano Petrone era in servizio nel ROS e non è noto se apparteneva all’unità centrale a Roma o a una sezione periferica. Di certo la selezione per entrare al ROS è, o forse era, nota per essere piuttosto severa; qualcosa non deve avare funzionato in maniera grave. Inoltre, gli appartenenti al ROS sottostanno a periodici controlli riservati da parte di altri colleghi in incognito, vista la delicatezza delle indagini cui presiedono.

Ma la vicenda che appare più grave è quella di Marco Lazzari, maresciallo dei carabinieri. Il Lazzari era in organico all’AISI, cioè ai servizi segreti italiani. Le procedure di selezione per entrare e permanere nei servizi devono essere per definizione ancora più dure di quelle per il ROS. Chi ha sponsorizzato l’entrata nell’AISI del Lazzari, chi lo ha selezionato? Il personaggio non sembrava avere le caratteristiche dell’analista di intelligence, quanto piuttosto di un operativo. Ma il personaggio era esuberante per “stare” nei servizi segreti: di stazza fisica erculea, atleta sportivo di livello in arti marziali e atletica pesante assai noto, reduce dall’attentato di Nāṣiriya scampato alla morte per una inezia e “strafotografato”; inoltre quando, dopo l’Iraq, era stato di stanza a Bologna alla stazione di Porta Lame era molto conosciuto per i suoi metodi duri. Per un anno aveva fatto inoltre servizio spesso in piazza Verdi, epicentro della vita studentesca, dov’era famoso per i modi “bruschi” utilizzati contro capelloni, punk e giovani di sinistra.

Non è questione di mele marce, frase sloganistica che dice tutto e niente; questi fatti delineano due plausibili piste interpretative della presenza di appartenenti ai carabinieri di reparti speciali in pesanti vicende mafiose. La prima, già prima sbozzata, è quella dell’esistenza oggi di selezioni groviera e all’acqua di rose per entrare nel ROS e nei servizi, cosa che richiederebbe ora e subito una riconsiderazione degli appartenenti sulla base di crivelli fitti e significativi. La seconda, orrenda e insidiosa quante altre mai, sarebbe quella della ben accetta coabitazione anche oggi, negli apparati investigativi e di sicurezza della Repubblica, con nuclei di persone delle istituzioni conniventi o complici delle mafie in orditure raffinatissime: cose che abbiamo già visto in scena per esempio con Portella della Ginestra, l’omicidio di Peppino Impastato, l’omicidio di Falcone e di altri inquirenti in Sicilia, la Loggia Scontrino di Trapani.

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