mercoledì 19 settembre 2018

Lo chiamavano l’oceano pacifico

Lo chiamavano l’oceano pacifico

Che fine hanno fatto i pacifisti? Dalle manifestazioni di massa al lavorio di advocacy. Disillusioni e successi. Parlano i protagonisti

di Checchino Antonini*

Lo chiamavamo anche “Oceano pacifico” (titolo di Liberazione del 2003), e perfino “Seconda potenza mondiale” (New York Times). E punteggiava le città di bandiere arcobaleno ricolorando facciate e cortili di interi quartieri. Riempiva le piazze, bloccava i treni di guerra, occupava le banchine dei porti, assediava le basi. Discuteva, marciava, era trasversale e riusciva a far eleggere, solo per fare un esempio, una Donna in nero – Luisa Morgantini – vicepresidente del Parlamento europeo.

Nulla, sembrava, sarebbe stato come prima. Invece nulla è come allora. I venti di guerra non hanno mai smesso di soffiare ma i pacifisti in piazza sono sempre visibili. Incapaci di fermare le guerre o, almeno, di incepparne i meccanismi. Nemmeno gli anniversari hanno smosso i reduci. 25 anni dallo scoppio della prima guerra del Golfo erano poche decine, sparsi per tutta Italia. Il quindicennale della più grande manifestazione della storia, la giornata internazionale della pace del febbraio 2003 (a cui si riferiscono le immagini), è passato addirittura sotto silenzio: 24 milioni di persone erano scese in piazza in tutta l’Europa occidentale, 3 milioni solo a Roma e 110 in 603 città di tutto il pianeta per scongiurare l’ennesimo attacco all’Iraq. «Era successo che il ciclo delle grandi mobilitazioni altermondialiste, la rivolta per le aspettative tradite dalla globalizzazione, si tramutò nel grande movimento contro la guerra e fece paura più del ’68 con percentuali di consenso altissime nella società – spiega Loris Caruso, sociologo dell’Università di Firenze – quelle mobilitazioni hanno ispirato l’indignazione spagnola, le mobilitazioni di piazza Syntagma ad Atene. Ma poi la crisi funziona come azzeramento delle aspettative». Come dire: più speri, più ti mobiliti. «Ma le situazioni cambiano, i movimenti sembrano sempre esplodere dal nulla», avverte il sociologo che, dopo aver studiato No Tav e No Dal Molin, è alle prese con l’analisi di movimenti come Podemos e M5S (e quindi con le ragioni della mancata indignazione italiana di lunga durata).

Dove sono oggi i pacifisti in un paese che partecipa a 32 missioni nei teatri mondiali e “ospita” 113 tra basi e installazioni Usa e Nato? La domanda viene ripetuta alla vigilia di ogni crisi internazionale ma forse non è quella esatta, perché la crisi della mobilitazione pacifista «è la stessa delle altre grandi mobilitazioni di massa, a partire da quella sindacale», spiega a Left Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell’Istituto di ricerca internazionale Archivio Disarmo-Iriad. Quella che non è in crisi è la capacità di advocacy, di influenzare le politiche pubbliche e l’allocazione delle risorse. Simoncelli elenca le vittorie “invisibili” delle reti disarmiste-pacifiste sulle mine antiuomo, contro le cluster bomb, sul trattato per il commercio degli armamenti, il bando Onu sulle armi nucleari al quale l’Italia, però, non ha aderito. Sono le reti di Ong, movimenti e associazioni che si stanno battendo per mettere al bando le armi completamente autonome, i “killer robot”, e hanno denunciato alla magistratura l’uso contro i civili di bombe Rwm, a battersi contro i droni armati «nel disinteresse del Parlamento», sottolinea Simoncelli ricordando il mutismo istituzionale che ha accompagnato i 710 bombardamenti sulla Libia senza alcuna dichiarazione di guerra. La campagna sugli F35, alla vigilia delle elezioni del 2013, sembrava aver bucato la cortina di Maya mediatica. Si tratta di un sistema d’arma così inefficace da scandalizzare il Gao (US Government Accountability Office), la corte dei conti Usa, ma la promessa di un dimezzamento del programma è stata semplicemente cancellata dopo le elezioni. Il parlamento è l’unico organo a poter fare le pulci alle spese della Difesa ma ha rinunciato alla sua funzione. Da parte sua il governo è ostaggio degli accordi segreti imposti dagli Usa dopo la II guerra mondiale. La notte della “crisi di Sigonella”, ottobre 1985, quando Craxi mando due battaglioni di carabinieri a bloccare i Delta soldiers di Reagan, è lontana molto più dei 33 anni solari che ci separano da quei fatti.

