martedì 16 ottobre 2018

Msna, bambini migranti e soli

Msna, bambini migranti e soli

Msna: c’è chi scappa dalla guerra, chi cerca un futuro migliore più a nord in Europa e trova emergenza, razzismo e criminalità ma anche buone pratiche

A Pozzallo sono stati sbarcati un numero record  128 minori non accompagnati, 3 minori accompagnati, 44 donne e 272 uomini. In totale 447 persone di cui 291 proverrebbero dall’Eritrea e 92 dalla Somalia. Altri migranti vengono da Nigeria, Bangladesh, Algeria, Libia, Siria, Egitto. Di uno dei minori non si conosce ancora la nazionalità. Si sa solo che suo padre è morto nella traversata del deserto.  Al momento sono stati trasferiti all’hotspot di Pozzallo, ma nei prossimi giorni i minori non accompagnati e le famiglie verranno portati in comunità alloggio. Il ragazzo che ha raccontato della morte del genitore ha poi spiegato all’interprete che a sostenerlo nel deserto sono stati gli altri compagni di viaggio. «Poi è stato rifocillato e non ha aggiunto altro ma era felice di avere raggiunto la sua meta», ha detto il portavoce di Save the children. Le condizioni dei ragazzi e dei bambini sono drammatiche poiché la chiusura dei porti allunga i tempi di permanenza in mare su persone deboli e debilitate dalla prigionia negli hangar dei trafficanti.

Sono stati in ventotto a scappare dopo l’approdo dell’Aquarius a Valencia, ragazzi fra i 12 e i 17 anni che arrivavano dall’Africa subsahariana. Li hanno ripresi quasi subito e accolti in un centro universitario di Alicante. La fuga è un elemento imprescindibile dell’esperienza di un Msna, minore straniero non accompagnato. A fronte di 18mila ragazzi in carico al sistema italiano di protezione se ne contano quasi altri 6mila ancora oggi minorenni e irreperibili. «Per quasi tutti il viaggio è anche un rito di iniziazione: a volte parti a 12 anni, arrivi a 15 e nel frattempo sei diventato adulto col senso di colpa per chi non ce l’ha fatta ma anche orgoglioso per aver superato le prove durissime di quel cammino», spiega a Left una sociologa che preferisce rimanere in incognito per non compromettere il diritto alla riservatezza dei ragazzi che segue. Possiamo dire che opera nel circuito della giustizia minorile del Nord Italia occupandosi di progetti di reinserimento lavorativo.

Il peschereccio affittato dalla ong Sos Mediterranee per soccorrere i naufraghi è lo specchio della composizione di un’umanità in fuga, 11 milioni di profughi in tutto il mondo, il 51% dei quali è minorenne. «Ciascuno con le proprie ragioni, aspettative, fantasie. A volte scappano per la mancanza di autonomia dentro i centri di accoglienza, si sentono uomini e noi li inseriamo in centri pensati per gli adolescenti». Ma più spesso «gli brucia la terra sotto i piedi: dopo un sacco di mesi in viaggio devono trovare rapidamente soldi da spedire a casa per ripagare il debito, per compiere la propria missione: è questo il progetto migratorio più frequente», precisa Roberto Latella, sociologo e formatore per conto dell’associazione Il Laboratorio. Sbarcano che hanno in tasca l’indirizzo di zii veri o presunti, di compaesani arrivati prima di loro. Chi viene dalle periferie di Casablanca sa perfettamente cosa li aspetta qui, chi parte dall’entroterra, invece, cerca una nuova vita. Chi fugge dalle guerre vuole solo transitare, essere invisibile. Alcuni finiscono male, spesso, nelle mani dell’economia criminale o risucchiati nelle zone di ibridazione tra imprenditoria “normale” e mafiosa come l’edilizia o l’agricoltura. Dipende da variabili socio-culturali, dal ruolo delle seconde generazioni o dalla strutturazione delle catene migratorie. Dipende dal fardello di disagio accumulato lungo il viaggio o dai traumi della guerra che i servizi di neuropsichiatria infantile non sempre sono attrezzati a interpretare. «Molti scappano per continuare in clandestinità verso il Nord Europa, sono in Italia solo per “ricaricare le pile”. L’attesa li logora», interviene Enrico Sanchi, presidente di Virtus Italia, associazione con esperienza venticinquennale che gestisce dal 2004 progetti di seconda accoglienza per minori tra Roma e Mazara del Vallo.

