Ho visto anche zingari felici. Probabilmente non in Italia

Ho visto anche zingari felici. Probabilmente non in Italia

Antonio Solario, detto lo Zingaro, “Salomé con la testa di San Giovanni Battista” (Metropolitan Museum, New York)

Zingari, romanì, sinti. Lo stigma dell’etnia in un certo giornalismo, di destra e di sinistra, che va per la maggiore e merita una riflessione sopra le righe

Un criminale è tale in quanto ha commesso un crimine e per questo è stato giudicato e condannato in tre gradi di giudizio.

Fino ad allora esiste la presunzione d’innocenza. Punto e basta. Salvo il fatto che sarebbe bello vivere in un Paese che non ha bisogno di prigioni o altre istituzioni assolute.

Invece, in questi giorni, leggendo le tristi notizie di cronaca nera che arrivano soprattutto dalle sterminate e umanamente logore periferie romane, si scopre che il criminale è sinti.

La questione, però, è che il criminale è anche cittadino italiano da generazioni.

Ammesso che essere cittadino italiano di fatto, ai nostri tempi, possa essere considerato in qualche modo un titolo di merito di cui vantarsi, è un particolare che sembra non piaccia a chi cerca di dare un po’ d’arrosto al fumo che purtroppo caratterizza spesso certa giudiziaria.

Ad Ostia una manifestazione contro i clan mafiosi

Il codice deontologico dei giornalisti parla chiaro

Eppure il nuovo testo unico del codice deontologico della professione giornalistica, che tra l’altro fa suo il glossario della Carta di Roma sui migranti e i rifugiati, al comma a dell’articolo 3 recita che il giornalista: “rispetta il diritto all’identità personale ed evita di far riferimento a particolari relativi al passato, salvo quando essi risultino essenziali per la completezza dell’informazione”.

Mi chiedo, a questo punto, se il cenno ad un’appartenenza etnica in casi di nera sia un elemento essenziale per la completezza dell’informazione in generale, anche nel caso di un cittadino italiano. O se non sia questo il tentativo, più o meno velato, di stigmatizzare questa appartenenza e di creare (o trasmettere) un pregiudizio. Agire in questo modo, consapevolmente o inconsapevolmente, magari per vendere qualche copia in più, è di fatto istigazione all’odio razziale.

Trovo odiosetta, nel complesso, l’idea ottocentesca di cittadinanza, che ti offre privilegi in più in quanto appartenente alla “Nazione” – comunanza di territorio, lingua e cultura – e pone in secondo piano l’adesione proattiva al sistema democratico di diritti e doveri che fa funzionare ogni comunità al di là di ogni legge, costituzione e della provenienza di chi la compone.

In quanto cittadino italiano non credo di essere automaticamente migliore di qualcuno che non lo è, oppure lo è, ma appartiene anche ad un altra nazione. Non importa che essa abbia o non abbia un territorio fisico, ma semplicemente un’unità di lingua e cultura.

Del resto in Italia abbiamo minoranze linguistiche, ma non mi pare che quando si parla di fatti di nera, ad esempio, di parlanti arbëreshë, o grecanico, o ladino, e così via, il fatto che i protagonisti appartengano ad una minoranza faccia la differenza.

Una manifestazione contro i campi rom

Un giornalismo che fa un passo indietro è male per un Paese che non avanza

Mi sembra di tornare agli anni ’50, quando, soprattutto le grandi città del nord, scoprirono le migrazioni interne e lo stigma dell’essere calabrese, siciliano, campano e via dicendo.

Tutta gente che con il sudore ha contribuito a costruire il boom economico a scapito della crescita del meridione, utilizzato scientemente come serbatoio di forza lavoro e di consumi.

Vorrei che i colleghi giornalisti si ricordassero che le parole sono pietre, specie quando utilizzano riferimenti etnici fuori luogo. Pietre che colpiscono tutti, giusti ed ingiusti, che creano pregiudizio. Molte persone sinti e romanì per lavorare, prendere in affitto una casa o semplicemente vivere la propria vita sono costrette sono costrette a negare o nascondere la loro identità culturale.

Soprattutto, vorrei che tenessero conto del clima di “caccia allo straniero“, demonizzato ed utilizzato come catalizzatore di tutte le rabbie e di tutte le paure a fini di consenso, a partire dall’evocare le ruspe per i campi nomadi, che ha caratterizzato le ultime campagne elettorali.

I campi nomadi sono una vergogna e devono essere superati da una civiltà diffusa e consapevole dell’accoglienza, del dialogo e dell’inclusione.

Per chi volesse redimersi o, perlomeno, cercare di capire meglio, consiglio una visita all’ottimo sito parlare civile del Redattore Sociale, dove questi temi e questi argomenti sono affrontati in maniera sobria, semplice ed approfondita. Per chi ci legge, invece, un operazione verità.

Una manifestazione con romanì e sinti contro la discriminazione

Chi sono i romanì in Italia

Si stima che in Italia siano presenti tra gli 80 mila ed i 140 mila romanì suddivisi in diversi gruppi e sottogruppi sparsi su tutto il territorio.

Sono la più grande minoranza “etnica” presente nel nostro Paese.