 

«Le campagne di advocacy sono più efficaci delle grandi manifestazioni – suggerisce Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Italiana Disarmo, terminale italiano di Ican (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons), la campagna contro le armi atomiche che ha vinto il premio Nobel per la pace nel 2017 – noi agiamo in rete su una dimensione internazionale, siamo stati i primi, ad esempio, a porre la questione del fondo europeo per la difesa, 5 miliardi che stanno per essere destinati alle nuove armi. Se di crisi dobbiamo parlare allora indaghiamo la crisi della politica oppure quella della comunicazione che si perde nell’inseguimento dell’ultimo hashtag o che ha montato il clima di diffidenza verso le ong e la cooperazione internazionale. Se ci avessero dato un quarto del tempo di cui ha potuto godere Salvini, ora non saremmo qui a parlare di crisi».

Certo, la frustrazione di non essere riusciti a fermare la guerra in Iraq (al pari delle sconfitte epocali sui diritti per il lavoro), la delusione profonda per il voltafaccia del II governo Prodi anche verso le istanze pacifiste, spiegano il riflusso di quell’oceano ma solo in parte. «Oggi è più difficile mobilitarsi anche perché le procedure sono saltate. Non c’è più la dichiarazione di guerra agli ambasciatori o il lungo ultimatum. Oggi Trump fa un tweet e in 72 ore si bombarda. E’ più difficile un’attivazione tempestiva e di massa – avverte Franco Uda, che si occupa di pace e diritti umani per la segreteria nazionale dell’Arci – e anche l’agorà è mutata: oggi è virtuale». C’è anche un elemento di trasformismo di un pezzo del ceto politico. Due esempi: Federica Mogherini, oggi Mrs Pesc, ministra degli esteri dell’Ue, era nel 2003, l’emissaria – moderatissima anche all’epoca – della Sinistra giovanile nel comitato Fermiamo la guerra, e la ministra Pinotti, nella sua prima vita è stata una delle scout che si sdraiava in terra, a Genova, per contestare la Mostra Navale Bellica.

«Ci siamo, facciamo parte del paesaggio ma siamo sempre meno. Una volta un passante ci ha guardato e ha esclamato “Ah, già, è mercoledì!”. Norma Bertullacelli da 17 anni, dagli attentati alle Torri Gemelle, ogni mercoledì è tra i pacifisti che danno vita all’ora di silenzio per la pace sui gradini di Palazzo Ducale a Genova. Un’osservatorio anche per intercettare i segnali di disinteresse. L’età media è «altina», ammette Norma segnalando un elemento acquisito anche da chi si occupa di volontariato: gli anziani hanno più tempo, non solo i pensionati ma anche chi non vive situazioni lavorative degradate dalla precarietà, dall’intermittenza, dal jobs act, dalla crisi. «E’ come se a un certo punto occuparsi di questioni internazionali venga percepito come un lusso che non ci si può permettere». Anche il sindacato ha avuto difficoltà.

Tuttavia, nel riflusso, ci sono state scissioni anche tra le grandi associazioni. Dalla Tavola per la Pace, titolare della Perugia-Assisi, sono uscite nel 2014 tutte le grandi sigle (Legambiente, Agesci, Arci, Cgil ecc…) per dare vita alla Rete per la pace con una vocazione da advocacy mentre la Tavola continua a occuparsi di educazione alla pace e del rapporto con gli enti locali. Una frattura avvenuta per carenza di democrazia interna nella Tavola ma che non impedisce ai due soggetti di collaborare. Sul fronte più radicale, invece, si registra una subalternità di alcuni soggetti a ragioni geopolitiche, una differenza nella valutazione del ruolo di alcuni soggetti in campo (nel caso della Siria c’è chi ritiene Assad un baluardo antimperialista e chi un massacratore del suo stesso popolo) che, di fatto, paralizzano la possibilità di una mobilitazione dalla parte di chi armi non imbraccia. Una parte delle energie di quel movimento ha trovato sponda nel lavoro di Emergency, percepito come immediatamente efficace per le vittime immediatamente, non tradibile. L’associazione di Gino Strada, dal 1994 ha curato 9 milioni di persone ma vive alti e bassi di partecipazione dovuti alla percezione pubblica delle vicende internazionali. Da un anno, è attraversata da un dibattito interno piuttosto vivace. I “dissidenti”, smentiti dalla direzione, temono la possibilità che l’associazione possa accettare finanziamenti da grandi imprese. Ora Emergency può contare su 160 gruppi territoriali per oltre 2.500 volontari, due anni fa i volontari erano 4mila e i gruppi 200.

