mercoledì 23 maggio 2018

Hiroshige, l’armonia ai tempi della crisi

Hiroshige, l’armonia ai tempi della crisi

Hiroshige, l’armonia ai tempi della crisi alle Scuderie del Quirinale

C’è chi in tempi di crisi va a fondo. E chi non solo galleggia sul mondo fluttuante – la realtà circostante raffigurata dai pittori dell’ukiyoe, o della sofferenza cui i buddisti cercano di sottrarsi – ma raggiunge salvo e saldo l’altra sponda. Raggiunge la fama, persino. È il caso di Hiroshige Utagawa (1797-1858), tra i maggiori interpreti della silografia policroma fiorita in Giappone nel periodo Edo, tra il XVII e il XX secolo. Assieme a Hokusai, Utamaro e un pugno d’altri, Hiroshige fu maestro in questa tecnica artistica, prodotta dai cambiamenti sociali ed economici del periodo.

Un’epoca d’urbanizzazione, di sviluppo cittadino e mercantile che favorì la nascita di una borghesia affamata delle possibilità e dei piaceri che il nuovo mondo, fluttuante invece di quello statico delle campagne, offriva loro. Un periodo concluso dalle cannoniere statunitensi che spezzarono l’isolamento feudale del Giappone, durato secoli, innescando quel processo che di lì a poco avrebbe portato alla dissoluzione dello shogunato, il governatorato militare residente a Edo (da qui il nome), poi ribattezzata Tokyo, affiancato ma più spesso contrapposto al potere imperiale che manteneva il suo centro a Kyoto.

Per questi borghesi, benestanti ma non ricchi e tantomeno nobili, si sviluppò la stampa d’arte impressa su matrici di legno, l’ukiyoe. Stampe relativamente a buon prezzo per i ceti emergenti che non potevano permettersi veri dipinti e ritraevano fascinose cortigiane, grassi lottatori di sumo e famosi attori del teatro kabuki. O soggetti erotici, per non dire pornografici, detti shunga, la vendita di un paio dei quali bastava all’artista per stare sereno un anno buono.

Hiroshige, Mishima, nebbia mattutina (stazione 12), 1833-34

In tutto ciò Hiroshige, e prima di lui Utamaro e Hokusai, eccelse. Come i suoi maestri, anche lui iniziò con la riproduzione di belle dame e noti attori, soggetti storici e altro, ma i cambiamenti in atto lo spinsero a ripiegare sui temi del paesaggio e della natura, sul vedutismo che manteneva al suo centro l’uomo. Un mondo fluttuante, quello di Hiroshige, dove vedute e popolani, forze dell’uomo e della natura si compenetrano, dando vita a un’armonia di segni e colori che tanto avrebbe affascinato i più tardi artisti dell’‘800, dagli impressionisti a Van Gogh, trasformando le stampe giapponesi in una moda occidentale. Dove quel che in Oriente appariva mutevole e fuggente diveniva incanto e bellezza d’un mondo sospeso e immutato, dilà dal reale.

Un paradosso e un equivoco come tanti, nella storia dell’arte e nella storia in sé, che pure consegnò quest’arte al successo, facendola amare dai collezionisti e giungere a noi. Della gran mole di lavori prodotti da Hiroshige, circa 400 pezzi, una buona metà è esposta nella mostra che porta il suo nome aperta alle Scuderie del Quirinale, a Roma. Oltre duecento stampe, 230 per l’esattezza, raccontano il vissuto e lo spaccato di un paese raccontato da un artista affascinato dal pullulare delle genti nelle vie commerciali come dai grandi spazi della natura, incontaminati o quasi. Dalle Cento vedute di Edo, la capitale orientale che presto sarebbe stata ribattezzata Tokyo, alle cinquantatré stazioni del Tokaidō, la strada costiera orientale che separava Edo dall’antica capitale occidentale, Kyoto. Una delle 5 grandi vie di comunicazione del tempo, o Gokaidō, che oggi lo Shinkansen percorre ad alta velocità in poco più di un’ora.

Hiroshige, il mare di Satta nella provincia di Suruga, 1858

Venditori di tè e facchini presso i cavalli al cambio, bufere di neve sui passi montani e fiumi traversati a guado, viaggiatori assaliti dalle prostitute o intabarrati sotto lo sguardo perso dei fumatori d’oppio coi loro pipini. Tutto è qui, sotto le volte delle ex scuderie del papa re e nelle pagine del bel catalogo Skira. Né manca la grande onda del mare di Satta, già eternata da Hokusai e debitamente rivista da Hiroshige, con tanto di monte Fuji sullo sfondo, immancabile emblema e tributo al simbolismo nipponico. Tutto è ripreso dal pittore di Edo con maniacale perfezione e qualche innovazione che lo fece apprezzare in patria e all’estero. Le linee spezzate e i grigi fanno sentire gli scrosci di pioggia, fanno ancora perdere nella nebbia, affondare i piedi nella neve. Suzuki (spigole), fiori e aromi galleggiano in bellavista tra vuoti e pieni, nei quadretti di maniera che raccontano l’armonia di un tempo d’innovazioni e crisi.

Hokusai, La grande onda di Kanagawa, 1830

Un solo neo, nella retrospettiva messa in piedi da Rossella Menegazzo e Sarah Thompson del Museum of fine arts di Boston, da cui provengono buona parte delle stampe, è la sua eccessiva didascalicità. L’assenza di un progetto installativo degno di nota – ché tale non può dirsi lo scorrere d’immagini gigantografate nella parte finale della mostra o le scarne mappe – pur nell’abbondanza espositiva. La ricchezza del mondo fluttuante narrato da Hiroshige, e della grandiosa mostra che lo racconta, si sarebbe potuto esprimere con minor povertà di mezzi e maggior creatività espositiva. Pari almeno a quella, pur espositivamente meno ricca, alla fondazione Roma nel 2009. Fino al 29 luglio, info scuderiequirinale.it.

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