venerdì 14 dicembre 2018

Grasso ci prova ma mica è Corbyn

Grasso ci prova ma mica è Corbyn

Grasso vola a Londra per farsi un selfie con Corbyn che si è sempre opposto alla guerra e al liberismo. Possono dire altrettanto gli uomini di D’Alema e Bersani?

di Checchino Antonini

 

Ci aveva provato già L’Espresso a legare il nome di Grasso a quello di Corbyn, a spacciare l’operazione foglioline, LeU, al ribaltone che Corbyn ha impresso al Labour mandando in soffitta il blairismo guerrafondaio e liberista. Sono i giornali del gruppo Repubblica a costruire l’operazione LeU così come, in parte, erano riusciti a costruire l’operazione Altra Europa mandando a Bruxelles due editorialisti di Repubblica (Curzio Maltese e Barbara Spinelli) di cui la sinistra ha perso le tracce già nei primi mesi di legislatura. E dopo i peana del noto settimanale sull’«oratore potente dall’eleganza da signore siciliano», ieri sono arrivate le notizie da Londra dove Grasso è andato a cercare una ” photo opportunity” proprio con il leader socialista britannico, Jeremy Corbyn, l’uomo che ha riportato a sinistra (e oltre il 40% dei voti) il Labour. Pietro Grasso, in visita a Londra in veste di leader di partito più che di presidente del Senato, lo annuncia sfoggiando un sorriso che dice tutto. In Corbyn dice di aver trovato l’interlocutore internazionale che il suo movimento cercava per rilanciare la battaglia per «la giustizia sociale» dentro e fuori i confini italiani. La battaglia per un nuovo welfare europeo. Un asse cementato da programmi «quasi sovrapponibili» sui temi dell’istruzione, del lavoro, della sanità pubblica, della casa «per tutti». E riassunto nello slogan elettorale che LeU – in vista del voto del 4 marzo – ha preso in prestito proprio oltremanica: «per i molti, non per i pochi» («for the many, not the few»). L’incontro con Corbyn – «lungo e interessante», racconta il presidente del Senato ai giornalisti non senza citare i richiami a Byron e Shelley – si svolge a Westminster, nell’ufficio che il compagno Jeremy occupa come capo dell’opposizione e del governo ombra. E la sintonia si traduce già in iniziative comuni: Corbyn – rende noto Grasso – sarà a Roma dopo le elezioni «per poter continuare questa nostra collaborazione politica, visto che ci sono così tanti punti in comune». Punti che vanno dal dossier istruzione («dalla culla all’università», dice Pietro Grasso, parlando di asili nido, ma anche di «abolizione delle tasse universitarie»), a una sanità senza ticket, all’obiettivo di una lavoro «sicuro e stabile». Fino all’idea di «un piano casa» per dare soccorso ai senzatetto (raddoppiati da 4.000 a 8.000 in un anno nel Regno, stimati in 50.000 in Italia), come pure per venire incontro a chi rischia di non poter più pagare il mutuo («200.000 famiglie» nella Penisola) o un alloggio non se lo può permettere per colpa di contratti lavorativi precari e «del jobs act». Insieme a Corbyn «per l’uguaglianza» e «per battere le destre», commentano entusiasti altri esponenti di LeU, da Speranza a Fratoianni, da Laforgia a Enrico Rossi. Per un movimento che é agli esordi – e rinvia a dopo il voto il progetto di fondazione di un partito, evidenza prudentemente Grasso chiedendo «tempo» – ‘l’intesa di Londra è del resto un risultato da valorizzare: tanto più che il partito di Corbyn, contro ogni pronostico, è tornato a essere dopo le ultime elezioni britanniche di gran lunga la maggiore forza della famiglia socialista del Pse per numero d’iscritti e percentuale di consensi alle urne. E che Corbyn stesso, snobbato a suo tempo da Matteo Renzi, se si votasse adesso nel Regno Unito potrebbe puntare sondaggi alla mano a espugnare Downing Street. Grasso non nasconde d’altronde di considerare oggi il numero uno del Labour – irriducibile militante socialista e pacifista 68enne capace di risvegliare nel 2017 l’elettorato più giovane del suo Paese – «modello ed esempio» per una nuova sinistra europea. Una sinistra pronta in Italia a «parlare con tutti» dopo il voto, puntualizza il leader di LeU rispondendo a una domanda su Romano Prodi (il quale, se non altro, «non voterà per il Pd»). Ma che alle sue radici e alle sue bandiere – riscoperte di qua e di là dalla Manica – non intende rinunciare. Traduzione dal politichese: fa fico mostrarsi con Corbyn in una campagna elettorale che vede in ribasso l’appeal della lista Leu ma si ribadisce che, al contrario di Corbyn, Grasso è pronto a fare da stampella almeno a tre tipi di governo: col Pd, coi 5 stelle oppure un governo del Presidente con un gruppo parlamentare, selezionato nelle notti dei lunghi coltelli per le liste, pronto a non fare storie perché composto in gran parte dagli staff dell’ex presidente del Senato e della sua omologa alla Camera, Laura Boldrini. Una selezione che potrebbe costare cara a LeU senza più credito in vasti settori della sinistra che pure aveva sperato nel percorso del Brancaccio. Al punto che prima Anna Falcone, madrina del Brancaccio, ex socialista e legata politicamente a D’Alema, poi Caldarola, ex direttore dell’Unità e da sempre editorialista dalemiano, si sono scagliati con violenza contro Potere al Popolo. Falcone accusando PaP di cercare voti dei clan per via della sua contrarietà a quella forma di tortura che si chiama 41 bis. L’altro, Caldarola, provando a liquidare Potere al Popolo come un bluff, sulla base dell’analisi scritta su uno sconosciuto blog veterostaliniano.

