mercoledì 23 maggio 2018

Io, la precarietà, la violenza di genere, le piramidi e gli aerei del Duce

Io, la precarietà, la violenza di genere, le piramidi e gli aerei del Duce

Cronache vere di precarietà che smentiscono le favole sulla ripresa economica

di Maria, o Giuseppe. Uno dei tanti

«Sei ore al giorno per sei giorni alla settimana, tutti di notte. Ma siccome siamo sotto le feste e il carico di lavoro aumenta, almeno per le prime due settimane di dicembre i giorni sono sette su sette e le ore non sono mai meno di sette e mezza. Ovviamente a tempo determinato, per tre mesi, poi “forse” un rinnovo, o due, ma senza prospettive di tempo indeterminato. Eppure lavoro ce n’è» . A parlare è Bruno (il nome ovviamente è di fantasia), da pochi giorni assunto presso una grande holding di logistica e servizi, che da tempo utilizza i contratti a termine e i lavoratori interinali per mantenere alti gli utili evitando il carico di costi relativi al personale fisso. «Praticamente ogni notte siamo “cortesemente obbligati” a fare straordinario, la cui necessità o meno ci viene comunicata giorno per giorno, così come eventuali riposi compensativi, quando ce ne sono – continua Bruno, non nascondendo una certa stanchezza: ha mal di schiena, gli fanno male le mani, dorme male, quando ci riesce – Il lavoro è piuttosto duro, pura movimentazione di carichi, sempre in piedi e i ritmi sono serrati, perché a una certa ora il “prodotto” deve essere pronto. Ma per carità, va anche bene, il lavoro duro non mi spaventa; certo che così senza nessuna prospettiva, senza certezza sul futuro, con un’organizzazione del lavoro che naviga a vista, tutto è molto più difficile».

Bruno ha cinquantadue anni e una laurea. Aveva un lavoro “di concetto” in un’altra azienda, ma siccome generava solo utili indiretti un bel giorno è stato deciso che il suo stipendio costava troppo. Cancellato. La scelta di aprire una partita Iva per tirare avanti è stata quasi obbligata, inframezzando l’attività con qualche altro contratto capestro a tempo ultradeterminato. Ma le spese hanno superato i ricavi per troppo tempo, e adesso i risparmi sono quasi finiti. Bruno è preoccupato. «Si, in reparto c’è almeno un’altra dozzina di persone nelle stesse condizioni -mi spiega- ma la loro età media è 25 anni, hanno forze, necessità e aspettative diverse dalle mie. Molti sono studenti, lavorare per pagarsi gli studi è solo un passaggio, in vista di possibilità che sperano diverse».

Lascio l’amico alla sua stanchezza e alle sue preoccupazioni. Rimuginando sul quanto mi ha raccontato vado a fare la spesa in un centro commerciale, dove la GDO (Grande Distribuzione Organizzata) la fa da padrona. Alla cassa trovo una donna sotto i trent’anni: efficiente, professionale, attenta al cliente, cordiale. Indossa una spilla che dice: La nostra organizzazione dice no alla violenza sulle donne. Decido di far chiacchiera e le chiedo se il suo contratto é a tempo determinato o indeterminato. Come temevo mi risponde che le scade a fine mese.
«Possibilità di rinnovo?», le chiedo. «No. Ho già fatto sei mesi e i rinnovi non sono previsti. Prenderanno qualcun altro». Sorride, comunque, perché io sono Il Cliente, e lei è molto professionale.
Le dico: «Ma lei indossa la spilla antiviolenza, lo sa che le stanno facendo violenza? violenza esistenziale?».
La sua risposta è semplice e crudele: «Si, ma che devo fare?».

Mentre mi dirigo all’uscita noto che anche lì sono comparse, ormai da tempo, le famigerate casse automatiche, quelle in cui il cliente svolge da sé le funzioni di addetto alla cassa, senza ricevere in cambio alcun beneficio se non l’illusione di aver risparmiato qualche minuto di tempo. Ce ne sono diverse guaste; faccio mente locale e mi rendo conto che le avevo viste guaste anche l’ultima volta che ero stato lì. Mi viene il sospetto che si sia creato un paradosso folle: con l’automazione le Direzioni sono riuscite a scaricare un po’ i costi del personale (caricandoli di fatto sul cliente, che deve fare da sé) ma quando l’automazione si guasta è meglio lasciarla come è (la manutenzione costa). Là fuori è stata creata una massa di lavoratori precari disposti a tutto pur di una paga, quale che sia. Meglio assumere un interinale o un contratto a tempo determinato da usare al posto della macchina guasta. In buona sostanza costa meno sfruttare una persona che stipulare un contratto di manutenzione. E’ solo un sospetto, non so se sia davvero così, e a pensar male si fa peccato. Ma qualche volta ci si azzecca.

Torno a casa in preda a visioni infernali di masse di diseredati che costruiscono le piramidi (che senza di loro, ricordiamocelo, non esisterebbero) e a sera lancio qualche considerazione sui social. Le reazioni non tardano ad arrivare. Un altro amico racconta delle sue due figlie. «Anche loro sono a tempo determinato -dice- non avranno un futuro migliore, non hanno possibilità di lavoro fisso. A cosa serve la laurea? Le grandi aziende assumono solo a tempo determinato, quando assumono. Le piccole e medie imprese non assumono, soprattutto le donne. Hanno paura che poi si mettano in maternità». Gli fa da controcanto Anna (altro nome di fantasia), impiegata di un call center recentemente fatto a spezzatino e esternalizzato. «Da noi siamo al punto che tu ti presenti al lavoro e sul momento ti viene comunicato se quel giorno lavorerai o se devi tornartene a casa, in ferie forzate. Fino al giorno dopo. Non ti obbligano, per carità, ma fanno ricorso a sottigliezze persuasive che secondo me valgono tanto quanto l’obbligo».

