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Il primo numero, ottimo anche come idea regalo, è già pronto e si intitola Cocktail partigiani. Parole in fondo al bicchiere, un volume di Gabriele Brundo, scrittore-barman genovese corredato da illustrazioni di una dozzina di disegnatori, da un ricettario di cocktail a base di Amaro Partigiano e da alcune riflessioni su produzione e consumo di alcol e letteratura.

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Homecronache socialiAmazon non va chiuso, va collettivizzato

Amazon non va chiuso, va collettivizzato

Amazon, dove paghi pure se non ci compri e pure se non ci lavori

di Cristiano Armati

Amazon lo paghi anche se non ci compri e pure se non ci lavori. Perché?
Prendiamo per esempio Passo Corese, dove il colosso dell’e-commerce ha deciso di tirare su il più grande centro logistico dell’Europa meridionale, arrivando persino a guadagnarsi grandi attestati di benemerenza per le assunzioni (contratti interinali a tempo determinato: tre mesi) fatte in una zona in cui non è semplice trovare lavoro (se poi mi dite qual è quella in cui è semplice mi ci trasferisco…). Ebbene, quale fine stratega potrebbe mai pensare di costruire un qualunque tipo di polo logistico senza minimamente preoccuparsi di pensare al trasporto su ferro, cioè a un collegamento di tipo ferroviario per il trasferimento delle merci?
Semplice, soltanto uno stratega che se ne strabatte il cazzo se ora in tutta la Sabina le millenarie coltivazioni dell’olivo verranno sepolte dalle polveri sottili e se lo smog dei camion entrerà nei polmoni dei bambini e delle bambine, garantendogli un futuro di enfisemi e un’aspettativa di vita inferiore a quella dei loro genitori, che d’altra parte già si godono una qualità dell’esistenza inferiore a quella dei loro nonni, altrimenti non si metterebbero in fila per andare a lavorare da interinali; per un algoritmo che contempla tutto, tranne il fatto che capita pure che a un essere umano scappi da pisciare, e per un salario degno di tempi sospesi tra la prima rivoluzione industriale e la schiavitù nei campi di cotone.
Lo stratega che se ne strabatte il cazzo, nella fattispecie, è mr. Amazon, e dal suo punto di vista fa bene, tanto non sarà certo lui a pagare né per i danni che verranno arrecati alla pregiata produzione agricola sabina, né per gli ospedali a cui i bambini e le bambine dovranno accedere per curarsi i polmoni usando i soldi che non avranno mai, essendo che lo stesso mr. Amazon non pagherà abbastanza i loro genitori per farli lavorare nelle sue ferriere.
Certo, se Amazon si preoccupasse di costruire un polo logistico dotato di ferrovia sarebbe differente, se i salari erogati ai suoi lavoratori fossero più alti e le condizioni migliori sarebbe differente e anche se mio nonno avesse avuto tre palle a quest’ora sarebbe celebre in tutte le sale giochi del pianeta come stimatissimo flipper. Perché il punto non è rimpiangere i tempi in cui Amazon non c’era, ma quelli in cui Amazon non è ancora ciò che dovrebbe e deve essere nel nome della dignità umana, ovvero un servizio di razionalizzazione della distribuzione delle merci agito e gestito pubblicamente in un regime di democrazia consigliare, “socialismo” per gli amici.

Amazon non va chiuso, va collettivizzato. E nell’attesa che ciò accada gli scioperi del black friday nei suoi magazzini non sono altro che un’ottima notizia per chi – cioè tutti e tutte – Amazon continua a pagarlo pure se non ci compra e pure se non ci lavora.

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