Processo Cucchi, si comincia finalmente a capire cosa accadde

Processo Cucchi, si comincia finalmente a capire cosa accadde

Processo Cucchi, prima udienza. Parla il vicequestore: i carabinieri erano preoccupati «in modo ossessivo» per il mancato fotosegnalamento

di Ercole Olmi

La fiaccolata dell’8 novembre 2014 per reclamare un processo vero per l’omicidio di Stefano Cucchi

«Oggi è iniziato il processo, quello vero – dice Ilaria Cucchi – ho ascoltato per ore il Pubblico Ministero dott. Giovanni Musarò ed il vice Questore Stefano Signoretti ricostruire l’origine dell’indagine per la morte di mio fratello. Sono stati riferiti gli errori commessi da Stefano e ci è stata resa giustizia del comportamento onesto e puro tenuto dalla mia famiglia quando indicò alla Procura il luogo dove mio padre trovò la droga di mio fratello un mese dopo la sua morte. Ho percepito rispetto per noi ma soprattutto rispetto per la loro funzione ed amore di verità. Siamo in un’altra dimensione. A differenza di tutti gli altri processi come quelli Aldrovandi, Magherini e Budroni, per fare qualche esempio, i coraggiosi imputati non si sono visti. Nessuno di loro. Mandolini compreso. Andrà come andrà ma questo ha tutta l’aria di un processo dove lo Stato c’è, e nel giusto modo.

È entrato nel vivo da subito, oggi, il processo scaturito dall’inchiesta bis sulla morte di Stefano Cucchi, il geometra romano che nell’ottobre 2009 fu arrestato per droga e poi morì in ospedale una settimana dopo quelle manette in un calvario tra caserme dell’Arma, camere di sicurezza della Città giudiziaria, Regina Coeli e il repartino penitenziario del Pertini dove giunse dopo una notte al Fatebenefratelli. Il primo atto dibattimentale – al momento ancora parziale, visto che occorreranno ancora altre udienze – ha visto l’audizione del vicequestore Stefano Signoretti, oggi a capo della Squadra mobile di Venezia ma all’epoca dirigente della prima sezione della Squadra mobile di Roma e firmatario della maxi-informativa sulla vicenda. In Corte d’assise ci sono imputati cinque carabinieri. Si tratta di Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, tutti accusati di omicidio preterintenzionale (si tratta dei militari che la procura indica come coloro che arrestarono Cucchi); in più c’è il maresciallo Roberto Mandolini, che risponde dei reati di calunnia e falso, mentre lo stesso Tedesco, insieme con Vincenzo Nicolardi, di calunnia nei confronti di tre agenti della penitenziaria che furono processati per questa vicenda e poi assolti in maniera definitiva. Signoretti oggi ha solo iniziato la sua illustrazione dell’informativa nella quale è compendiata tutta l’attività investigativa. L’iniziale ricostruzione di tutte le fasi della vicenda (dalla fase dell’arresto di Cucchi al peregrinare nelle strutture ospedaliere, e fino al decesso nella struttura protetta dell’Ospedale Pertini) ha portato poi ai primi due ‘punti focalì: il mancato fotosegnalamento di Cucchi nel momento successivo all’arresto, e molte delle frasi intercettate tra gli odierni imputati e loro colleghi prima e dopo la loro audizione come persone informate dei fatti. «Tutti avevano preoccupazione di quanto era avvenuto al momento del mancato fotosegnalamento in modo ossessivo», ha detto Signoretti, e alcuni degli imputati volevano «concordare una versione dei fatti univoca da fornire all’Autorità giudiziaria». E poi: le dichiarazioni di due detenuti (dissero che «Cucchi sarebbe stato picchiato da due carabinieri in borghese alla presenza di un carabiniere in divisa») e quelle di due carabinieri – raccolte dal legale di parte civile – circa la responsabilità di alcuni rappresentanti dell’Arma. Il prossimo 8 febbraio la prosecuzione dell’esame. «Oggi si comincia a capire perfettamente tutto quello che è successo e la dimensione effettiva di quello che è accaduto realmente – ha commentato l’avvocato Fabio Anselmo, legale storico della famiglia Cucchi – Possiamo dire che questa seconda inchiesta è su un piano completamente diverso e il pm Giovanni Musarò sta dimostrando tutta la sua bravura e quella precisione che avevamo già percepito nella fase delle indagini. Onore al merito anche al vicequestore Signoretti; vorremmo che tutti i poliziotti fossero come lui».

