mercoledì 23 maggio 2018

Sicilia, solo un piccione con la lista Fava

Sicilia, solo un piccione con la lista Fava

Sicilia, la lista Fava (da Mdp al Prc, passando per Si) non sorpassa il Pd. E ora che ne sarà del listone Grasso, programma vivente di Vendola?

di Giulio AF Buratti

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Sicilia, il sorpasso non c’è stato. La lista Fava prende un solo piccione, stando almeno agli exit poll che le assegnano una forbice 6-10%), e si ritaglia il superamento dello sbarramento ma non il sorpasso della lista Pd naufragata nell’alleanza con Alfano dopo la discutibile gestione Crocetta. Da Roma, a caldo, si guarda con «fiducia» alla feroce campagna elettorale che seguirà il voto siciliano. Una campagna dove, per ora, a tenere banco restano i rapporti con il Pd e le conseguenze, nettamente negative anche in Sicilia, della frattura dell’alleanza che, di fatto, si presentò 5 anni fa alle politiche. Ricordate, si chiamava Italia bene comune, leader Bersani, soci Pd e Sel che rientrò in parlamento grazie alla legge elettorale  incostituzionale dopata da soglia di sbarramento e premio di maggioranza.

Il risultato di Fava, dunque, risponde alle aspettative della Sinistra ma decreta la fine del sogno del sorpasso sul candidato Pd-Ap Fabrizio Micari che comunque incassa almeno il doppio dei voti in più (forbice 16-20%). Ed è proprio con i Dem che, nei minuti successivi alla chiusura delle urne, si consuma un feroce scontro che ha nel presidente del Senato Pietro Grasso – dato dai rumors parlamentari come in pole per la leadership di una lista unica della sinistra – il suo casus belli. «Micari ha avuto il coraggio che non ha avuto Grasso di fare il candidato del centrosinistra», attacca il renziano Davide Faraone che incalza: anche la «sinistra si è tirata fuori per fare danno a Renzi». Immediata la risposta degli ex Sel ed ex Pd. «Le parole di Faraone confermano l’arroganza dei renziani», osserva il senatore Mdp Miguel Gotor laddove Arturo Scotto incalza: «il Pd rifletta sul fatto che non compete neanche lontanamente con Grillo e Berlusconi». Al Comitato elettorale di Fava, a Palermo, è Erasmo Palazzotto a palesarsi al momento degli exit poll. «Il dato dell’astensione è drammatico, la politica deve trovare risposte ai cittadini nei confronti dei quali ha perso credibilità», commenta il deputato di SI mentre il suo collega Scotto guarda al voto già in prospettiva nazionale: «ci troviamo di fronte a un progetto solido in Sicilia e a livello nazionale». Del resto, nell’Isola negli ultimi giorni sono scesi tutti i big della Sinistra, da Pier Luigi Bersani a Nicola Fratoianni. E chissà che a portar voti a Fava non sia stata anche l’uscita di Grasso dal Pd. Proprio attorno al presidente del Senato, nelle prossime settimane, si giocherà la complicata partita della leadership di una forza che, dopo il voto in Sicilia, sembra ancor più lontana dal Pd.

Il risultato siciliano sarà il detonatore per l’allontanamento definitivo tra Pd e Mdp, oppure sarà il principio di un ravvicinamento? Per una coalizione contro le “destre”? In realtà Mdp è piuttosto cristallino a dire che lavora per un nuovo centrosinistra e il dilemma sembra riguardare solo i tempi dell’alleanza, prima o dopo le elezioni?

