Carlo Giuliani senza giustizia, senza nemmeno provarci

Carlo Giuliani senza giustizia, senza nemmeno provarci

Nessun responsabile anche in sede civile per la morte di Carlo Giuliani. Scrivono Haidi, Giuliano, Elena e il suo avvocato Gilberto Pagani

da GenovaHaidi Gaggio Giuliani

“Nessun responsabile anche in sede civile per la morte di Carlo Giuliani”.
Questo ci comunica il nostro avvocato. Nessun responsabile: non sarà mai possibile avere un pubblico dibattimento in un’aula di tribunale. Non potremo mai dimostrare le ragioni di Carlo, condannato a restare su quel pezzo di asfalto, colpevole di illegittima difesa.
Colpevole di avere sostenuto un diritto sancito dalla Costituzione. Colpevole di essersi protetto dai gas con un passamontagna. Colpevole di aver tentato di fermare una pistola con il primo oggetto che aveva visto rotolare in terra.
Il colpevole è lui. Chi avrebbe dovuto garantire i suoi diritti, e al contrario lo ha ucciso e oltraggiato, è stato assolto senza un processo.
Lo Stato italiano è stato condannato dall’Europa per la gestione dell’ordine pubblico nei giorni del G8 a Genova, per quanto è stato fatto alla scuola Diaz, nella caserma di Bolzaneto, in piazza Manin, in via Tolemaide… soltanto in piazza Alimonda non è da giudicare.
La Giustizia non vede responsabili e non vuole che si faccia piena luce in quell’angolo di città. Così ha perso un’altra occasione per fare giustizia. Un’altra, dopo tante, troppe occasioni perdute. Perché, questo è certo, Carlo Giuliani è in ottima compagnia.
Da quando ero una ragazza porto nel cuore Giovanni Ardizzone, Giannino Zibecchi, Franco Serantini, Francesco Lorusso, Fausto e Iaio, Giorgiana Masi, Luca Rossi, Giuseppe Pinelli…
Licia, la moglie di Pinelli, dice che giustizia è che tutti sappiano la verità. Sì, ma chi la racconta, la verità? La verità ha bisogno di gambe forti e indipendenti per camminare ma oggi se ne trovano poche. Che cosa conoscono di Carlo Giuliani e dei ragazzi come lui quelli che oggi hanno la loro età?
Sono moltissime le vittime di Stato senza responsabili, senza mandanti, senza giustizia. Non posso ricordarle qui tutte. E poi ci sono le vittime delle stragi, che corpi dello Stato hanno contribuito a confondere, nascondere, depistare: Milano, Brescia, Bologna, Firenze, Ustica… senza dimenticare Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Enzo Baldoni, Pasolini… neppure per un grande poeta la Giustizia ha fatto il suo dovere fino in fondo!
Sì, Carlo Giuliani è in ottima compagnia.
E poi ci sono le vittime di Stato arrivate dopo di lui: due o tre hanno ottenuto l’attenzione dei grandi media, la maggior parte è rimasta nel silenzio e nel buio di strade, questure e caserme dove hanno trovato la morte.
La Giustizia è umana, quindi non è infallibile, lo sappiamo. Può non riuscire a fare luce.
Dovrebbe almeno provarci.