Racconta ancora la sociologa: «Mohamed (nome di fantasia, ndr) è scappato a 15 dalla Tunisia per raggiungere suo fratello al Nord. Ma questi, sposato con un’italiana e ospite dei suoceri, non l’ha potuto accogliere. Così è stata la strada, lo spaccio, le notti in edifici abbandonati fino all’arresto. Era analfabeta quand’è arrivato e ha imparato a leggere e scrivere in carcere. E poi ha seguito un corso per la ristorazione e ora è un cuoco, proprio bravo, l’azienda presso cui ha fatto il tirocinio vorrebbe tenerselo, metterlo in regola ma fra un mese termina lo stage e ci sono lungaggini burocratiche per i documenti». Alla burocrazia nostrana si somma quella dei paesi d’origine e, a complicare la questione, c’è anche il fatto di nomi e date sbagliate che i ragazzi danno all’arrivo per tutelarsi «dallo spettro del rimpatrio». E’ anche la storia di “Omar”, chiamiamolo così: dopo un reato commesso da minorenne, fugge in Spagna dove lo beccano. Lì fa un primo corso da fornaio ma è nel circuito del penale minorile italiano che scoprirà la sua vera passione: la cucina creativa. Ora è chef, il ristorante e lui stesso non vedono l’ora che le carte siano tutte in regola. Anche la Virtus ha storie di successo da raccontare. Ogni anno organizza un incontro tra ex ospiti della struttura perché resta un legame forte, a volte, tra operatori e ospiti. Ma, se per il penale il primo scoglio è quello del permesso di soggiorno, per gli altri i problemi sono gli stessi dei loro coetanei italiani: emergenza abitativa o disoccupazione. «A 18 anni vieni messo alla porta e si rischia di perdere il lavoro fatto – segnala Zanchi – o il percorso scolastico».

«Per chi non fugge la prima tappa è nei centri Msna (minori stranieri non accompagnati) di primissima accoglienza – dice a Left Sanchi – dove il tempo di permanenza di 60 giorni (ora dimezzati dalla legge Zampa) si dilata se il circuito è saturo. Dipende dalle ondate». Ma da quando Minniti ha esternalizzato la frontiera finanziando i lager in Libia gli arrivi sono decimati. Non c’era invasione prima tantomeno ora.

Secondo i dati del Viminale, infatti, nel 2018 sono arrivati in Italia 16.316 migranti contro i 71.989 dello stesso periodo del 2017, con una diminuzione del 77,34%. Forte contrazione anche del numero dei minori stranieri non accompagnati, come indicano i dati del Dipartimento della Pubblica Sicurezza: dall’1 gennaio ne sono sbarcati in Italia 2.447, contro i 15.799 del 2017 e i 25.846 del 2016. I Msna rappresentano una «presenza costante e significativa sul totale degli arrivi dei migranti via mare in Italia, con una percentuale superiore al 13% nel 2016 e 2017, salita fino al 15% nel 2018», recita l’Atlante di Save the children, “Crescere lontano da casa”. L’universo Msna è abitato da 18.300 ragazzi ospitati nel sistema di accoglienza, il 43% in Sicilia e solo il 3% in affido, oltre 1.200 hanno meno di 14 anni, 2.400 si sono resi irreperibili nel corso del 2017. L’83,7% ha tra 16 e 17 anni. I minori sotto i 14 anni sono 1.229 (6,7%, di cui 116, lo 0,6 ha meno di 6 anni). Le ragazze sono 1.247 (6,8%) provenienti per il 60% da soli due Paesi, Nigeria ed Eritrea, esposte al rischio di tratta e violenza sessuale, 191 delle quali sono ancora bambine che raggiungono al massimo i 14 anni (15%). Quasi la metà dei minori accolti (48,7%) proviene da soli 5 paesi: Gambia, Egitto, Guinea, Albania ed Eritrea.