Circa 70 mila sono di nazionalità italiana, la maggior parte stanziali.

Come, di fatto, sono stanziali, nella vergogna e nel degrado tutto italiano dei campi nomadi, i romanì arrivati nel nostro Paese negli anni ’90 del secolo scorso, dall’Europa orientale dopo la caduta del muro e in fuga dalla guerra nella ex Jugoslavia.

Non bisogna infatti tornare indietro fino alle follie naziste della pulizia etnica nei confronti di ebrei e romanì per parlare della loro persecuzione.

La loro shoà, di cui non si parla mai abbastanza, la chiamano “Porajmos”, il gran divoramento, o “Samudaripen”, tutti morti, ed è costata la vita, secondo gli storici, ad almeno un quarto della popolazione romanì europea.

220 mila morti su poco meno di un milione di persone, anche se altre stime parlano addirittura di mezzo milione di vittime.

Foto segnaletica di una ragazza scattata nel campo di sterminio nazista di Aushwitz, la zeta della matricola sta per zigeuner, zingaro in tedesco

Una minoranza tuttora perseguitata

La storia si è poi ripetuta, sebbene in scala ridotta, con la caduta dei regimi del blocco sovietico in Europa orientale.

Mi raccontava mia cognata, romena della minoranza ungherese, che in Transilvania, di dove lei è originaria, dopo la caduta del regime di Ceaușescu con i giovani dell’associazione di volontariato di cui faceva parte, hanno dovuto spesso formare catene umane intorno a insediamenti rom per impedire tentativi di pogrom.

Una soluzione finale locale, su piccola scala.

Da qui la fuga in occidente alla ricerca di condizioni di vita migliori.

In ex Jugoslavia dove, la presenza dei romanì è più antica, perché sono arrivati in europa attraverso Turchia ed i Balcani, erano discretamente integrati, ma si sono trovati coinvolti in un conflitto etnico ed erano una minoranza facile bersaglio delle milizie di tutte le parti coinvolte.

Anche qui unica soluzione, la fuga. Ancora oggi la situazione non è facile per i romanì in molti Paesi dell’Europa orientale, alcuni dei quali membri dell’Unione Europea, mentre in Europa Occidentale, fatta forse eccezione proprio per l’Italia, sono meglio integrati.

Ungheria, membri del movimento di ultradestra Szebb Jövoert circondano la casa di una famiglia romanì (2011)

Vittime dell’economia di mercato

I romanì di nazionalità italiana facevano prevalentemente i giostrai, i circensi, i fabbri, i calderai, i mercanti di cavalli.

Alcune comunità erano stanziali. Altre si spostavano di paese in paese per esercitare il proprio mestiere, che piano piano, complice il boom economico del dopo guerra e il cambiamento del costume, ha trovato sempre meno sbocchi e si è dissolto. Da lì la scelta della stanzialità e, come per molti italiani allora, la migrazione verso le grandi città in cerca di lavoro e migliori condizioni di vita.

Una parabola ben raccontata dal bel documentario di Eleonora Marino “La bella Virginia al bagno” (2014).

Alcune note sull’articolo

Zingari non sia un’offesa, ma una parola che ha radici antiche, che nasce dalla diffidenza verso la diversità e dalla curiosità nei confronti di una cultura che contraddice, e continua contraddire, i nostri capisaldi culturali e da cui abbiamo, invece, molto da imparare.

Soprattutto a comprendere la diversità, a dialogare con essa e a saperla accettare, includendola, non obliterandola.

Zingari è una parola che ci deve far comprendere che dell’altro, di ogni altro, non dobbiamo aver paura.

La parola corretta da usare è romanì, sono un popolo, hanno cultura e lingua e vivono da secoli insieme a noi, è ora di chiamarli per nome.

Ogni diversità culturale è una ricchezza, non un rischio.

Il titolo di apertura è quello di un album di Claudio Lolli del 1976 che si ispira al film Jugoslavo “Ho incontrato anche zingari felici” di Aleksandar Petrović, Premio della Giuria a Cannes nel 1967.

L’immagine di apertura è invece il quadro “Salomé con la testa di San Giovanni Battista” di Antonio (De) Solario, detto lo zingaro, un pittore tardo rinascimentale. Originario del chietino, nato in una famiglia di fabbri, si trasferì a Napoli per esercitare il mestiere, all’epoca retaggio degli zingari, per questo il soprannome.

Successivamente divenne un pittore notevolmente apprezzato alla sua epoca e rivalutato di recente.

La provenienza abruzzese ed il mestiere di famiglia possono non escludere che fosse effettivamente di famiglia sinti. In abruzzo, infatti, nel XIV° secolo si stabilirono con certezza famiglie romanì, tra i gruppi più antichi tra quelli sbarcati in Italia provenienti dai Balcani. La stessa origine abruzzese delle famiglie che ora salgono agli onori della cronaca. Una storia tutta italiana.

“e se questo vuol dire rubare
questo filo di pane tra miseria e sfortuna
allo specchio di questa kampina
ai miei occhi limpidi come un addio
lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca
il punto di vista di Dio”

Fabrizio De André, Khorakhané (A forza di essere vento)

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