In data 19/10/2017 è stata pubblicata la sentenza della Corte d’Appello di Genova, che ha confermato la sentenza del 15/1/2015 del Tribunale di Genova che respingeva le domande della famiglia Giuliani tendenti ad acclarare le responsabilità per l’uccisione di Carlo.
La causa avanti al Tribunale era stata promossa nei confronti di quattro soggetti: il Vice Questore Lauro per le sue responsabilità nell’aver ordinato l’azione del contingente di carabinieri contro i manifestanti fermi in via Caffa all’altezza di via Tolemaide e in seguito alla quale il Defender con Mario Placanica a bordo si era trovato bloccato; Mario Placanica per aver sparato il colpo di pistola che colpì Carlo; il Ministero dell’Interno e il Ministero della Difesa (da cui dipendono Polizia di Stato e Carabinieri) perchè Carlo morente era stato colpito da un sasso sulla fronte quando già era agonizzante; gli stessi Ministeri, quali “datori di lavoro” di Lauro e Placanica per le responsabilità nei fatti accaduti.
Nel processo di primo grado si è svolta una articolata istruttoria, con la visione del video che riepilogava in ordine cronologico gli avvenimenti e l’audizione di alcuni testimoni, tra cui gli alti ufficiali dei Carabinieri presenti in piazza Alimonda.
Con una decisione non contraria alla legge ma certamente contraria allo logica e al buon senso, la sentenza è stata redatta non dal giudice che aveva istruito la causa sin dall’inizio, ma da un altro giudice che lo ha sostituito all’ultima udienza.
La sentenza di primo grado è stata particolarmente approssimativa, in quanto si è basata essenzialmente sull’ordinanza del Giudice per l’Udienza Preliminare che nel 2003 aveva archiviato il procedimento nei confronti di Placanica con una ricostruzione largamente contraria a tutte le evidenze.
Per questo la famiglia Giuliani ha deciso di presentare appello.
La sentenza della Corte d’Appello ha almeno il pregio di aver ricostruito gli avvenimenti con maggiore ampiezza e di aver sfatato alcuni miti che aleggiavano intorno alla vicenda. La Corte ha dato risposte a molti interrogativi, che però non possono essere considerate soddisfacenti.
Sui tre elementi su cui si basava l’azione della famiglia Giuliani queste, in estrema sintesi, le risposte della Corte:
a) Responsabilità del Vice Questore Lauro:
la Corte, pur non negando (in relazione all’azione ordinata da Lauro contro i manifestanti fermi in via Tolemaide) che “l’azione sia stata effettivamente improvvida e imprudente” non vede tra tale azione e il colpo sparato da Placanica un nesso di causalità;
b) Responsabilità di Placanica: la Corte, pur avendo esaminato foto e filmati ed in presenza di una dichiarazione del medico legale che aveva definito il colpo di pistola “assolutamente” derivante da uno sparo diretto, ha ritenuto di dare maggior affidamento alla consulenza eseguita nel 2003 su incarico della Procura della Repubblica, secondo cui il colpo fu sparato dal basso verso l’alto ma venne deviato contro Carlo da un calcinaccio lanciato dai manifestanti;
c) La sassata sulla fronte di Carlo: secondo la Corte, pur essendo accertato che il colpo venne inferto dopo lo sparo, e che il passamontagna indossato da Carlo non presentasse alcun foro, non vi è prova certa su chi alzò il passamontagna, colpì Carlo alla fronte e poi riabbassò il passamontagna.
***
Questa sentenza, ovviamente, non ci soddisfa.
Dopo due gradi di giudizio l’ultima possibilità sarebbe il ricorso per Cassazione.
Ma, in presenza di una cosiddetta “doppia conforme”, cioè una sentenza di appello che conferma quella di primo grado, è possibile ricorrere in Cassazione solo per violazione di legge.
Non è possibile, cioè, sindacare la motivazione data dai giudici di appello e neppure lamentare l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio.
In queste condizioni il ricorso per Cassazione è improponibile; esso sarebbe un azzardo non solo per il prevedibile risultato finale, ma anche per i costi elevatissimi che comporta perdere una causa in Cassazione in termini di spese di soccombenza.
Dopo 16 anni si chiude così la vicenda giudiziaria, che non ha portato a Carlo nè verità nè giustizia.
Solo un processo penale, tenuto pubblicamente nel contraddittorio delle parti, avrebbe potuto portare alla luce le verità nascoste e le corresponsabilità nell’omicidio.