I progetti Fami (fondo asilo migrazione e integrazione), pensati a prescindere dai numeri, per accompagnare il calo dei flussi senza mollare il presidio, stanno prendendo il posto dei centri di primissima accoglienza «ma esistono fatiche applicative che dipendono da contesti e risorse nonostante la legge Zampa abbia tracciato un percorso definito», avverte Liviana Marelli, dell’esecutivo nazionale del Cnca (Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza). «C’è che il 40% dei Msna è concentrato in Sicilia – prosegue Marelli – e non esiste ancora un circuito di seconda accoglienza diffuso di Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati)». Il sistema funziona con l’adesione spontanea dei comuni e l’assenza di una corresponsabilità regionale produce «un tappo». L’Italia riproduce in scala quello che succede in Europa. «Ma i bambini non possono essere ostaggio delle dispute politiche e il soccorso umanitario deve essere una priorità, insieme all’apertura di canali legali verso l’Europa», dice anche Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia.

Il tessuto di oltre tremila comunità socioeducative censite dall’Agia (Autorità garante per infanzia e adolescenza) non è sufficiente così «nell’emergenza è sorto negli anni un sistema di accoglienza, fatto di cooperative e associazioni, solo per minori stranieri», continua Sanchi, che risponde a standard regionali (grazie alla “riforma” federalista del titolo V della Costituzione): «Le linee di indirizzo ministeriali – spiega ancora Marelli – non sono cogenti e sono scarsamente conosciute. Le differenze regionali impattano sui risultati e spiegano anche la forbice delle rette che sono definite da convenzioni». Da un picco di 130 euro al giorno di alcune rette in Lombardia fino ai 45 di altre in Sicilia passando per il 80 euro di Milano e Roma. La seconda accoglienza, con l’inserimento in piccole comunità dovrebbe garantire l’inizio di un percorso di integrazione dall’insegnamento della lingua all’inserimento scolastico, dalle pratiche burocratiche fino all’integrazione con il territorio e con il gruppo dei pari. «L’accoglienza diffusa consente l’ascolto e la coesione sociale – dice ancora Marelli – e dove funziona non c’è allarme sociale. I muri non vanno bene per nessuno e, per i minori, sono anche illegali. La Crc, convenzione per i diritti dell’infanzia, è legge dal ’91». Il Cnca denuncia la fatica ad attivare percorsi di “avvio all’autonomia” per chi è prossimo alla maggiore età o di “prosieguo amministrativo” fino a 21 anni, previsto dalle leggi ma sempre meno utilizzato da enti locali alla canna del gas per fondi e personale grazie alle politiche di austerità.

Ci sono moltissimi esempi di buone prassi, ma la logica emergenziale oltre a produrre una giungla di carte di servizi, convenzioni, protocolli, progetti, favorisce l’improvvisazione, la speculazione, e alimenta la retorica di chi vuole costruire muri e ghetti. Quello che spiegano a Left gli addetti ai lavori si incrocia con un’indagine di Agia e Unhcr (Alto commissariato Onu per i rifugiati) su un campione di 15 strutture di I e II accoglienza dove, ascoltando, 134 minori di 21 nazionalità sono emersi bisogni di orientamento, socializzazione, di sostegno personalizato all’integrazione, di incontro con le comunità per combattere episodi di razzismo, corsi di italiano, possibilità di socializzare con i coetanei e, tra le richieste dei ragazzi, frequentissima quella di “gentilezza e rispetto nelle comunicazioni». In molti hanno segnalato anche l’impossibilità di tesserarsi con la Federazione gioco calcio perché, «oltre allo scoglio della residenza (difficile da ottenere per chi vive nel circuito emergenziale), per i minori c’è quello del nulla osta delle federazioni di provenienza che dipendono dagli stessi governi dai quali questi ragazzi scappano», spiega Alberto Urbinati, presidente di Liberi Nantes di Roma, «progetto sociale che utilizza lo sport» che, da dieci anni gioca un campionato di III categoria fuori classifica (i punti non contano per la promozione).

Una versione di questo articolo è uscita sul numero 26 del settimanale LEFT del 29 giugno 2018

 

 

 

 

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