La gita di Grasso a Londra serve per erodere consensi ulteriori al Pd ma anche a controbattere l’offensiva diplomatica di Potere al Popolo che ha incontrato Jean-Luc Mélenchon due volte, prima Marsiglia poi a Napoli, nel corso di poche settimane. La lista della sinistra alternativa al Pd, tuttavia, rivendica una connessione con Corbyn che passa attraverso Momentum, 31mila membri e circa 200mila sostenitori, in gran parte, giovani che dal 2015 sostengono il leader della sinistra laburista. Il collettivo napoletano dell’ex Opg, che ha lanciato PaP, non fa mistero di aver guardato proprio a quello che accadeva in Uk prima di dare a tutti appuntamento al Teatro Italia di Roma.

Però no, accidenti, Grasso non è Corbyn! E Liberi e Uguali non è la sinistra che ci mancava dopo il tonfo di Rifondazione, dieci anni fa, risucchiata dal disastro del II governo Prodi. Però, tanto è semplice trovare argomenti per demistificare l’operazione che ha partorito LeU, tanto è difficile superare le mura dentro cui La Repubblica (e il manifesto, in misura minore), recintano questa operazione di laboratorio che serve a una doppia operazione: canalizzare il voto degli scontenti “di sinistra” del Pd e non populisti disillusi del M5s e, al contempo, riposizionare settori di ceto politico marginalizzato dallo tsunami renziano verso un regolamento di conti rinviato all’indomani del 4 marzo ma sempre nell’ottica di rifondare o reiterare il centrosinistra. LeU nasce con una sortita di tre leader di partito (Speranza di Mdp, Fratoianni di Sinistra italiana e Civati di Possibile) per svuotare il Brancaccio, percorso non proprio radicalissimo ma che non sarebbero riusciti a controllare. Così, dall’alto e a freddo, s’è costruito il più classico dei cartelli elettorali attorno a un “papa straniero” scippato al Pd, il presidente del Senato Pietro Grasso. Dalla drastica alternativa al Pd che doveva scaturire dal Brancaccio, s’è passati (non senza mal di pancia nel corpo intermedio di Si) alla consueta tiritera della “sinistra di governo”, “responsabile” sebbene “attenta ai programmi”. Al contrario, l’esperienza dei laburisti britannici ha visto una drastica contrapposizione di Corbyn con Blair, prima, e poi con i suoi eredi. Una lotta di decenni senza esclusione di colpi sia dentro che fuori quel partito. Corbyn, a differenza dei suoi sedicenti epigoni “liberi e uguali” non ha mai appoggiato alcuna missione militare e la sua affermazione è il risultato di una riattivazione politica di settori giovanili e di lavoratori che Mdp e Si non vogliono e non possono permettersi. Corbyn si è sempre opposto alle peggiori misure dei governi labouristi, dalla guerra in Iraq ai tagli ai servizi pubblici, passando per le riforme del mercato del lavoro. Possono dire altrettanto il governatore toscano Rossi (leader in tagli alla sanità e chiusura di ospedali) o gli ex ministri D’Alema e Bersani, i “dissidenti” Civati e Fassina?