Giuliano Giuliani: «Mi mancano le parole. Non le immagini, i filmati e le testimonianze»

20 luglio 2001.
Alle ore 15 di venerdì 20 luglio, dopo le azioni indisturbate di piccoli gruppi di individui del tutto estranei alla manifestazione e dediti alla rottura di bancomat e vetrine, un reparto di carabinieri attacca in via Tolemaide il corteo autorizzato delle “tute bianche”. Nel processo contro 25 manifestanti la Cassazione giudica l’azione come un “attacco violento e ingiustificato”, che infatti ha costretto i manifestanti ad azioni di difesa che si protrarranno per oltre tre ore.
Intorno alle ore 16 un altro reparto di carabinieri, al comando del tenente colonnello Giovanni Truglio, del capitano Claudio Cappello e del tenente Nicola Mirante, percorre corso Torino e procede ad alcune cariche contro gruppi di manifestanti. In una di queste un carabiniere, a un metro di distanza dal tenente colonnello Truglio, si esercita nel lancio di una bottiglia, comportamento che non appare confacente con operazioni di ordine pubblico. Poco dopo il reparto svolta in via Tommaso Invrea e procede lentamente lungo la via, con continuo e nutrito lancio di lacrimogeni, praticamente fino all’esaurimento delle scorte, come segnalerà il capitano Cappello. Il reparto arriva in piazza Alimonda verso le 16 e 45 e procede a una azione che il capitano Cappello considera “la messa in sicurezza del reparto”: si tratta di una scarica di manganellate operate da una decina di carabinieri su un manifestante, già a terra alle spalle della chiesa perché picchiato da un paio di poliziotti. Trascinato per i piedi fino alla piazza, il manifestante verrà poi ricoverato su un’ambulanza chiamata per la bisogna. La “messa in sicurezza” richiede un lungo periodo di sosta e di riposo, durante il quale il reparto si rifocilla.
Alle ore 17.22 il reparto è in tenuta antisommossa all’angolo della piazza con via Illice, mentre all’incrocio di via Caffa con via Tolemaide, quindi a oltre centoventi metri, vi è un gruppetto di manifestanti, non più di quindici, che non compie nessuna azione verso i carabinieri (il capitano Cappello dichiarerà infatti che per l’eventuale lancio di un sasso “ci sarebbe voluto il campione mondiale del lancio del peso”). Il reparto si mette in marcia verso via Invrea, poi aggira l’aiola centrale della piazza e, sorprendendo i manifestanti, si infila in via Caffa. Non vi è nessuna carica, nessun contatto con i manifestanti, che cercano riparo dietro una campana per il vetro e un paio di cassonetti: vi è solo il reciproco lancio di qualche sasso, al quale partecipa più volte il vice questore Adriano Lauro, come ha dovuto riconoscere in tribunale. Del tutto infondate e fuori luogo le dichiarazioni in tribunale del tenente colonnello Truglio, che ha parlato di scontri durissimi e del “clangore” che si levava dall’urto dei cassonetti contro gli scudi dei carabinieri. No, nessuna tromba presente, il rumore maggiore è quello delle pale dell’elicottero che sovrasta la penosa scena.
Di certo c’è, invece, che il reparto resta lì poco più di un minuto, denotando la stranezza dell’operazione. Dopo di che inizia una fuga precipitosa verso la piazza, superando le due camionette che avevano accompagnato il reparto nell’aggiramento dell’aiola e che ora procedono in retromarcia. La fuga, quanto meno ingloriosa dato il rapporto di forze comprovato (“imboscata” la definì la sera stessa don Andrea Gallo), illude i manifestanti che si lanciano all’inseguimento verso una impossibile vittoria, seguiti da altri che provengono dalla vicina traversa. Il reparto in fuga supera le jeep e va a dimorare nel tratto di via Caffa tra piazza Alimonda e piazza Tommaseo. Gli autisti delle jeep riescono a complicare la manovra. Quella guidata da tale Cavataio riesce ad accostarsi a un cassonetto dell’immondizia rovesciato (e lì da oltre un’ora). Si accosta con delicatezza, non va a sbattere, come dimostra la totale assenza di ammaccature nella parte anteriore, e come invece sostengono per aumentare la drammaticità del momento.
Alcuni manifestanti arrivano nei pressi della jeep, tre o quattro sul lato sinistro, tre sul retro e tre (tra i quali il cosiddetto “uomo della trave” che in realtà è un’asse) sul lato destro; altri più indietro, oltre i cinque sei metri.. Uno dei manifestanti sul lato sinistro, con casco giallo e k-way blu (quindi del tutto individuabile), raccoglie da terra un estintore (a portarlo in piazza è un carabiniere) e lo lancia verso il lunotto posteriore della jeep, da una distanza valutabile in almeno un paio di metri. E’ sufficiente una pedata del robusto scarpone di un occupante per far ricadere l’estintore sulla gomma di scorta e farlo poi rotolare a terra, a una distanza di più di quattro metri dalla jeep.
