Prove Invalsi, tutte le crepe di un rito assurdo e costoso. Cinque ipotesi per capire perché la scuola allena gli studenti con i quiz
di Matteo Saudino
La settimana scolastica che ci lasciamo alle spalle è stata la settimana che il Miur ha dedicato alle prove Invalsi. Decine di migliaia di studenti della scuola primaria e della scuola secondaria di primo e secondo grado si sono cimentati nei test nazionali di valutazione.
Dopo anni, tale rito mostra sempre più crepe, contraddizioni e assurdità.
Le domande rimangono sempre le stesse: tali prove a cosa servono? A chi servono?
Ventidue milioni di euro spesi a che fine?
Delle prove standarizzate per tutti, a prescindere dai livelli di conoscenze e competenze dei singoli studenti e dai contesti sociali e culturali delle scuole, servono a certificare una ovvietà come le profonde differenze che esistono nei processi di apprendimento? Non basterebbe prendere visione dei giudizi degli insegnanti?
Se così non è, bisogna cercare altre risposte.
Prima ipotesi. Il Miur non si fida completamente o totalmente della preparazione e delle capacità di valutazione degli insegnanti. Dunque per ovviare a tali lacune decide di procedere ad un istituto valutatore esterno per soddisfare l’esigenza di una agognata quanto improbabile valutazione oggettiva. Per farne che cosa rimane un mistero? Per premiare le scuole migliori (?) o aiutare le peggiori (?)?
Seconda ipotesi. Il Miur, stanco della libertà di insegnamento sancito dalla Costituzione, vuole omologare i processi di apprendimento. Per far ciò i programmi spariscono e sono sostituiti da competenze da acquisire durante il percorso scolastico, per raggiungere le quali gli insegnanti devono adeguare la didattica, sia per quanto concerne le metodologie sia per quanto riguarda i contenuti. Indicare il porto di arrivo serve a condizionare l’intero viaggio.
Terza ipotesi. Il Miur ha dei soldi da sprecare ed esperti da retribuire. Semplice e sempre probabile.
Quarta ipotesi. Il Miur ha fatto propria l’impostazione liberista della Unione europea. Pertanto, serve una scuola che alleni gli studenti ai quiz, alle competenze senza conoscenze, alla competizione atomizzata e alla prestazione veloce e standarizzata. La scuola invalsi, in questo caso, serve ad una società globale di mercato e di individui.
Quinta ipotesi. Il Miur dopo aver istituito tale rito lo porta avanti in ossequio alle tradizioni e al folkore.
Qualunque ipotesi sia la più reale e convincente, rimane sul campo la follia di chiedere, agli studenti di quinta elementare, di risolvere dei questi che richiedono la conoscenza delle equazioni di primo grado.
Il tutto, per non smentire la consuetudine tutta italiana di abbinare al danno la farsa.
Il danno umano e sociale per una scuola acritica sempre più fondata sulla competizione individuale e su una valutazione che esclude.
La beffa di quiz assurdi e di una sciocca perdita di tempo.
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