Sempre sui social mi giunge anche una voce fuori dal coro, che dice che «bisogna imparare a convivere con le nuove realtà lavorative, anziché cercare di restaurare il passato», ma viene ignorata quasi da tutti i partecipanti a questo che ormai è diventato un gruppo di autocoscienza. Qualcuno però fa notare, con abile quanto condivisibile esercizio di logica inversa, che «lo sfruttamento non è affatto “una nuova realtà lavorativa” ma è proprio qualcosa che si pensava appartenesse al passato ed invece è stato restaurato». Con buona pace di restaurazione e restauratori da tastiera.

Altri, più attenti anche alle cronache politiche, fanno notare come si stiano sbandierando dati sulla ripresa dell’occupazione (comunque sempre in decimi di punto percentuale) ma che viene il sospetto che questi numeri siano il frutto di manovre societarie, fusioni, acquisizioni, spezzettamenti, esternalizzazioni. Lavoratori col “posto fisso” messi fuori e poi reinseriti con un altro contratto (in genere peggiore) fanno numero, è vero, ma non sono mica nuovi posti di lavoro! Sono sempre gli stessi che girano! Allo stesso modo i contratti a tempo determinato. Se in un anno lavori tre mesi per Uno e tre mesi per l’Altro si contano due contratti. Ma tu sei sempre lo stesso lavoratore e due mezzi posti di lavoro non fanno un posto di lavoro intero (in barba a ogni logica matematica). Mi viene in mente la storiella degli “aerei di Mussolini” al quale, visitando i campi di aviazione, venivano mostrate sempre le stesse macchine volanti, trasferite di volta in volta nel campo che avrebbe ricevuto la visita del duce (minuscolo), generando così l’illusione di una forza aerea considerevole. Come sia finita la seconda guerra mondiale, e con essa il fascismo, è storia nota.

Sorrido, ma ci sarebbe da piangere, e trovo subito un’altra suggestione, portata da Roberto (di nuovo un nome di fantasia) un amico anche lui impiegato in un call center: «I profitti aumentano perché viene tagliato il costo del lavoro. Esperienza e capacità non interessano e formare nuova gente non costa nulla. Le grosse società prendono sovvenzioni europee sulla formazione e i dipendenti nel periodo di formazione lavorano gratis perché mica sono produttivi… ancora grazie che non devono pagare loro per farsi formare! (E ti assicuro che questa cosa l’hanno detta ad una mia amica che chiedeva info sul periodo di formazione non retribuito!)».

Già, la formazione, il rapporto fra scuola, università e mondo del lavoro. Lascio i social, e torno alla cronaca. Pare che nel bolognese, in una sorta di disneyland del cibo, si stia facendo un ricorso selvaggio alle “alternanze scuola lavoro”, che da momento formativo si sono trasformate nell’ennesima forma di sfruttamento “smart” di forza lavoro gratuita, e di contratti a termine con condizioni pessime. E meno male che ancora non si sta ricorrendo (almeno mi pare) al volontariato, come invece si fece all’Expo di Milano e si fa abitualmente in occasione di grandi eventi fieristici e, ahimé, culturali. Alimentando la convinzione che “la cultura non rende”.

Ormai si è fatto tardi, e anche questa giornata è finita. Leggo ancora qualche post, ma il tono è sempre lo stesso. Uno in particolare mi colpisce, è di nuovo Roberto: «Tanto i veri problemi del paese sono la mancata qualificazione della nazionale di calcio, è finito il grande fratello, che figata le scarpette rosse, aho!, a me mi attizzano pure! – è ironico, quasi sarcastico.
E poi che cavolo in linea di principio si può non essere d’accordo col messaggio sulle spillette?
Poi magari mentre il Sacro Cliente sta con la testa infilata nel carrello e chiede un altro sacchetto, la cassiera, con contratto interinale di quattro ore al giorno ma che grazie alla flessibilità ne lavora spezzate otto o nove ed è fuori casa dall’alba non lo sente, non gli passa il sacchetto… e una bella botta da zoccola non gliela leva nessuno…».

Aggiornamento. Prima di dar forma definitiva a queste righe ho incontrato di nuovo Bruno. Non ce l’ha fatta, ha lasciato il lavoro notturno sette giorni su sette. Gli dico che la sua è stata una scelta difficile e dura, ma che forse se facessimo tutti così e la smettessimo di accettare solo condizioni di lavoro preindustriali prima o poi il sistema, inceppandosi, si bloccherebbe, e si potrebbe cambiarlo. Mi guarda e mi ringrazia, massaggiandosi la schiena ancora dolorante. Ha altro per la testa, e si sente sconfitto.

Io dedico questa storia, anzi, questa rappresentazione fedele della realtà di questo Belpaese, a lui e a tutti gli sconfitti che stanno facendo i salti mortali per tirare avanti, senza sapere in che direzione, per quanto tempo e con quale prospettiva di arrivare da qualche parte. Ho cinquant’anni, e sono disoccupato. Come mi chiamo non ve lo dico, perché parlare di queste cose, oggi, è sconveniente, e preferisco non rischiare. Chiamatemi Maria, o Giuseppe. Uno dei tanti.

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