Se c’è qualcosa che può richiamare quel processo, semmai, sono le decine e decine di assemblee che hanno accettato la sfida di Potere al Popolo. L’esperienza di un paio di decenni, da quando s’è compiuto l’avvento del liberismo, dimostra in generale che è impossibile conficcare un pungolo di sinistra nelle costole del centro politico e non è assolutamente in grado di determinare la qualità delle politiche di centrosinistra. Il “pilota automatico” delle borghesie (la Troika, i Trattati europei, la Bce) non concede più margini di manovra per politiche keynesiane. Ogni buona intenzione riformista si infrange contro il muro del pareggio di bilancio, del fiscal compact, della trappola del debito. Ma non è solo questo. L’anomalia italiana, infatti, è quella di controriforme liberiste compiute lucidamente da chi era stato eletto con la promessa di contrastare quei processi. Ma i Ds prima, con l’Ulivo e l’Unione, e il Pd fino ad ora, hanno gestito i passaggi cruciali di quella modificazione genetica del lavoro, della vita e del welfare che noi chiamiamo neoliberismo: è a governi guidati dai Ds, anche in prima persona da D’Alema e Bersani, che dobbiamo l’impalcatura del maggioritario, l’introduzione della precarietà e lo smantellamento dei contratti nazionali, le privatizzazioni dei beni comuni, la manomissione del diritto allo studio, l’invenzione di lager per le persone migranti, le famose lenzuolate di liberalizzazioni e, soprattutto, la consuetudine alla guerra globale che vede il fronte interno nei provvedimenti autoritari contro la libertà di movimento e il conflitto sociale. D’Alema era l’inquilino di Palazzo Chigi al tempo del massacro della popolazione civile di Belgrado da parte della Nato e c’era Prodi al suo posto quando a Vicenza venne imposta un’ennesima base militare Usa.

Quello che gli opinionisti perbene definiscono il “ventennio berlusconiano”, in realtà, è l’alternanza al governo di forze di centrodestra e centrosinistra, con la parentesi “tecnica” di Monti (legge Fornero e tagli da lacrime e sangue) che il Pd ha sostenuto compatto e con forza. E ogni volta che è tornato in auge, il Pd (con dentro tutta la nomenclatura che avrebbe dato vita a Mdp) s’è guardato bene dal cancellare o, almeno, ritoccare quello che era stato combinato dal berlusconismo. Se è vero che la legge criminale sulle droghe è tutta farina del sacco di Fini e Giovanardi, è vero anche che il Pd non ha consentito nessun ritocco a quelle norme. Proibizionismo e sicuritarismo sono nel dna di questa “sinistra” al pari della fede nelle magnifiche sorti, e progressive, del libero mercato. Proprio per questo i giornali delle classi dominanti, in primis la Repubblica, stanno costruendo la messinscena di un antagonismo col Pd che è solo una questione di ridefinizione di rapporti di forza dentro un ceto politico che ha concepito e imposto robe come come jobs act, buona scuola, salva Italia, prima di separarsi.

una versione di questo articolo è uscita sul numero di febbraio de L’Anticapitalista

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