Alloisio racconta Gaber (e poi lo canta)

Alloisio racconta Gaber (e poi lo canta)

Gian Piero Alloisio e Giorgio Gaber, un libro e uno spettacolo per il racconto “in soggettiva” di un apprendista artigiano che ha frequentato la bottega del Maestro

di Gian Piero Alloisio

Gian Piero Alloisio visto da Manuel Garibaldi
Gian Piero Alloisio visto da Manuel Garibaldi

Quando lo leggi ti sembra di sentirlo parlare, Alloisio. Alloisio chi? Il figlio e fratello d’arte, quello di Marylin, dei “fiascheggiatori” e della Fattoria degli animali. Ma ciascuno lo riassume con le lenti della propria biografia. L’amico di don Gallo, si potrebbe dire, il frontman di Guccini con la sua Assemblea musicale teatrale, il testimone di Genova venuto da Alessandria, il compagno di tournèe di Claudio Lolli. L’amico di Gaber, direbbe lui che su questo ha appena scritto un libro.  Il mio amico Giorgio Gaber. Tributo affettuoso ad un uomo non superficiale (UTET, pp.240,16,00 euro).

«Gaber era un uomo pericoloso – si legge – pericoloso perché infinitamente affascinante. Bello di una bellezza conquistata… le sue imperfezioni attiravano come una calamita: il naso pronunciato, la mano offesa, le spalle larghe ma la postura un po’ curva, alcune improvvise intonazioni nasali nella sua bella voce grave e anche quel suo perdersi nella passione delle argomentazioni, facendo gesti eccessivi, quel suo sguardo lontano, mentre fumava alla ricerca di una soluzione… Erano contagiose, quelle imperfezioni.»

«Dopo gli anni di Radio Alice ci furono i cosiddetti anni di piombo e io», ricorda Gian Piero Alloisio, «mentre Francesco De Gregori cantava che i suoi amici erano tutti in galera, per non finire tra gli amici di De Gregori, mi rifugiai in via Frescobaldi a Milano, a casa di Giorgio Gaber».

Quando arriva a Milano, Alloisio è un giovane autore promettente, può vantare collaborazioni con Guccini, album, concerti, e uno spettacolo teatrale. Sottobraccio tiene un nuovo testo: Ultimi viaggi di Gulliver. Gaber, che per tutti è già il Signor G., rimane colpito da quel ragazzo dal pensiero veloce, ne intravede il talento, definisce l’opera «una tesi di laurea in drammaturgia», un possibile esempio di teatro-canzone collettivo “in stile Gaber”.

Lo spettacolo debutta ad agosto del 1981 al Teatro Carcano di Porta Romana, a Milano, e nonostante le difficoltà che hanno scandito le prove, si rivela un successo. Sul tabellone, sotto il titolo, appaiono i nomi degli autori: oltre ad Alloisio e Gaber, che si occupa anche della regia, figurano Sandro Luporini e Francesco Guccini.

Inizia così una collaborazione che si svilupperà per oltre un decennio, in una Milano dal doppio volto: da un lato la “Milano da bere”; dall’altra il rifugio di un’intera generazione di intellettuali, cantanti, attori: Dario Fo e Franca Rame continuano a misurare il perbenismo degli italiani nelle loro commedie, Gabriele Salvatores comincia ad affermarsi come regista, sul palco del Derby Enzo Jannacci si alterna con una nuova classe di giovani comici capitanata da Diego Abatantuono.

Alloisio, protagonista e testimone di quella stagione unica, di ricordo in ricordo, si racconta e racconta Gaber in tour, al ristorante con gli amici, mentre scherza con Battiato o Calasso; alle prese con il testo di una canzone, o l’intonazione di un monologo; o mentre dirige, come regista, la moglie Ombretta. E di nuovo sul palco, stoico e beffardo.

Gian Piero Alloisio (Ovada 1956) è autore e interprete di teatro e canzoni, ha scritto per artisti come Francesco Guccini, Arturo Brachetti, Ombretta Colli, Gianni Morandi, Enzo Jannacci, Maurizio Maggiani, Paolo Graziosi e produzioni come il Teatro Carcano di Milano, la Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse e il Teatro Stabile di Genova. Da alcuni anni porta nei teatri lo spettacolo Il mio amico Giorgio Gaber. E oggi, 3 novembre, sarà a Ferrara, con Gianni Martini, nell’ambito della Rassegna Storica e Nuova Canzone d’Autore.

Grazie all’amicizia con Giampiero e Simonetta, Popoff regala a sua volta, un assaggio del libro. (checchino antonini)

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Il mio amico Giorgio Gaber. Tributo affettuoso ad un uomo non superficiale 

Non è da molto che il mio amico Giorgio Gaber lo chiamo «il mio amico Giorgio Gaber». Ho pensato fosse giusto fare così perché, a diversi anni dalla sua scomparsa, rileggendo articoli, interviste, libretti teatrali, mi sono reso conto che quando aveva occasione di parlare di me in pubblico, diceva «è il mio amico Gian Piero Alloisio».

Amico, dunque. Che cosa è un amico? Secondo me, è qualcuno a cui sentiamo di poter mostrare le nostre debolezze, la nostra inevitabile fragilità, perché sappiamo che non saremo giudicati. Ed è anche, naturalmente, qualcuno che c’è quando la vita smette di assecondarci.

