G8 2001, lo Stato paga il conto ai reduci della guerra ai movimenti

G8 2001, lo Stato paga il conto ai reduci della guerra ai movimenti

G8 2001: produssero prove false, lanciarono sassi ai manifestanti, dissero bugie, furono condannati. Ma tornano in ruoli chiave della polizia

di Checchino Antonini

Quella che per centinaia di migliaia di persone (nonché per Amnesty International) è la più grave sospensione dei diritti umani in Occidente dalla fine della II guerra mondiale, per gli apparati politico-militari è probabilmente un patto da rispettare. Solo così si spiegano gli avanzamenti o i posizionamenti di reduci di quelle imprese (condannati in tre gradi di giudizio) in ruoli chiave della polizia di stato. E’ una questione politica non amministrativa come prova a impostarla il Viminale. E riguarda la relazione tra polizia e democrazia non le routine sull’avvicendamento dei funzionari.

Dopo le polemiche per la nomina, da parte del ministro Minniti, a numero due della Direzione investigativa antimafia di Gilberto Caldarozzi, condannato a tre anni e otto mesi in via definitiva per falso per i fatti del G8, scoppia un altro scandalo, questa volta su Pietro Troiani. Troiani, condannato anche lui per falso perché portò le false molotov alla scuola Diaz, andrà a dirigere il centro operativo autostradale di Roma. Nel corso delle indagini sui fatti del G8 del 2001 di Genova, i magistrati scoprirono che Troiani aveva dato, tramite il suo autista, due molotov da consegnare agli uomini che stavano effettuando le perquisizioni alla scuola Diaz, dove decine di manifestanti vennero picchiati brutalmente nel corso di un blitz mentre dormivano. Troiani era stato sospeso, era stato affidato ai servizi sociali e espiata la pena era rientrato in polizia.

«A nessuno» dei funzionari e dei poliziotti coinvolti nelle vicende del G8 di Genova «è stato affidato un incarico che rappresenta alcun tipo di promozione», aveva fatto sapere il Dipartimento della Pubblica Sicurezza replicando alle notizie relative all’incarico ricoperto alla Dia da Gilberto Caldarozzi, uno dei condannati per la scuola Diaz e sottolineando che funzionari e poliziotti, «dopo aver scontato interamente le pene inflitte, anche nella forma accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici, nonché i provvedimenti disciplinari irrogati, sono stati riammessi in servizio, come previsto dalla legge». Nei loro confronti, dunque, «non è possibile allo stato attuale procedere ad alcuna forma di destituzione». Per quanto riguarda Caldarozzi, che è stato capo del Servizio centrale operativo e che tra due anni «cesserà dal servizio per raggiunti limiti di età – dice ancora il Dipartimento – per le specifiche esperienze maturate nella lotta alla criminalità organizzata, con particolare riferimento a quella di stampo mafioso, in data 11 settembre ha assunto l’incarico che è perfettamente corrispondente alla qualifica già ricoperta». E pertanto, conclude la nota, «anche in questo caso non è stata conferita alcuna promozione».

Caldarozzi era stato condannato in via definitiva a tre anni e otto mesi per falso per i fatti del G8 del 2001 a Genova. Per vittime, legali e magistrati che hanno combattuto per la verità sui pestaggi, le violenze e torture praticate a fine luglio di 17 anni fa, il nuovo incarico è «qualcosa di grottesco». Per la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo Caldarozzi è stato uno dei responsabili di quanto successo a Genova da parte delle forze di polizia, mentre la Cassazione aveva sancito che quei fatti avevano gettato «discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero». Il primo a sollevare il dibattito era stato il sostituto procuratore generale Enrico Zucca che aveva citato la notizia anticipata da Il Sole 24 ore. «L’ultimo dei rientri che si fa fatica a conciliare con quanto espresso nei confronti del condannato in sede di giudizio di Cassazione, è quello che riguarda l’attuale vicecapo della Dia che vanta così nel suo curriculum il ‘trascurabilè episodio della scuola Diaz». «Lo dovrebbero rimuovere – ha detto Laura Tartarini, avvocato genovese che ha seguito tanti ragazzi arrestati ingiustamente nel 2001 – è bizzarro che il ministro lo ritenga all’altezza di un ruolo così importante, visto che è stato condannato in via definitiva per avere partecipato alla realizzazione di false prove. Ma del resto tutti i condannati per quelle vicende si sono sempre comportati come se avessero fatto il loro dovere, come se fossero loro le ingiuste vittime. Ma la cosa che fa ancora più specie è che nessuno dei politici pronto a battersi per la legalità abbia detto nulla su questa nomina».

Anche Adriano Lauro è stato nominato il 6 dicembre scorso questore di Pesaro. Lauro è il poliziotto che a Piazza Alimonda venne immortalato dalle telecamere mentre urlava a un manifestante, riferendosi a Carlo Giuliani a terra, “lo hai ammazzato tu, sei stato tu con le pietre, pezzo di m….”. Naturalmente non era vero. Durante il processo ai black block nel 2005, dove Lauro andò a testimoniare, l’ avvocato Emanuele Tambuscio gli chiese: «Nella fase di fronteggiamento in via lei ha visto qualcuno dei suoi uomini lanciare sassi contro i manifestanti?». «No – è la risposta del funzionario di polizia – perlomeno io non ne ho visti» . A quel punto l’avvocato Tambuscio ha chiesto la visione di un filmato, girato nella zona di via Caffa, dove un reparto di agenti controllava a distanza dei manifestanti. Ad un certo punto si vede chiaramente un uomo in divisa con il casco blu lanciare una pietra. «Vede l’ agente?», chiede Tambuscio. Lauro risponde positivamente. Subito dopo l’ avvocato chiede se lo conosce. E Lauro è costretto a rispondere di nuovo affermativamente: «Sì sono io» . Per Tambuscio bastava e nell’aula scese un lungo silenzio imbarazzato.

Un pubblico processo per l’omicidio di Carlo Giuliani avrebbe chiarito meglio anche il ruolo di Lauro. Ma quel processo è stato negato con pervicacia dalla medesima cultura politica e giuridica che avrebbe respinto ogni tentativo di far luce sulle giornate del luglio con un’autentica commissione di inchiesta parlamentare. E che ora paga il conto a quei pochi che sono rimasti impigliati nelle magli di pochi magistrati ostinati.

 

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