Il sorpasso non c’è stato e il risultato sembra più modesto di quanto dicevano i sondaggi subito dopo la discesa in campo di Fava favoleggiando uno sforamento del 20%. La campagna elettorale è stata giocata da ciascuna componente per conto proprio, l’astensione non smette di crescere. Quali saranno le lezioni del voto siciliano? Non si dovrà attendere molto per saperlo. L’irruzione sulla scena di Grasso, “programma vivente di Vendola”, è un’ipoteca pesante che rischia di marginalizzare ulteriormente il percorso del Brancaccio che, il 18 novembre, prevede un’assemblea nazionale «di restituzione del programma, con tavoli tematici in cui confluiranno le proposte arrivate dai territori e sulla piattaforma online. Lavoro, diseguaglianza, economia, Europa» così la spiega Anna Falcone, avvocata e capofila dell’«alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza», a sinistra chiamata sbrigativamente ’quelli del Brancaccio’, dal teatro romano dove si sono autoconvocati lo scorso 18 giugno. Il numero degli iscritti al movimento ancora non c’è, spiega, «abbiamo attivato le adesioni online, per pronunciarsi sulle nostre proposte bisognerà fare un’iscrizione certificata. Ma ancora non abbiamo tirato le somme». Dopo l’assemblea quest’area confluirà – se ce ne sono le condizioni – con altre forze della sinistra in un’altra assemblea, a dicembre, per il varo di una lista unitaria. «Abbiamo chiesto che sia un’assemblea democratica, non solo confronto fra gruppi dirigenti. Bisogna dimostrare che cambiamo metodo, non solo proposta politica. Non dobbiamo rischiare di essere un’accozzaglia di sigle. Il nostro obiettivo è portare al voto almeno il 50 per cento degli elettori di sinistra che non vota più».

I giochi, con buona pace di chi ci aveva sperato, dovrebbero dunque tenersi altrove. Per questo, Tomaso Montanari, l’altra gamba del Brancaccio, s’è un po’ incavolato: « Perché chi sa cosa pensa l’ottimo Pietro Grasso del reddito di dignità, o della riforma Fornero o della progressività fiscale? Non lo sappiamo perché il suo ruolo gli imponeva di non farcelo sapere: ed è giusto che sia così. Ma come facciamo, allora, a dichiararlo “programma politico vivente?». Non solo: «dopo aver perso sei mesi dietro all’indicazione della leadership di Pisapia vorrei evitare di perdere altri mesi sull’indicazione di un altro leader, Grasso o no. Non sarà un leader più o meno carismatico a riportare al voto i delusi. Non vogliamo un leader indicato dai media, anche loro come la politica hanno un problema serio di scollamento dalla vita reale. Chiediamo di procedere per priorità: scriviamo un programma insieme, diamo risposte convincenti, e solo alla fine sceglieremo le migliori candidature e la migliore leadership che incarni quel programma. Invertire le priorità è segno di debolezza. Ed è debolezza cercarsi ogni volta un soggetto terzo, buono per la sua credibilità personale, a prescidere dal programma. Vogliamo costruire un campo largo e non facciamo liste di proscrizione. Grasso è rassicurante perché ha servito lo stato. Ma gli italiani non ci chiedono di essere rassicurati, ci chiedono di essere coraggiosi.Non credo che ci voterebbero se dicessimo: abbiamo un programma radicale, innovativo e coraggioso, alla Corbyn, alla Sanders, ma un leader della stagione dei governi precedenti». La sua irritazione pare rivolta anche contro il Prc dove ci sono parecchi mal di pancia all’idea di formare una lista con D’Alema e Bersani (ma ci sono anche molti pronti a imbottirsi di medicinali pur di farla): «A Rifondazione ricordo anche di non iniziare dai veti che dividono. Abbiamo un obiettivo preciso: andare in parlamento per evitare che i suoi due terzi possano cambiare la Costituzione. Per questo dobbiamo far eleggere una seria rappresentanza di una nuova sinistra». Il refrain è lo stesso da secoli (politicamente parlando). Sarà interessante capire cosa farà, alla luce dei risultati siculi, quella parte di Mdp, parole di Montanari, «che continua a pensare in maniera ossessiva all’elettorato del Pd e fa passi comprensibili in quel mondo».

Così, mentre Sinistra Italiana punta decisamente alla «lista unica della sinistra di questo paese, della sinistra politica sociale», per dirla con Nicola Fratoianni, il segretario, incurante del fatto che, riprendendo Montanari, «in questa legislatura è successo di tutto: il Pd di Renzi ha fatto strame in ogni modo della Costituzione. E Grasso ha deciso di lasciare il Pd (e non lo scranno altissimo in cui il Pd l’ha collocato) quando ormai tutto è compiuto, fiducia sul Rosatellum compresa (una fiducia che poteva, e doveva, non essere concessa): un epilogo sul quale il moderatissimo Stefano Folli ha scritto cose difficilmente controvertibili».

