Infuria la rivoluzione. Sulla carta

Infuria la rivoluzione. Sulla carta

A poche ore dal convegno “Riscoprire la rivoluzione”, un editoriale di uno dei relatori su quello che si legge in giro a proposito della rivoluzione russa nell’imminenza del centenario

di Antonio Moscato

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Troppo presto mi ero rallegrato per alcuni segnali di ripensamento dopo tre o forse quattro decenni di denigrazioni quasi unanimi della Rivoluzione russa, e avevo scritto che siamo Meno soli nella difesa della rivoluzione . Oggi qualche brusca disillusione.

La prima è quella di trovare una pagina del “manifesto” riempita da un’incredibile apologia della rivoluzione fatta da un senatore del PD, Mario Tronti, mentre si stava accingendo a votare la legge elettorale e la fiducia al governo, assicurando i (poco) onorevoli colleghi che “non sarei nemmeno qui se non fossi partito da lì”. Aggiungendo che “qui” [cioè nell’aula del Senato] ci sta “a fare politica per gli stessi fini con altri mezzi”. Ma non si preoccupino gli onorevoli colleghi, lo fa “senza ripeterenulla di quel tempo lontano”. D’altra parte, assicura, è rimasto identico. Infatti è in nome della rivoluzione di ottobre che ha votato spese militari, jobs Act, buona scuola, ecc.

Io me lo ricordavo un po’ diverso, quando nel 1956 come segretario della sezione universitaria del PCI controfirmò la mia domanda di iscrizione al partito, che in quei tempi lontani doveva essere accompagnata da una presentazione di almeno un militante. Già dieci anni dopo avevo dissentito pubblicamente dal suo tanto esaltatoOperai e capitale e le nostre strade si erano divise. Per anni lo avevo perso di vista, e quando ci siamo rincontrati casualmente qualche anno fa ho scoperto con sorpresa che stava ancora tranquillamente nel PD, di cui parlava con qualche reticenza ma in cui non si sognava minimamente di fare la benché minima fronda.

Eppure “il manifesto” continuava e continua, per affetto o pigrizia intellettuale, a considerarlo un guru della sinistra. Senza accorgersi che in realtà è solo un maestro di una doppiezza peggiore di quella togliattiana: fa un bel discorso pieno di riconoscimenti a una rivoluzione lontana, e poi vota senza dire nemmeno una parola di dissociazione parziale da quel che vota, magari “per garantire la continuità delle riforme”, come ha fatto ad esempio Napolitano.

Non so se qualcuno al manifesto si difenderà dalle critiche dicendo che le cose dette da Tronti sono giuste e ben dette. È probabile, e vorrebbe dire che non si accorgono che proprio la contraddizione clamorosa tra le belle parole e i voti osceni è il più grave dei mali cronici che hanno portato la sinistra ai minimi storici.

Tuttavia in questo caso l’intenzione del manifesto non era di denigrare la rivoluzione, ammetto, ma l’effetto è comunque disorientante, e sta provocando un appassionato (e un po’ triste) dibattito su Facebook

Invece “la Stampa” ha aperto una “dieci giorni” dedicata alla rivoluzione, con un pezzo di Gianni Riotta che svolazza tra pseudoerudizione e veri e propri anacronismi, e introduce un’intervista di Francesca Paci al regista russo Andrei Konchalovskij (che sta girando in Toscana un film su Michelangelo). Porta anche lui, come il fratello Nikita Michalkov nell’intervista riportata nel volume Ottobre rosso del Corriere della sera, un discreto contributo alla confusione: dopo una serie di luoghi comuni sull’Ottobre 1917, fonte di molti guai (“apre un periodo molto crudele, ma quale non lo è stato nella storia russa?”) , Konchalovskij tira fuori una dichiarazione a sorpresa su Marx, “secondo solo a Cristo”, e la profezia che “l’Europa tornerà al comunismo, magari nella forma di una socialdemocrazia di sinistra”. Insomma, se nelle due pagine dedicate al 1917 non ci fosse una fotografia di “una delle stanze del Palazzo d’Inverno devastate dalla furia dei rivoluzionari bolscevichi” e qualche banalità di Riotta sull’utopia di Marx coniugata con “il fosco dispotismo slavo” la prima puntata dei “dieci giorni” di denigrazione della rivoluzione si direbbe un totale fallimento.

Più complesso il giudizio sulla terza sorpresa della giornata, il grosso fascicolo (132 pagine) della nuova serie di “Internazionale extra”, con copertina da anni Venti in rosso e nero con un proletario stilizzato che spezza le catene, e una discreta ma non eccezionale documentazione fotografica all’interno. Tuttavia i contenuti sono deludenti: una presentazione storica dal 1905 al 1922 è corretta ma quasi telegrafica, e quindi del tutto insufficiente a ricostruire ad esempio la rivoluzione del 1905 (a cui sono dedicate due colonnine, inframmezzate di piccole fotografie non particolarmente illuminanti). La ventina di articoli tratti da cronache di pubblicazioni del 1917 sono disposti in ordine cronologico, ma tratti da giornali di orientamento diverso, senza una spiegazione di commenti così divergenti tra loro. E lo stesso, in forma più urtante, si ha per la dozzina di articoli di autori diversissimi sul periodo successivo (1919-2017!), che vanno da quello del grande poeta russo Aleksandr Blok a uno dei meno significativi testi di Majakovskij (mentre ce ne sono molti altri che potevano essere preziosi per spiegare la comparsa di una “borghesia rossa”); dall’anarchico messicano Ricardo Flores Magón schierato con la rivoluzione al ferocemente antibolscevico Leonid Andreev, da Martov a Lunačarskij, da Dos Passos a Zweig, fino a due articoli del 2017 uno russo, l’altro statunitense, di scarso spessore. Unica eccezione in questa sezione complessivamente meno utile a far comprendere i gravi problemi su cui i comunisti si confrontarono e si divisero negli anni Venti è la testimonianza dello scrittore britannico Herbert G. Wells su una lunga conversazione con Lenin nel marzo 1921, veramente interessante perché descrive la progressiva distruzione dei pregiudizi nei suoi confronti del leader bolscevico con cui aveva affrontato l’incontro.

La intenzioni del fascicolo non sono malvage, ma l’utilità è scarsa, per la scelta dei testi fatta e per la scarsità del supporto redazionale per rendere comprensibili le ragioni di punti di vista così diversi anche agli studenti che in genere, in tutto il liceo e nel 90 % dei corsi delle facoltà umanistiche, sulla rivoluzione russa non ascoltano che poche banalità. Ma comunque, anche se un po’ affrettato, un fascicolo del genere è comunque un segno dei tempi.

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