Sul lato destro della jeep è giunto in quel momento Carlo, a mani nude, in tempo per vedere che sulla jeep un carabiniere ha nella mano destra una pistola mentre la mano sinistra mette il colpo in canna. Carlo vede rotolare l’estintore per terra e lo raccoglie con l’intenzione di disarmare chi minaccia di sparare per uccidere. Riesce soltanto, a quattro metri dalla jeep, a sollevare l’estintore poco sopra la testa quando il proiettile, sparato ad altezza d’uomo e parallelamente al suolo, lo raggiunge sopra lo zigomo sinistro. Sono le 17.25 e pochi secondi. Subito Cavataio fa retromarcia e, passando due volte su Carlo steso per terra, se ne va.
Il reparto di polizia di stanza in piazza Tommaseo, quindi a una ottantina di metri, e i carabinieri prima scappati entrano in piazza e dopo aver sparato un po’ di lacrimogeni per allontanare qualche ragazzo che cerca di portare soccorso a Carlo dispongono un robusto cordone. C’è il tempo per un gesto infame: una pietra, a circa un metro e mezzo da Carlo, si ritrova accanto alla sua testa mentre un carabiniere è accucciato vicino e il capitano Cappello è in piedi a un metro. Sulla fronte di Carlo, quando gli toglieranno il passamontagna, che non porta segni di lacerazione, c’è una ferita lacero contusa, effetto della sassata. Sta arrivando una troupe televisiva che riprende la scena. Un fotografo che sicuramente ha scattato quella azione infame viene picchiato duramente, schiacciato sul corpo di Carlo (quasi a dirgli “se parli fai la fine di quello lì”). Poi, forse dopo che lo hanno riconosciuto, il fotografo (Eligio Paoni) viene ricoverato su un’ambulanza. La telecamera, ben piazzata, riprende pezzi della macchina fotografica di Paoni distrutta dalle botte e in sequenza Adriano Lauro che insegue l’unico manifestante rimasto in piazza gridando “bastardo, pezzo di m…, tu l’hai ucciso, col tuo sasso!”
Il gesto infame della sassata sulla fronte di Carlo è stato un tentativo di depistaggio, perché avere ucciso un manifestante è comunque un fatto grave. Lo conferma mezz’ora dopo il generale Angelo Desideri, che al telefono con Truglio chiede spiegazioni e usa una colorita espressione: “… spiegami bene, perché qui c’è tutta una sovrapposizione di notizie, di informazioni, che potrebbero lasciar prevedere un giro di banane in culo che metà basta”:
Anche l’analisi della tempistica di ciò che accade realmente offre ulteriori riflessioni sulla costruzione del falso, alla quale partecipano periti, consulenti, ufficiali dei carabinieri, magistrati. Un filmato della polizia dimostra che il tempo trascorso tra il momento in cui le ultime file del reparto abbandonano via Caffa ed entrano in piazza e il momento dello sparo è di 35 (trentacinque!) secondi. Si tenga presente che, non essendoci nel reparto alcun campione mondiale dei 100 metri, per percorrere il tratto della piazza fino al nuovo incrocio con via Caffa occorrono almeno 20 secondi. Il tempo del terrificante assalto alla jeep, per altro mai circondata come sostengono invece per accrescere il terrore, si riduce quindi a una quindicina di secondi. Ancora più allarmante il tempo che intercorre tra il lancio dell’estintore da parte del manifestante col caschetto giallo e lo sparo: otto secondi! In quegli otto secondi Carlo si porta sul retro della jeep, si china per terra, raccoglie l’estintore e si alza sollevandolo sopra la testa!
Il potere parla subito di legittima difesa. La sera stessa lo fa in tv Gianfranco Fini, allora vicepresidente del consiglio, che per aggravare la posizione di Carlo arriva a dire che poteva trattarsi non di un estintore ma di una bombola di gas! Per avvalorare la tesi della legittima difesa servono periti dotati di inventiva. Ed ecco Carlo Torre e un cosiddetto esperto di immagini, che inventano lo sparo per aria, il calcinaccio colpito mentre vola verso la jeep e la deviazione del proiettile verso il basso. Puro imbroglio cialtronesco. Ma il pm Silvio Franz accoglie con giubilo l’imbroglio: lo sparo per aria avvalora la legittima difesa (non voleva uccidere, al più spaventare), quindi procedimento da archiviare. La gip Elena Daloiso non si limita ad accogliere la richiesta del pm: aggiunge una vergogna e scrive che l’estintore Carlo può averlo tirato anche la prima volta!
Basta, mi mancano le parole. Non le immagini, i filmati e le testimonianze che dimostrano quale è la verità che hanno voluto cancellare, senza permettere neppure un processo.