E poi ci sono le minoranze attive, disseminate nei territori. Le loro vertenze incrociano spesso le questioni ambientali e del lavoro, danno vita a comitati di scopo, coordinamenti e sono non solo i primi a mobilitarsi ma anche le prime sentinelle a denunciare i venti di guerra. «Il giorno prima dei missili sulla Siria, la polizia militare era in grande spolvero, e presidiava dall’esterno la base di Ghedi. E’ così che abbiamo capito che stava per succedere qualcosa», racconta a Left, Sauro Di Giovanbattista, attivista di “Donne e uomini contro la guerra”. Ghedi, a una quindicina di km da Brescia, è la principale base aerea d’attacco: due grandi bunker ospitano il comando strategico e un centinaio di militari Usa hanno cura delle armi non convenzionali. E’ proprio qui e ad Aviano che verranno conservate 70 testate atomiche di tipo B61-12, costruite per gli F35 che stanno sostituendo i vecchi Tornado. L’Italia è schiera il maggior numero di ordigni nucleari Usa sul suolo europeo: 70 bombe del tipo B61-3 e B61-4 su un totale di 180 armi nucleari. Il paese, ormai a guida leghista, sembra convivere con la base con un senso di «paura rassegnata, i cittadini attivi sono sempre meno e il movimento, ovunque, è molto ridotto»

«Anche nel pisano è attivo lo zoccolo duro e le 300 persone che si sono radunate davanti a Camp Darby il 2 giugno dell’anno scorso ci sono sembrate un risultato tutt’altro che scontato», dice Ciccio Auletta, un passato nel “trainstopping” dei disobbedienti e un presente da consigliere comunale di Una città in comune. Camp Darby, nel prezioso Parco di S.Rossore, è la principale base logistica del sud Europa per lo Zio Sam, deposito per missili, bombe, mezzi e ricambi. «Un anno fa abbiamo scoperto un megaprogetto che comune e provincia volevano mantenere segreto per un ponte girevole sul Canale dei Navicelli. Il Parco ha dato parere negativo ma il governo l’ha dichiarato opera strategica. Per ora i lavori sono bloccati anche se il Pd ha bocciato la nostra proposta di rendere indisponibile quell’area».Diverse realtà sociali, politiche e sindacali tra Pisa e Livorno si sono riunite dietro al cartello Lavoratori e lavoratrici contro la guerra hanno promosso per il 1 maggio una manifestazione davanti alla base e una seconda mobilitazione è prevista per il 2 giugno. Qualcosa continua a muoversi anche a Vicenza dove il governo Prodi gelò le speranze del popolo della pace consentendo un’ennesima base Usa al Dal Molin, in un territorio già colonizzato abbondantemente. «11 anni dopo è attivo un Comitato contro le servitù militari», ci spiega Francesco Pavin. Il tendone del presidio, a ridosso dell’ex aeroporto civile, non funziona più come quartier generale del movimento «Abbiamo manifestato “Né con Assad, né con Trump”, a fianco delle resistenze palestinesi e curde, il 21 aprile c’è stata una bicilettata no war. Contro le guerre e le basi militari. Contro la Gendarmeria europea che a Vicenza ospita le forze turche del sultano Erdogan. Il 4 maggio rientreremo al Dal Molin».

«Le 46 antenne del Naval Radio Transmitter Facility sono operative dal ’91 e da un anno, a Niscemi, funzionano anche 3 antenne Muos. I due scioperi generali e le 15mila persone che manifestarono nel 2013 nella cittadina siciliana hanno sedimentato poche decine di attivisti in servizio permanente – riconosce Alfonso Di Stefano, no war dai tempi di Comiso, anni ’80 – eravamo un’ottantina sotto la prefettura di Catania per contestare i missili sulla Siria». A una sessantina di km, da Sigonella, vanno e vengono Global Hawk e Predator. Il 21 aprile s’è manifestato anche qui, di fronte alla base dei droni a lungo raggio e degli aerei da ricognizione. Dall’antenna più alta del Muos, 150 metri sopra la sughereta, partono i comandi per i sottomarini. Questa guerra ci riguarda. Ma è la Sardegna la terra più martoriata dalle servitù militari e dai loro effetti collaterali come le patologie da uranio impoverito intorno al poligono di Salto di Quirra. Ed è qui la vertenza più difficile per la Tavola sarda della pace e per i comitati contro la guerra: quella contro la Rwm di Domusnovas, dove la multinazionale tedesca Rheinmetall defense fabbrica le bombe esportate illegalmente verso l’Arabia Saudita che le usa contro i civili nello Yemen, contando sulla possibilità che una zona come il Sulcis fornisce al ricatto occupazionale.

*una versione di questo articolo è uscita col numero 16 del 20 aprile del settimanale Left

 

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