Rifondazione, la sua maggioranza, riesce a dire da un lato che ormai è “chiusa la stagione del centro-sinistra: perché è giunto il tempo di rovesciare il tavolo delle diseguaglianze, non di venirci a patti”. Ma poi, in fondo a una lista di desideri tutti condivisibili, si fa bastare questa formula salvifica: «che non siano candidati coloro che negli anni e nei decenni scorsi hanno ricoperto responsabilità di governo nel vecchio centrosinistra». D’Alema e Bersani no ma il resto di Mdp sarebbe potabile?  «Penso che la riduzione del problema di incorporare dentro la sinistra “alternativa” una forza come Mdp, interna al Socialismo europeo e alla maggioranza di Gentiloni, riducendo il problema alla questione delle candidature sia profondamente sbagliata. Perché conta più la credibilità di un progetto politico e la coerenza con questo di una proposta elettorale che non la proscrizione su singoli nomi», commentava una settimana fa Eleonora Forenza, eurodeputata del Prc che, al Cpn, ha presentato un testo alternativo e due emendamenti per affermare l’incompatibilità «con quelle forze, come Mdp, strutturalmente interne al Partito socialista europeo».

«Auspichiamo che la prossima assemblea del Brancaccio – si legge nel testo della minoranza – sciolga positivamente questa contraddizione, acuita dalle costanti dichiarazioni di esponenti di Mdp su un nuovo centro sinistra: se nel corso della prossima assemblea del 18 novembre, la costruzione di una unica lista a sinistra del Pd, obiettivo del Brancaccio, dovesse essere in contraddizione con la nostra proposta politica – la costruzione di una alternativa politica e sociale a Pd e Pse. non potremo che trarne le conseguenze. Parimenti auspichiamo che Sinistra italiana, recentemente entrata come osservatore nel Partito della sinistra europea, sia coerente con questa scelta e abbandoni una interlocuzione privilegiata con forze del socialismo europeo in vista delle politiche. Non possiamo però aspettare all’infinito: è già tardi». Secondo la minoranza del Prc, «la costruzione di una proposta elettorale non può che partire, da subito e nei tempi utili che abbiamo di fronte, da una interlocuzione privilegiata con i soggetti politici e sociali – interni ed esterni al Brancaccio – che in questi anni hanno detto no alle politiche neoliberiste, razziste e sessiste che attraversano lo spazio europeo e italiano; con chi – in questi anni difficili in cui abbiamo pagato a prezzo altissimo scelte coerenti – ha resistito e camminato con noi per le strade del no sociale; con chi sta promuovendo la manifestazione dell’11 novembre contro il Governo e questa Ue; con gli spazi sociali, i movimenti, il sindacalismo conflittuale, le lotte che praticano autorappresentazione e autogoverno. L’obiettivo è di costruire una coerente e credibile proposta politica in grado di guardare oltre la scadenza elettorale per ricomporre un blocco sociale di alternativa».

Anche la Rete delle Città in Comune mette i risultati della carovana delle “piazze dell’alternativa” a disposizione del percorso del “Brancaccio”, per un programma d’alternativa per il paese, ossia 10 punti per un programma alternativo alle politiche neoliberiste imposte fino a poche settimane fa un partito che comprendeva l’attuale Mdp.

Intanto, domenica prossima, sarà la volta della rentrée di Giuliano Pisapia al Teatro Golden di via Taranto a Roma, per l’incontro nazionale di Campo Progressista: «Diversa. Una proposta per l’Italia» dopo le avances a Emma Bonino e ai radicali di Magi per una lista civica di appoggio a Renzi che riscuoterebbe l’adesione dei verdi di Bonelli e forse dei socialisti di Nencini.

Infine il dato dell’affluenza definitiva a Ostia per il voto al X Municipio di Roma: 36,15%, alla chiusura delle urne alle 23. Un crollo, circa 20 punti in meno, rispetto alla precedente tornata elettorale.

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