Sua sorella Elena: «Nessuno in questi 16 anni ha voluto sapere»

Il 20 luglio 2001 Carlo viene ucciso con un colpo di arma da fuoco alla testa.
Il procedimento penale è stato archiviato. La nostra richiesta di procedimento civile è stata definitivamente respinta, condannandoci a pagare la metà delle spese processuali ai Ministeri della Difesa e dell’Interno e ad Adriano Lauro.
Nessuno in questi 16 anni ha voluto sapere il contesto, nessuno ha voluto analizzare foto e filmati dalle diverse angolazioni.
Non importa se un regolare corteo autorizzato fu attaccato dai Carabinieri e poi anche dalla PS. Non importa se furono usate armi da fuoco, manganelli tonfa, gas CS. O meglio, questo è stato rilevante in altri processi, quelli condotti a carico dei manifestanti. Carlo era lì a manifestare ma nel suo caso quei fatti non sono stati considerati.
Di Carlo si vede il passamontagna. Non importa se non era suo, non importa se se lo era messo pochi minuti prima per difendersi dai gas.
Di Carlo si vede che ha lanciato una pietra. Non importa se il vice questore Adriano Lauro ha ammesso di aver lanciato anche lui pietre contro i manifestanti proprio nella stessa circostanza.
Di Carlo si vede che ha raccolto un estintore. Non importa se l’estintore non era suo. Non importa se Carlo si è chinato a raccoglierlo quando la pistola era già puntata e caricata contro i manifestanti, e da dentro la camionetta qualcuno gridava “Vi ammazzo tutti”.
A Carlo sparano in faccia, poco sotto lo zigomo sinistro, mentre è a quattro metri dal defender con un estintore sollevato sopra la testa. Questo è stato definito legittima difesa.
Di Carlo schiacciano il corpo investendolo con il defender due volte mentre era ancora vivo. Ma questo nessuno ha voluto vederlo.
Di Carlo spaccano la fronte con una pietra. Anche questo nessuno ha voluto vederlo.
Di Carlo hanno insultato e inventato la vita. Ma questo è audience.
Nel 2002 in seguito agli esiti delle perizie richieste dal PM Franz (in base alle quali pochi mesi dopo lo stesso PM chiederà l’archiviazione del procedimento), Lello Voce scrisse su L’Unità: “Alla fine vedrete che verrà fuori che Carlo Giuliani si è suicidato”.
Ci sono andati molto vicino.
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