Ho lavorato con Giorgio Gaber, come autore di teatro, canzoni e sceneggiature, fra il 1980 e il 1994. Anche se, in qualche occasione, lui ha detto o cantato piccole cose mie, essenzialmente il nostro lavoro è stato quello di scrivere per altri artisti. Questo fatto lo allontanava un po’ dal peso del suo mito e, complice forse la mia allora giovane età, facilitava la confidenza. Va detto che quando due autori scrivono insieme, non c’è nessun altro intorno. Così si crea, per forza di cose, una certa complicità, una certa convivenza e, oserei dire, una certa connivenza. Perché ci vuole pathos per scrivere insieme, ci vuole feeling, ci vuole shining, e anche un pochino di mobbing e di stalking.

L’ho conosciuto bene, e infatti mio figlio si chiama Giorgio. E quando Giorgino è nato, Giorgio e Ombretta c’erano. Ho conosciuto bene anche la sua famiglia, i suoi pochi ma fedelissimi amici, e ho avuto il privilegio di spiare da vicino il suo lavoro di scrittura con Sandro Luporini. Quando è iniziata la nostra collaborazione avevo ventiquattro anni e lavoravo con alcuni musicisti che poi sono diventati i suoi musicisti. Credo di aver registrato mentalmente tutto quello che potevo del Gaber compositore, paroliere, drammaturgo, regista, cantante, attore e produttore.

E ho fatto bene, perché se qualcuno ancora mi paga per fare il mio mestiere o, meglio, i miei mestieri d’arte varia, lo devo in larga parte a quel che imparai allora.

Qui però provo a raccontare non tanto il percorso artistico del teatro canzone (che è a disposizione di tutti e sulle cui motivazioni comunque già si è espresso esaustivamente Sandro Luporini) quanto piuttosto chi era, anche nel contesto di produzioni oggi meno note, il mio amico Giorgio Gaber, come persona. Si tratta del racconto, tutto “in soggettiva”, di un apprendista artigiano che ha frequentato la bottega del Maestro. (…)

Copertina Alloisio Il mio amico GG libro

Era una sera di primavera. Doveva esserlo per forza, perché ad Alessandria d’inverno si andava sotto zero e d’estate, nella casa vicino al fiume, c’erano le zanzare. Quindi doveva essere primavera e io, questo me lo ricordo bene, stavo sul terrazzino. Quello dietro, che dava sul cortile. A cosa pensavo? Non lo so, però so che ero felice. A nove anni ero sempre felice, anche se la gente credeva di no perché sembravo un orfano della guerra di Corea adottato da gente povera ma di buon cuore. Avevo gli occhi molto a mandorla, da bambino. A un certo punto mia mamma, Ivana piena di grazia, compare in controluce sulla portafinestra e mi dice: «Dai, entra a sentire! Alla radio c’è una canzone bellissima di un ragazzo milanese!». Allora naturalmente non potevo sapere che con quel ragazzo milanese che cantava La ballata del Cerutti ci avrei lavorato. Mia madre, da parte sua, non poteva sapere che, vent’anni dopo, una mattina se lo sarebbe ritrovato a casa, un’altra casa popolare, a guardare Genova vestita di sole dall’alto di un altro terrazzino.

In quella sera di primavera del 1965 tutto andava bene dalle nostre parti, eravamo addirittura capaci di ascoltare una canzone alla radio senza pensare ad altro. Adesso non ci riuscirei, quando ascolto una canzone la mia memoria in sovrappeso mi porta sempre indietro. Ricordare però serve, se non altro, ad accorgersi di come ogni avvenimento importante della nostra vita sia prefigurato, con molto anticipo, da fatti che diventano simboli. Questi simboli, per qualche misterioso potere, si trasformano poi in un linguaggio che lavora dentro di noi, silenzioso e coerente. A proposito di linguaggio: da bambino alcune parole le imparavo sbagliate. E anche in quella canzone alla radio, che raccontava di un tipo che si chiamava Gino e frequentava il bar del Giambellino, c’era una parola che ho imparato sbagliata. Sì perché, nella canzone, a un certo punto Gino ruba una Lambretta, viene arrestato, e il giudice gli fa un lungo «fervorino». Purtroppo io quella sera ho capito male e per anni ho cantato “perborino” che, ho controllato, è una parola che non esiste.

Ma che ne poteva sapere delle parole delle canzoni, nel 1965, un bambino piemontese di nove anni che in molti, fra i vicini, ritenevano essere coreano? (…)

Nel 1970, a Oregina, quartiere della banlieue genovese gravido di storia patria e musicale, ricomparve l’autore e interprete de La ballata del Cerutti. Ricomparve sotto forma di un lp acquistato da mio padre Sergio, Il signor G.

Mio padre Sergio, ex partigiano dell’ottava Divisione di Giustizia e Libertà con l’umile nome di battaglia di “Cencio”, svolgeva il ruolo di agitatore culturale del quartiere e, soprattutto, agitava me, la mia sorella più grande Maurizia, mia madre, e basta. Anche perché mia sorella Roberta era troppo piccola per essere agitata culturalmente.

Così, a quattordici anni, ogni pomeriggio dopo la scuola, ascoltavo Il signor G di Giorgio Gaber e la sua voce ricominciava a far parte della mia vita. E pure le parole delle canzoni, che la sua voce a volte cantava e, a volte, recitava. Passai alcuni mesi in adorazione. E finalmente una sera mio padre entrò in sala, perché io dormivo in sala, e mi disse: «Domani sera io e te andiamo giù in centro al Teatro amga a vedere Gaber!». Lo disse tutto d’un fiato, senza punteggiatura, come una sudata conquista. (…)

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