Poche ore prima dell’udienza, Ilaria Cucchi, via fb, ricordava come «Mentre i periti Arbarello e Cattaneo si affannavano a dire che Stefano era caduto e che aveva lesioni lievi tanto che non era nemmeno necessario il ricovero in ospedale, leggete cosa dicono gli odierni imputati e i loro colleghi che hanno avuto il coraggio di testimoniare contro di loro.

“Stefano Cucchi stava malissimo era molto sofferente”

“Per ridurlo così per fare quelle lesioni a Cucchi che teneva vuol dire che uno si è applicato proprio nel picchiarlo”

“Le percosse che il Cucchi aveva subito erano in qualche modo connesse al fatto che non era stato collaborativo al momento del fotosegnalamento”

“Era evidente che Cucchi era stato pestato prima che lo prendessimo in consegna noi e, per quanto mi riguarda, ho pensato che i responsabili dovevano essere cercati fra i colleghi intervenuti prima di noi”

Alla vigilia del processo anche l’Ansa ha intervistato Fabio Anselmo. È nato e vissuto sempre a Ferrara ed è qui che dopo l’università ha iniziato a fare l’avvocato. «Un avvocato di provincia – racconta all’ANSA – con un piccolo studio insieme ad altri colleghi». Mai avrebbe pensato di diventare il difensore dei casi più famosi di violazione dei diritti umani come quello di Federico Aldovrandi e Stefano Cucchi,«che – spiega – avrebbero potuto diventare storie di giustizia negata». Fabio Anselmo, 60 anni, sarà in aula l’11 gennaio per l’istruttoria dibattimentale del nuovo processo Cucchi. A dicembre ha ricevuto il premio Cild 2017 conferito a persone che «si sono distinte per la promozione e protezione delle libertà civili, contribuendo a diffondere la cultura dei diritti umani nel nostro Paese». «Ho cominciato ad occuparmi di diritti negati per una tragica storia familiare – spiega l’avvocato – diciannove anni fa mia moglie, nel dare alla luce il nostro secondo figlio, finì in rianimazione per un’infezione contratta in sala parto. Alla denuncia seguì il processo di cui le cronache dei quotidiani locali dettero conto». «Per questo nel settembre 2005, dopo la morte di Federico, la famiglia Aldrovandi si rivolse a me – racconta – Sono stati anni difficili, faticosi, anche perché io partivo dal presupposto che la Polizia è la Polizia e dunque non potevo pensare che ad uccidere Federico potessero essere state le botte degli agenti. Ho preso contezza gradatamente della verità. Intanto sono iniziati gli attacchi personali, le pesanti intimidazioni, le denunce ed azioni giudiziarie strumentali, anche perché la medicina legale ferrarese si era spesa per dimostrare che quella di Federico era una morte per droga». «Parliamo – aggiunge- di anni in cui non c’erano ancora state la sentenze per le torture al G8 di Genova e dunque, se non fossero arrivati giudici senza pregiudizi, la sentenza Aldrovandi sarebbe sicuramente stata diversa». Da allora Fabio Anselmo si è occupato di molti altri casi di abusi delle forze dell’ordine e di violazione dei diritti umani, da Stefano Cucchi al caso Uva, a Riccardo Magherini, Davide Bifolco, Denis Bergamini. «Senza l’esperienza del caso Aldrovandi – dice ancora – non sarei stato in grado di affrontare i processi per la morte di Stefano Cucchi, un caso in cui tutte le regole sono state violate e si è sostenuto che un ragazzo fosse morto di fame e sete di fronte ad un corpo terribilmente martoriato». «Arrivare al processo è stato come correre una maratona con sulle spalle uno zainetto di cemento armato – conclude – e non è stato bello, sia per Federico che per Stefano, vedere in aula i sindacati delle forze dell’ordine difendere colleghi indifendibili. Manifestazioni di illegalità da parte di ‘servi della leggè sono sempre da condannare e se il Corpo a cui appartengono li difende è la stessa Arma o la Polizia ad essere messe sotto processo».

#giustiziapercucchigiustiziapertutti

 

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